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Giungla rovine e barriera corallina

Guatemala flagHonduras flagBelize Flag

 

 

camera

 

 Link alla gallery fotografica

 

 

"Voglio andare in America Latina"

Così è iniziato il mio viaggio verso queste terre calde e rigogliose. Non ero mai stato nella giungla, non avevo mai visto una barriera corallina nonostante quella del Mar Rosso sia relativamente vicina e a costi accessibili. Volevo un viaggio a stretto contatto con la natura e così è stato.

Anche questa volta mi sono affidato a Viaggi Avventure Nel Mondo, ho conosciuto molta gente grazie a loro e ad alcuni sono molto affezionato. Ho trovato persone con cui mi trovo particolarmente bene in viaggio ed è una cosa, per me, importantissima. Tra queste sicuramente Mirko (coordinatore genovese che ho avuto sia in Giordania che in Iran) e Filippo (un mio amico di Bolzano).

Inizialmente ho chiesto a chi ci fosse già stato, per questo mi sono rivolto al mio amico farmacista Andrea: un veterano di ANM (avventure nel mondo). Dopo aver sentito il suo racconto entusiasta ho chiesto ad alcuni miei ex-compagni di viaggio di accompagnarmi in questa nuova avventura. Mirko, Elisa, Tania e Filippo si sono subito entusiasmati e passare Natale e capodanno al caldo era un'idea che è piaciuta a tutti.

Guatemala Belize Discovery è un viaggio di 16 giorni (voli compresi) molto vario. Si visita Antigua Guatemala, il Lago Atitlàn con i suoi piccoli villaggi, la giungla di Semuc Champey con le sue vasche e le sue grotte, antiche rovine Maya in siti meno turistici rispetto a quelli messicani, la foresta pluviale di Rio Dulce e la barriera corallina di Caye Caulker in Belize.

Il viaggio è quindi deciso, mi iscrivo per primo, seguito a ruota da Filippo e Tania. Elisa purtroppo non riesce ad iscriversi con noi, partirà con un altro gruppo due giorni più tardi.

Il viaggio sarebbe iniziato il 19 dicembre 2015 per terminare il 4 gennaio 2016. A causa di un problema coi biglietti di rientro abbiamo dovuto rinunciare ad un giorno e siamo quindi rientrati il 3 gennaio.

Insieme a Tania, Mirko, Filippo e al sottoscritto si sono aggiunti Sara (compagna di Mirko), la genovese Lia e il siciliano verace Francesco che però, per lavoro, vive a Parigi.

Dopo una pizza a casa di Filippo per metterci d'accordo su come organizzare la trasferta a Malpensa prenoto il parcheggio. Mi ero ripromesso di non servirmi più di Park To Fly, infatti l'ultima volta avevo parcheggiato al SEA Aroportimilano con soddisfazione.

Stavolta però, per risparmiare sul carburante, abbiamo utilizzato la vettura di Filippo e quindi abbiamo deciso di sistemarla in un parcheggio coperto e custodito. Il più economico, guarda un po', è Park To Fly. Vabbeh, riproviamoci mi son detto. Prenoto l'economy coperto che per 16 giorni ci viene a costare 88€. Ricordavo che il parcheggio era situato appena entrati nel piccolo paese di Somma Lombardo, molto vicino all'aeroporto di Malpensa. Quello ora è diventato il "comfort", l'economy è stato spostato diversi chilometri più fuori, in un posto che, di notte, sembra il bosco nel Maryland di "The Blair Witch Project".

Arriviamo di notte in quanto il nostro appuntamento all'area gruppi dell'aeroporto è alle 5:30 del mattino. Partiamo verso le 23:30 di venerdì 18 dicembre per cui il nostro viaggio di andata sarà particolarmente privo di sonno. Fortunatamente non troviamo nebbia, solo un piccolo banco al casello di Peschiera del Garda che si dissolverà non appena imboccata l'autostrada. Arrivati a Somma Lombardo fatichiamo non poco a trovare la nuova "location" del parcheggio in quanto non perfettamente segnalata. È davvero "in culo ai lupi" come dicono i francesi; tanto che per arrivarci, l'ultimo tratto di strada è pure sterrato. Consegnamo la macchina, prendiamo i nostri bagagli e una navetta, guidata da un sedicente Sebastian Loeb in erba, ci porta al Terminal 1. Scendiamo dal pullmino e a momenti baciavamo il selciato ringraziando nostro Signore per essere ancora in questo mondo.

Il Terminal, alle 4:30 del mattino, è quasi deserto. Inoltre stanno rifacendo la copertura e hanno chiuso l'accesso principale all'area gruppi costringendoci ad una deviazione. Notiamo che a causa dei lavori di ristrutturazione hanno tolto praticamente tutte le panchine per sedersi. Ne troviamo una e ci riposiamo per pochi minuti, tempo di chiudere gli occhi un secondo e dobbiamo già incontrarci all'area gruppi per ritirare i biglietti.

Arriviamo quasi tutti assieme, presentazioni di rito, imbarchiamo le valige, Security Check e ci dirigiamo verso il nostro Gate.

Il volo prevede due scali: il primo a Francoforte dove sosteremo per un paio d'ore per poi imbarcarci nuovamente per New York City, il secondo appunto all'aeroporto di Newark dove sosteremo per circa cinque ore e riprendere poi l'ultimo volo per Guatemala City.

Paradossalmente i controlli più rigorosi sono in Germania, a causa degli attentati terroristici in Francia si sono lasciati prendere la mano e la situazione è davvero estrema. Controlli severissimi, doppi e spesso inutili. Guardie armate in ogni angolo, davvero un'esagerazione dal mio punto di vista. Non solo, in Europa non ero mai stato sottoposto ad un Body Scan, ora sembra essere la regola.

Il volo American Airlines Francoforte-New York si rivela estremamente confortevole e il Boeing 787-9 è dotato di tutti i comfort possibili anche per la classe economica. Molto spazio tra i sedili, display nuovi di pacca, tantissima scelta di film anche in italiano (mi sono visto "Il ponte delle spie" con Tom Hanks che era uscito due giorni prima al cinema) e ottimo cibo.

Non aver chiuso occhio per più di 30 ore ha fatto si che dormissi praticamente durante tutto il volo; il film l'ho visto a blocchi di 20 minuti inframezzati da sonni più o meno profondi. Ho visto il finale mentre stavamo toccando terra e dagli oblò si poteva vedere lo skyline di Manhattan con la Freedom Tower finalmente completata. Ritiriamo il bagaglio in stiva per il controllo doganale anche se si tratta di un transit e in breve, dopo aver reimbarcato il bagaglio in stiva che ritroveremo direttamente a Guatemala City, passiamo sia il controllo passaporti che security check.

Come quasi tutti gli aeroporti statunitensi, quello di Newark, si rivela il paese dei balocchi per chi come me ha il cervello fottuto dai gadget tecnologici. In ogni negozio, bar o ristorante, le ordinazioni avvengono tramite iPad e il pagamento ovviamente tramite carta di credito. Una tentazione irresistibile per la strisciata incontrollata. Distributori Best Buy Express (clicca) in ogni dove.

Visto che dovremo aspettare a lungo ne approfittiamo (Filippo, Tania ed io) per mangiare qualcosa ad un sushi bar. Ordinazione via iPad, strisciata della carta di credito e in breve tempo arrivano sia il cibo che il beveraggio mentre siamo comodamente seduti a navigare in internet con gli iPad e guardare lo sport attraverso i nuovi TV OLED 4K di LG che trasmettevano sia NBA che la NHL. Per ste cose gli americani sono troppo avanti.

Tanto per cambiare, qualcosa va storto e il volo per Guatemala City tarda di due ore.

Come per quello precedente, questo volo sarà solo un ricordo onirico in quanto ho dormito per tutta la sua interezza.

Ci siamo finalmente, siamo in terra guatemalteca e la nostra avventura sta per iniziare.

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Campeones!

Dopo aver ritirato i bagagli, un pullmino ci aspetta per portarci al nostro Hotel, abbiamo accumulato un ritardo di piu di due ore e siamo esausti. Sono le due del mattino quando raggiungiamo la meta, finalmente ci si sdraia e si dorme.

Ci sono solo alcuni bar aperti con un sacco di gente ubriaca che grida "An-ti-gua! An-ti-gua! An-ti-gua!", non capiamo il perchè ma speriamo non vengano ad urlare sotto al nostro albergo.

Il pullmino ci fa scendere davanti alla porta del nostro piccolo Hotel: La Quinta Lucia (clicca).

Bussiamo ma una brutta sorpresa ci attende. Siccome siamo arrivati in ritardo hanno disdetto la nostra prenotazione e hanno occupato tutte le camere. Il perchè è presto detto: l'indomani si sarebbe giocata la partita di calcio del torneo di Apertura guatemalteco; la squadra di Antigua gioca in casa e se vince si confermano campioni. Ora che abbiamo capito come mai tanta gente stava morendo agli angoli delle strade gonfia di alcool gridando "An-ti-gua! An-ti-gua! An-ti-gua!" dobbiamo risolvere il problema "sonno". Non abbiamo dove dormire e visto che ormai sono più di 36 ore che siamo a zonzo, diciamo che è una discreta seccatura. Insistiamo perchè almeno possiamo posare i bagagli e farci una doccia; fortunatamente ci viene concesso. Quindi? Che si fa? L'alba ad Antigua! Ovvio! Siamo o non siamo Avventure nel Mondo? Mortacci de La Quinta Lucia!

È strano vedere come ci sia già parecchia vita alle sei del mattino, molti negozi sono aperti. Dopo un veloce giretto per il piccolo centro di Antigua ci fermiamo a fare colazione in uno dei tanti locali della piazza principale. Sarà la prima di tante ottime colazioni. C'è una contaminazione di culture e cibi diversi; si passa dal nostro caffè espresso, al cappuccino, dal caffè negro locale a quello lungo americano. Ci sono dolci come la torta alla frutta (prevalentemente ananas), omelette dolci e salate e tanta frutta fresca; non può mancare la spremuta di arancia o il succo d'ananas.

Giriamo a casaccio per il centro ma ce la prendiamo con molta calma e il nostro pellegrinare ci porta ad un "mirador", un "belvedere", che sta su di una piccola collina che sorge attaccata ad Antigua. La salita è breve ma il sole è già alto e picchia parecchio. Non sono abituato a questa umidità, ma nella giungla sarà molto peggio. Il silenzio che si gode dal punto panoramico viene pian piano sostituito da cori da stadio, trombe, clacson. Proprio sotto la collina c'è lo stadio di Antigua e la partita è iniziata. Pochi minuti dopo sentiamo un boato della folla. Antigua ha segnato il primo goal. Rimaniamo a guardare la cittadina dall'alto e i minacciosi vulcani alle sue spalle: Volcàn de Agua, Volcàn de Fuego (attivo) e l'Acatenango. Da dove siamo noi il vulcano Pacaya non si vede.

Il sole scalda tantissimo e il cielo è limpido, nemmeno una nuvola, non fosse per quella quasi sempre presente che avvolge i vulcani. Non abbiamo molto tempo, dobbiamo partire subito per il lago Atitlàn dove prenderemo una lancia che da Panajachel ci porterà a San Pedro La Laguna.

Mentre carichiamo i bagagli sul pullmino la gente si riversa per e strade, Antigua ha vinto ed è campione del torneo di Apertura.


Il culto di Maximon

Arrivati a Panajachel incontriamo il nostro referente in loco, un certo Mario che si fa chiamare Don Mario. Ha un'agenzia viaggi e deve essere parecchio famosa, lo conoscono tutti, ha contatti con tutto il Guatemala praticamente.

Saldiamo i nostri debiti di viaggio e prendiamo una lancia che ci porterà a San Pedro La Laguna.

San Pedro è un piccolissimo paese dall'altra parte del lago Atitlàn. E' tutto in salita perchè situato proprio ai piedi del vulcano inattivo San Pedro. Siamo probabilmente fuori stagione, ci sono pochissimi turisti, a dire la verità abbiamo incontrato solo un gruppo di quattro ragazzi, tre germanici e un austriaco di Innsbruck. E' stato divertente parlare in tedesco con un vicino del nord tirolo. Avrei voluto dirgli che la sua città ha una squadra di Hockey su ghiaccio penosa ma gli ho risparmiato la triste verità. Lui è in Guatemala da quattro mesi e noi siamo i primi italiani che incontra. La cosa non può che farci piacere. Aihmè l'italiano medio in vacanza si distingue sempre e comunque. Fortunatamente, il Guatemala, è meta parecchio remota e poco papabile per gli elementi di cui sopra.

Ci salutiamo e proseguiamo il nostro giretto esplorativo.

Ad Antigua avevamo notato che la fede Cristiana dei latini è fortissima; ogni negozio, ogni bar, ogni cavolo di cosa possa avere un'insegna, inevitabilmente richiama a qualcosa di religioso: ferramenta Jerusalem, la farmacia Sinai, il supermercato Abele ecc. San Pedro non fa eccezione.

Alloggiamo all'Hotel Mansion del Lago (clicca). E' situato a cento metri dal molo dove abbiamo attraccato con la lancia. A vederlo non è male, le stanze sono grandi, il bagno fa schifino ma ha tutto quello che serve: una doccia calda, un water e un lavandino; c'è pure la Wi-Fi e stranamente va molto bene rispetto a quelle che troveremo più avanti, riesco pure a fare una telefonata con Skype in modo dignitoso.

Prima di cena scegliamo un baretto molto carino con la vista sul lago. E' l'unico posto frequentato, oltre che da noi sette, da uno sparuto gruppetto di turisti e da un paio di coppiette. Ordiniamo abbastanza velocemente ed io ordino un Mojito.

Il bartender è simpatico ma lento come una lumaca, molto pieno di se, ma il Mojito che porta a Filippo e a me è semplicemente divino. Mentre gli altri vanno a farsi la doccia e a prepararsi per la cena, noi due (Filippo ed io) rimaniamo per un secondo Mojito; anche questo ci mette una follia ad arrivare (ma dobbiamo abituarci, sono i ritmi guatemaltechi) però purtroppo è solo un lontano parente del precedente. I casi sono due: o glielo ha preparato qualcun altro oppure ha solo avuto culo. Ah ecco, tra Guatemala, Honduras e Belize non sanno preparare i cocktails, è assodato.

Amareggiati incontriamo gli altri per la cena che penso sarà la peggiore del viaggio. Il ristorante è il Nicks, davvero da evitare. Personalmente ho ordinato del pesce fritto, sapevo che non sarebbe stato come la nostra frittura, ma mi aspettavo qualcosa di diverso da un pescetto striminzito fritto come se non ci fosse un domani con dell'olio che buttato dentro al motore di un escavatore lo riuscirebbe a grippare. Anche le patatine fritte, cotte nello stesso olio, erano praticamente immangiabili. Le pietanze dei commensali non erano da meno. In molti abbiamo lasciato lì tutto.

Finalmente dormiamo su un letto vero e tutto sommato confortevole. La nostra sfortuna è che la nostra finestra dava sull'unica strada che finisce sul molo per cui tutti i Tuk Tuk scoreggioni passavano a tre metri da noi facendo un rumore che avrebbe svegliato un sordo.... morto. La stanchezza è tale che, dopo i primi strombazzamenti e sgasamenti delle simpatiche macchinette, non ci faccio più caso e mi addormento come un sasso.

La divisione delle camere è praticamente e giustamente a senso unico: due doppie e una tripla. Nelle doppie alloggiano la coppia Mirko + Sara e Tania + Lia, noi tre bestie convivremo tutto il viaggio in stanze triple.

Come dei bravi bimbi ci svegliamo tutti assieme e ci vediamo l'alba. Il sole tramonta presto e sorge anche abbastanza presto per cui di tempo per dormire ne abbiamo parecchio.

Troviamo un caffè molto bellino per la colazione e scopriamo essere davvero eccellente: Cafè Las Cristalinas, dove ci servono una colazione fantastica. Caffè nero, espresso, un eccellente succo di ananas, pancake e una torta al cioccolato buonissima. Il posto è attaccato al nostro albergo a non più di venti metri.

Dopo esserci rifocillati torniamo in stanza, prepariamo i bagagli, saldiamo il conto dell'Hotel (che si dimostrerà onestissimo) e torniamo al vicino molo dove una lancia verrà a prenderci per fare un giro del lago che durerà fino al tardo pomeriggio.

La prima tappa è a Santiago Atitlàn, poco più a sud di San Pedro La Laguna. Cerchiamo suito notizie su dove si celebra il culto di Maximòn (clicca). Gli abitanti di Santiago ci indicano la strada, è poco fuori dal paese, a circa cinque chilometri. Ogni anno si celebra in un posto diverso e ci propongono di portarci tramite i loro Tuk Tuk. Rifiutiamo le insistenti offerte e ci incamminiamo; abbiamo abbastanza tempo.

Appena fuori dal caotico paesino vediamo come vive la maggiorparte dei guatemaltechi. Ci sono campi di tabacco, canna da zucchero e ortaggi; mais, pomodori e alberi da frutta. La gente del posto ci osserva curiosa ma rispondono sempre con un sincero sorriso quando diamo loro il "Buen Dia". Il caldo inizia a farsi sentire ma non è così umido come mi immaginavo, è come una bella giornata di inizio estate italiana quando l'afa ancora non si è fatta sentire.

Finalmente raggiungiamo il lugo di culto grazie alle indicazioni dei locali. Si trova in una capanna dentro il cortile di una piccola fattoria. Dalla capanna esce profumo di inceso e odore di sigaretta accesa. Gli abitanti di Santiago venerano Maximòn come colui che liberò il paese dalla malattia. Gli sciamani tzutujil conoscono bene la storia di Ry Laj Man, diventato poi San Simon con l'avvento del cattolicesimo. Alcuni lo fanno risalire alla divinità Maya "Mam" e a lui vengono portate le offerte, doni e recitate delle preghiere. Sembra che preferisca sigarette "Pazaso" e rum "Venado". Maximòn è vestito elegante e gli si deve dedicare ogni anno una stanza che diverrà meta di pellegrinaggio e la gente lo nutrirà donandogli sigarette, fuoco, candele, sigari e liquori vari. Dopo alcune foto di rito (a pagamento) torniamo sui nostri passi per riprendere la lancia che ci porterà a San Marcos La Laguna.

San Marcos La Laguna è un posto davvero particolare; è poco più di un villaggio immerso completamente nel verde, meta di personaggi new age dediti allo sciamanesimo, al culto del sole ed altre cose simili. Sembra di essere nel paradiso dei prodotti bio. Conosco un paio di persone che ci potrebbero tranquillamente vivere. Girovagando ci è capitato di vedere degli ostelli molto vicini ad essere delle comuni hippie. Ovunque ci girassimo vedevamo cartelli che indicavano posti di ristoro con prodotti al 100% naturali, scuole di meditazione, centri massaggi zen, templi per l'esercizio yoga ecc. Oltre a questo, San Marcos, ha davvero poco da offrire. Si era però fatta più o meno l'ora di pranzo; diciamo che eravamo affamati, non esistevano più orari, erano i nostri stomaci insieme al sorgere e calare del sole a comandare i nostri ritmi. Ci fermiamo in un posto davvero bellino, una ragazza americana vestita come Janis Joplin a Woodstock, gestisce la piccola cucina aiutata da due giovani ragazze locali. Il cortile interno è davvero un bel posto, tranquillo (come poteva essere diversamente?), rilassato e i commensali sembravano reduci dall'ultimo concerto di Jimi Hendrix, che Dio l'abbia in gloria.

Ordiniamo con tutta la calma del mondo e con altrettanta calma ci arrivano le ordinazioni. Io sono fortunato, un hippie americano accompagnato dalla sua ragazza (davvero bellisisma) mi ruba l'ordinazione e io devo smezzare un'ottima crepe al prosiutto e formaggio con Lia. Ovviamente poi, sia prosciutto che formaggio, erano finiti e mi sono dovuto accontentare di una crepe alle verdure, che era sì buona, ma non come quella al prosciutto e formaggio. Dannato hippie, ti andasse di traverso!

Il tempo nella comune di San Marcos era terminato. Riprendiamo la barchetta che ci porta sul piccolo moldo di Jaibalito. Non visiteremo il paese, una giovane guida del posto ci farà strada per un breve trekk che ci porterà a Santa Cruz La Laguna. La passeggiata è breve ma la mia nota forma fisica insieme al caldo boia mi fanno sudare come un maiale allo spiedo. Arrivati a Santa Cruz ci rinfreschiamo in un posto meraviglioso. E' un piccolo pub che si affaccia sul lago con una veranda piena di amache, lettini e sdraio. Ci svacchiamo come se avessimo appena finito di scalare il K2, una bevanda fresca sotto un tetto di frasche, avvolto dalle comode maglie dell'amaca mentre ci facciamo cullare dalla brezza che arriva dal lago. Che vitaccia!

Per l'ultima volta riprendiamo la barchetta che ci riporta a Panajachel, riprendiamo il pullmino e ci dirigiamo a Chichicastenango dove pernotteremo.


Quarant'anni di Santo Tomas

Non ci mettiamo molto a raggiungere il paesetto noto per il suo mercato e il suo cimitero.

Non sapevamo però di essere capitati lì nel giorno più atteso da tutta la comunità locale. Si festeggiava il quarantesimo festival di Santo Tomas.

Il paese, che non sarà stato più lungo di un chilometro scarso e largo trecento metri, brulicava di gente, quasi tutti vestiti a festa. Per quelli diversamente alti come il sottoscritto, un giretto a Chichicastenango è un toccasana, un'overdose di autostima: quello più alto sarà stato un metro e sessanta.

Scopriamo che il nostro hotel era occupato solo da noi e da un foltissimo gruppo di ragazzini coreani.

Alloggiamo all'Hotel Giron (clicca), senza infamia e senza lode, camere piccole, molto spartane, nella nostra tripla riusciamo a malapena a passare tra un letto e l'altro. Dal bagno esce un odore tremendo di muffa, chiudendo la porta la cosa si risolve. Filippo ed io ci facciamo velocemente una doccia, Francesco purtroppo troverà acqua solo freddissima.

Due sono le cose da vedere a Chichicastenango (Chichi per gli amici): il mercato e il cimitero.

Visitiamo per primo il secondo icamera(clicca), la nostra vena noir ci guida e giunti al cimitero rimaniamo effettivamente un pochetto interdetti. Le tombe sono per lo più delle piccole casette di pietra allegramente colorate, agghindate con le cose più trash mai viste. Vince in assoluto quella con disegnato il simbolo dei transformers icamera(clicca).

Scopriremo solo più avanti che non è l'unico cimitero di questo tipo.

Ritorniamo in "centro" e la folla è davvero tanta. Passare per le strette vie piene di gente, tra una bancarella e l'altra, tra un palco dove suonano musica locale e un chiosco dove fanno da mangiare, è un'impresa. A proposito, non vi venga in mente di mangiare cibo che arriva da quelle bancarelle se non volete passare una settimana ad adorare il Dio Cesso. Lo sconsigliano tutti, Lonely Planet compresa.

Ci fermiamo nella piaza centrale dove è pronta un'impalcatura per i fuochi d'artificio. E' da quando siamo arrivati che sentiamo botti a casaccio ovunque in giro per il Guatemala. Dice essere perchè siamo sotto Natale e capodanno.

Non si prosegue più, siamo bloccati, non si va né in avanti né indietro; chiediamo quindi ad un agente a che ora iniziano lo spettacolo dei fuochi. Siamo fortunati, e dopo cinque minuti si apre il sipario. Purtroppo ci siamo persi degli squilibrati che si lanciano da un palo altissimo legati alle caviglie solo da una corda rigida.

Lo spettacolo è carino, e dura circa una decina di minuti dopodichè l'inferno: gente che si intrufola in ogni dove, lasciare la piazza è stata l'impresa più dura del viaggio.

I nostri stomaci brontolano e quindi decidiamo di mangiare nel ristorante vicino al nostro albergo. Tutti gli altri ristoranti segnalati sono pieni. Non ricordo il nome del ristorante ma il burrito che mi servono è buono, la zuppa di verdure pure. Decidiamo poi di scolarcene uno di quelli buoni (Rum) e Filippo ed io ordiniamo un bicchiere di Zacapa 23 anni Centenario. Arriva il nostro cicchetto, brindiamo alla nostra, ma appena assaggiamo quella.... cosa, ci accorgiamo subito che non è Zacapa, tantomeno il centenario. Ci viene un dubbio atroce, ma non è che lo Zacapa che prendiamo in Italia essendo fatto in Spagna è diverso da questo? Strano però, è davvero troppo insulso per essere un rum di un certo livello; è poco più di acqua sporca. Francesco chiede al bartender di consegnarci la bottiglia, il dubbio che ci abbiano rifilato dell'altro è forte. Puntualmente non ci ascoltano, sorridono e fanno finta di nulla; diciamo che quello che ci han servito non è Zacapa ma fanno orecchie da mercante e sul conto ovviamente ci ritroviamo due Zacapa. Peste li colga!

La voglia però di un rummettino come si deve non ce la eravamo tolta, fortuna che Filippo aveva nello zaino un mignon di Zacapa che è durato dieci secondi netti.

I nostri sonni sono intervallati da esplosioni di petardi e dalle urla dei coreani. Se avessi avuto il Samsung con me glielo avrei tirato dietro con attaccato un biglietto "W la Sony pezzi di merda".

La sveglia biologica segna le sei del mattino, io avevo ancora sonno mentre Francesco e Filippo sono andati a fare un giretto in centro.

Al loro rientro mi fanno vedere un video girato col cellulare. Chi vuoi che ci sia in giro alle 6 del mattino? Tutti quelli che non sono proprio andati a dormire, che sono la maggior parte. Non solo non erano andati a dormire, ma festeggiavano con un improbabile ballo dalle improbabili maschere a ritmo di un brano latino americano (clicca).

Molti invece erano a bordo strada finiti dall'alcool.

Una buona colazione la facciamo in un ristorante dentro all'unico centro commerciale. Pronti via, si riparte, si torna ad Antigua ma prima ci fermiamo ad Iximche a visitare le prime rovine maya del viaggio.


Kikab il Grande

Non so per quale motivo sia io che gli altri miei compagni di viaggio eravamo convinti che della civiltà maya si sapesse poco, o comunque meno rispetto ad altre civiltà più vicine a noi come ad esempio gli egizi.

Siamo felici di esserci sbagliati e di grosso anche.

Iximche è un sito archeologico pre-colombiano e fu la capitale dei Maya Kaqchikel dal 1470 fino al suo abbandono avvenuto nel 1524. La città venne fondata da Kibab il Grande dopo che i Kaqchikel e i K'iche' ruppero l'alleanza abbandonando la vecchia capitale.

Durante la conquista spagnola, Iximche non venne distrutta in quanto i suoi abitanti si erano alleati con gli spagnoli appunto per combattere il nemico comune: i K'iche'.

La pace tra i Conquistadores e i Kaqchikel non durò a lungo e la città fu messa a ferro e fuoco nel 1526.

Più recentemente, Gerorge Guillemin, vi fece degli scavi dal 1960 al 1972.

La cosa curiosa è che il presidente degli Stati Uniti George W. Bush visitò il sito il 12 marzo 2007 e dopo la sua visita, alcuni sacerdoti maya locali, fecero dei riti di purificazione per scacciare gli spiriti cattivi portati dal presidente. I maya ne sapevano a pacchi nel passato, e ne sanno a pacchi ancora oggi.

Il sito non è molto grande ma è davvero ben tenuto. Non sostiamo molto però facciamo in tempo a vedere un rito maya dove un sacerdote mantiene acceso un piccolo focolare donando frutta e sigarette; molto simile al rito di venerazione di Maximon a Santiago Atitlàn.


Antigua parte seconda

Siamo tornati ad Antigua nel primo pomeriggio, possiamo riposarci un pochino utilizzando il tempo per fare i regali di rito.

Cerchiamo anche un ristorante per la sera e la Lonely ci aiuta a scegliere un pub per fare un aperitivo.

Capitiamo in un posto davvero spettacolare: il Cafè no sè (clicca).

Personalmente, prima che la location, mi colpisce la giovane cameriera proveniente dall'Alaska, davvero bella; tanto bella da non lasciare indifferenti tutti gli ometti del gruppo. Bella e simpatica. Tornando alla location, che dire, è un posto fighissimo, molto buio (come piace a me), vissuto, con una piccola libreria come anticamera, un bancone che ne ha viste di tutti i colori e delle salette dove, in una delle quali, troviamo una nostra vecchia conoscenza: Maximon!

Anche il menu è una figata, servono un "Illegal Mezcal", sia liscio che miscelato in alcui cocktail, tra cui uno servito con sigarette ed aspirina.

L'ambientazione è davvero bellissima, questo video (clicca) rende bene la situazione.

E' quasi un peccato doverlo abbandonare per andare a cena ma abbiamo parecchia fame (strano, non accade mai). La bellezza statunitense ci indica un posticino tipico a prezzo modico dove rifocillarci, ma aihmè è chiuso per restauro.

Abbiamo tutti una fame boia ma vogliamo assolutamente mangiare qualcosa di tipico. Chiediamo ad una signora del posto che ci accompagna fino a destinazione, davvero molto cortese. Ora non mi sovviene il nome del ristorante ma ricordo benissimo il voto "senza infamia senza lode" che si è meritato per cui, in questo caso, il nome, è poco importante.

Dormiamo invece a La Quinta Lucia, lo stesso albergo che, molto simpaticamente, ci aveva annullato la prenotazione il giorno in cui siamo arrivati. Come sempre ci svegliamo all'alba ma questa volta con un valido motivo, ci aspetta un trekk sul vulcano attivo Pacaya, poco distante da Antigua. Vogliamo essere lì il prima possibile in modo da non salire con temperature folli.


Camminando sulla lava

Siamo a destinazione molto presto e iniziamo subito la salita. La mia forma fisica si rivela immediatamente ed inizio ad arrancare dopo pochi minuti. Tutti i miei compagni sono davanti, dietro di me, due locali a cavallo che, per intascare qualche Quetzales, ogni due minuti mi incalzavano con "Hola Gringo, necesitas un caballos? Todo bien? Està cansado?". Maledetti gufi, ho vinto io. Sono tornati indietro pregustandosi probabilmente una mia morte imminente. Invece no! Sono arrivato fino in cima, con calma, ma sono arrivato. DETERMINAZIONE porca puttana! Nel frattempo quei bastardi dei miei compari si facevano i "selfie col morto". Sorridono i vigliacchi, mentre io, sullo sfondo, sto sputando sangue. Bestie senzaddio! Alla fine ce l'ho fatta, siamo arrivati nel punto più alto dove si poteva andare, il percorso più lungo e pure nei tempi previsti.

L'ultima eruzione del Pacaya è molto recente ed è durata tantissimo: da gennaio 2014 a giugno 2015. Praticamente, dopo più di un anno di attività, si era appena placato. È strano camminare sulla lava appena formata, il vapore esce minaccioso sia dalla cima che da alcune spaccature nel terreno che vediamo da molto vicino; così vicino che possiamo immergerci nei suoi fumi e allungare le mani nelle viscere della montagna per tastarne il calore. Una sensazione che mi ricorda molto quelle provate a Stromboli e sulle spiagge dell'isola di Vulcano, nelle Eolie. Dall'altra parte della vallata possiamo vedere il Volcàn de Fuego con la sua eruzione in atto, eruzione ininterrotta che continua dal 2002. Scendiamo dal vulcano e torniamo al nostro pullmino che ci aspetta. Siamo sporchissimi, la fuliggine che ricopre le scarpe ci sporca gambe e piedi. Ci aspetta un lunghissimo trasferimento che ci porterà oltre il confine honduregno.


18 Coniglio K'awiil

Causa incidente che blocca la strada per molto tempo, arriviamo al confine con l'Honduras che è già buio. La strada non è illuminata, non ci sono nemmeno le linee di mezzeria, né tantomento i catarifrangenti che ne delimitano la carreggiata. Il nostro pullmino non ha dei fari, sembrano lumini che fanno più o meno intravvedere dove si sta andando. Entrare in Honduras è una pratica velocissima, Mirko ed io abbiamo una lista dei sette viaggiatori che consegnamo alle autorità di confine insieme ai passaporti. In meno di cinque minuti lasciamo il Guatemala. La nostra corsa si ferma solo una decina di chilometri dopo. Siamo a Copàn Ruinas, più precisamente a Barrio El Centro ed alloggiamo allo Yaxkin Copan (clicca), un Bad and Breakfast nel piccolo centro, molto vicino alle rovine. È l'unica volta dove abbiamo tutte doppie, io dormo da solo, sono una persona con gravi problemi sociali.

La cena che consumeremo in un ristorantino del centro non è male e i nachos che ci vengono serviti sono i più buoni che abbia mai mangiato. Il Via Via Cafe (clicca) è un ottimo posto dove mangiare. Servizio rapido e cibo davvero buono, consigliatissimo.

Ci svegliamo molto presto (tanto per fare una cosa nuova) e facciamo colazione, una pessima colazione. Il Bad and Breakfast è carino, le stanze sono decenti e pulite (almeno la mia). Di notte mi ha tenuto compagnia un piccolo e coloratissimo geco. La colazione però è davvero da dimenticare; fortuna che nel giretto mattutino, Francesco Filippo ed io ci eravamo fermati a fare colazione in un bar poco distante. Il check out è previsto per le 13, ma non sappiamo se faremo in tempo a tornare per cui infiliamo le valige in una camera e ci incamminiamo verso il sito archeologico di Copàn.

Commetto un errore gravissimo, mi dimentico di cospargermi di insetticida. Fino ad ora mi ero salvato grazie a questo (clicca), un anti zanzara violentissimo con un principio attivo (DEET) pari al 50%. Più che un insetticida, un agente di sterminio. Non so se in futuro avrà degli effetti sulla mia pelle. Dovessi un giorno mutare, saprò perchè.

Arrivati al sito archeologico assoldiamo una guida e iniziamo la nostra visita.

Siamo i primi visitatori della giornata, la foschia mattutina deve ancora diradarsi ed è già caldo, ma soprattutto c'è un'umidità pazzesca.

Il sito, come tutti quelli che visiteremo è immerso nella giungla ma questo è magnificamente conservato e ben tenuto. Sopra le nostre teste, i pappagalli macao fanno un casino del diavolo e alcuni strani roditori mangiucchiano la frutta che viene loro preparata dai ranger del parco. Sono un misto tra topo e coniglio, più topo che coniglio, sono buffi e non si fanno avvicinare troppo. Dopo una breve ricerca con Google ho scoperto essere un Aguti centroamericana (clicca).

Insieme al tramonto, queste prime ore del mattino sono le peggiori per le zanzare e i mosquitos. Veniamo praticamente aggrediti. Sara ne porterà i segni per tutto il viaggio, io mi salvo grazie al pareo fornito gentilmente da Lia. Sembravo un trans balinese, ma chi se ne fotte, almeno mi sono salvato. Grazie Lia.

Il sito di Copán è famoso per contenere tra le più importanti opere di scultura del periodo classico maya. Vanta una storia molto lunga che va dal periodo preclassico finale al postclassico iniziale. Ebbe una fase dinastica molto lunga, iniziata da K'inich Yax K'uk' Mo' (Volto verde del sole, piuma di pappagallo) dal 426 al 435 d.C. ed il periodo di maggior splendore fu durante il regno di Waxaklahun Ub'aah K'awiil (18esimo coniglio K'awiil) dal 695 al 738 d.C.

La dinastia terminò con la morte di Yax Pasaj Chan Yopaat (Lui di Dopo l'Alba Verde) nel 818 d.C.

Bellissime le rovine del palazzo reale e del campo di Pelota, dove il vincitore aveva l'onore di essere sgozzato e il suo sangue veniva bruciato in modo che il fumo prodotto dalla combustione salisse verso il cielo come dono per la divinità. Che culo! Io probabilmente sarei passato alla storia come il giocatore che commise più autogoal, unico giocatore a non aver mai vinto una partita di pelota.

Erano strani questi maya.


Greengo's Hotel

Se il viaggio per arrivare in Honduras è stato lungo, altrettanto possiamo dire per il trasferimento che ci ha portato a Semuc Champey. Più di sei ore solo per raggiungere la cittadina di Pajal. Da qui finisce la strada asfaltata e ci vuole più di un'ora per raggiungere il villaggio di Lanquin dove lasceremo il pullmino per salire su un pick-up 4x4 che, dopo altri 40 minuti di viaggio sballottati a destra e a sinistra dentro al suo cassone, ci porterà nel cuore della giungla fino a Semuc Champey, più precisamente al Greengo's Hotel (clicca).

Il percorso è davvero accidentato, buche profonde, ripide salite e discese dissestate. Però vedere la giungla al chiaro di una luna enorme è emozionante.

Arrivati a destinazione scendiamo dal pick-up ma non c'è nessuno ad attenderci. Tutto buio, nessun rumore; tanto che ci domandiamo se siamo arrivati nel posto giusto. Siamo davvero nel buco del culo del mondo, e chi ti viene a cercare qui se dovesse succedere qualcosa?

Un bambino sbuca da un cancelletto che porta a delle scale che scendono e che non avevamo visto. Dobbiamo seguirlo.

Mentre scendiamo costeggiamo un corso d'acqua e finalmente vediamo delle luci. Siamo arrivati in quello che sarà il posto più bello di tutto il viaggio.

Il Greengo's è la cosa più vicina ad una comune Hippie che abbia mai visto. È di proprietà di un ebreo gay e il gestore, anche lui ebreo, è un tipo pacifico che ci assegna le stanze e ci mostra come funzionano i pagamenti per la cena e il bar. Si acquistano delle tessere il cui valore viene scalato ogni volta che si prende qualcosa da mangiare o da bere. Dormiamo in casette di lengo con il tetto in lamiera, dipinte come avrebbero potuto fare i Beatles nel periodo più florido della loro carriera, ovvero quando si fottevano il cervello con le peggio droghe in commercio. Sembra di stare nel cartone animato di "Yellow Submarine".

Le casette dormitorio, l'edificio principale e i bagni formano un grande cerchio dove all'interno si trova un prato ben tenuto, con tante amache e un campo da beach volley, oltre che a un tavolo da ping-pong. Il bar è affiancato da alcune panche e da dei materassi stesi a terra, un calcio balilla, un tavolo da biliardo e un tavolo da beer pong.

La clientela è composta da ragazzi che vanno mediamente dai 20 ai 35 anni, da tutto il mondo. C'erano australiani, statunitensi, olandesi, coreani (sono ovunque), israeliani ecc.

In questo posto si mangia abbastanza bene, buoni hamburger, buone omelette ma soprattutto una hummus shawarma eccezionale. Scopriremo poi un dessert chiamato hummus nutella che è uno spettacolo. Il servizio però è terrificante visto nell'ottica del cliente classico. Una volta capito che ci si autogestisce, tutto funziona alla grande. I bicchieri ce li prendiamo noi, le posate pure, le birre.... anche.

La Wi-Fi è presente ma va malissimo, però fin troppo bene se pensiamo a dove diavolo siamo.

I bagni e le docce in comune sono pulitissimi e ongi due per tre c'è un piccolo cartello disegnato a mano che invita all'ordine e alla pulizia.

Dopo cena ci beviamo qualche cocktail e a mezzanotte facciamo un brindisi di gruppo con tutti i ragazzi: "Merry Christmas!".

Di quando in quando, un profumo dolciastro di qualcosa che conosciamo, solletica le nostre voglie di trasgressione, chiamiamole così. Di lì a poco vedevo i draghi, cosa che non mi capitava da almeno vent'anni.

Mi siedo sui materassi e ogni tanto mi viene chiesto: "Tutto ok?". L'unica risposta che mi usciva era: ".... a momenti...".

"Cazzo che botta! Ho detto cazzo che botta." [cit.]

Me ne vado a dormire e Morfeo mi accoglie tra le sue braccia non appena la mia testa sfiora il cuscino.

Ci svegliamo, vediamo un pò... all'alba. Ma dai? Giura! Giuro!

Dopo un'abbondante e ottima colazione decidiamo che fare. Il programma suggerisce: grotte la mattina, pozze il pomeriggio.

Semuc Champey è famoso più che altro per il suo "Monumento Natural", ovvero delle piscine naturali sul Rio Cahabon. Ci viene consigliato di uscire solo con lo stretto necessario e i soldi contati per l'ingresso alle grotte. Scarpe, costumi e magliette che lasceremo custodite all'ingresso. Lungo la via che ci porta all'ingresso potremmo imbatterci nei "ladrones", meglio quindi non avere dietro nulla di più dello stretto necessario.

Quando è stato proposto "visita alle grotte" pensavo ad una cosa tipo le nostre grotte carsiche di Castellana o Frasassi. Ci è stato detto da Golan (il gestore del Greengo's) che "ci saremmo potuti bagnare un pò". Come come? Un pò? La giusta definizione di questa visita, tra l'altro bellissima e divertentissima, è: "canyoning nelle grotte totalmente al buio armati di candela". Questa è la giusta definizione. "Potreste baganarvi un pò" non va bene.

Dopo aver pagato il ticket e aver consegnato le nostre magliette, ci viene data una candela che accendiamo non appena ci addentriamo nell'antro buio. Dopo due passi l'acqua è già alla vita, dopo cinque passi non tocco più e avanzo aggrappandomi ad una corda. "Potreste bagnarvi un pò". La candela ha lo stoppino imbevuto di cherosene in modo che sia più facile riaccenderla dopo che inevitabilmente l'avremo immersa nell'acqua. Il percorso prosegue con scale da salire, cascatelle da attraversare, guadi, brevi tratti a nuoto. "Potreste bagnarvi un pò". Il tutto nel buio più assoluto e profondo, illuminati solo dalla luce delle nostre candele. L'acqua non è fredda, il Mar Tirreno a luglio lo è di più. Proseguiamo il nostro cammino fino ad incontrare un folto gruppo che era arrivato alla meta: una cascatella di un paio di metri da dove ci si può tuffare, tuffo nel nero più assoluto. Sono in troppi davanti a noi, decidiamo quindi di tornare indietro. La strada del ritorno però devia dal percorso originario, per chi vuole, ci si infila in un buco strettissimo, non adatto che per chi soffre di claustrofobia; visto che per me non è un problema mi infilo nel pertugio. Lo stretto passaggio incrocia uno scivolo d'acqua che poi precipita in un foro ancora più stretto. Devo infilarmi nel foro e lasciarmi andare. La giovane guida mi fa sedere su una roccia, l'acqua mi sferza il volto e i miei piedi ciondolano nel vuoto. "Potreste bagnarvi un pò". Non so quanto sia profondo, non so dove arriverò e se ci arriverò. Con le chiappe strette strette mi lascio andare, non nego di aver avuto una paura fottuta. Il volo però si rivela davvero breve, forse due metri, non credo di più, non saprei quantificarlo. Riemergo al buio completo: "Ehi amigo, la candela, la candelaaaaa!". Dopo qualche secondo arriva Mirko, non so come, ma la sua candela è accesa, la mia riemerge poco dopo, riusciamo a riaccenderla, facciamo qualche metro con l'acqua che scende di livello, stiamo riemergendo, vediamo la luce. Siamo fuori!

Che figata, lo rifarei subito, anche ora.

Torniamo al Greengo's per mettere qualcosa sotto i denti e ci riposiamo un pò. Il primo pomeriggio ci dirigiamo alle piscine naturali. A metà strada ci separiamo: Filippo, Tania, Lia ed io andiamo diretti alle piscine mentre Sara, Mirko e Francesco salgono verso un mirador che si affaccia sulle cascate. Al bivio dei due sentieri sentiamo degli urli mostruosi, sembrano emessi da un orco. Inizialmente ho pensato a qualche speaker nascosto da qualche parte, un tentativo new age per rendere questi luoghi ancora più magici. Poi ho pensato a dove eravamo e l'idea si è immediatamente cancellata dalla mia mente. Scopriremo poi essere le simpatiche scimmie urlatrici che ci fanno accapponare la pelle.

Sarà il caldo, l'umidità, la stanchezza o forse il fatto che mi sto "descansando" troppo, sta di fatto che il luogo non mi entusiasma; di posti così, qui nelle Dolomiti, ce ne sono a bizzeffe e pure molto più belli. Non faccio nemmeno il bagno.

Complici gli unici venti secondi di pioggia che incontreremo in tutto il viaggio, torniamo al Greengo's, ho i panni stesi, devo portarli all'asciutto. Bella scusa per tornare a morire su un'amaca, così sarà, anche perchè la pioggia non durerà appunto più di venti secondi.

Seconda cena e seconda notte al Greengo's, ormai sono uno di loro, mi hanno conquistato. Quasi mi dispiace dovermene andare, cosa che avviene, puntualmente all'alba del giorno dopo.

Il transfer che ci porterà a Rio Dulce sarà il più lungo di tutti.


Finca Tatin

Da Lanquin ripercorriamo a ritroso i dieci chilometri di sterrato fino a Pajal, proseguiremo poi per Chipam e da qui fio a Chireacté dove, poco dopo il centro abitato, ritroveremo finalmente l'asfalto.

Il pullmino prosegue lento la sua marcia per questa lunga strada, non è un 4x4 e le sospensioni non sono studiate per questi percorsi.

Questa è la strada dei ladrones, la strada che Mario inizialmente non voleva farci fare. Lungo tutto il tragitto si incontrano casette di contadini infilate nella giungla. È a metà strada tra Chipam e Chireacté, dove la carreggiata passa da una parte all'altra di una valle, che notiamo qualcosa di strano. Ai lati dello sterrato lavorano quattro uomini con pala e piccone. Sembra che stiano sistemando una buca, ma non è così. Una corda sottile con attaccate delle badierine triangolari colorate attraversa la strada. L'autista rallenta, apre il finestrino, saluta l'uomo sul ciglo della strada e gli da la mano. Nella mano ci sono dei Quetzales, non saprei quantificarne la cifra, ma dal colore mi sembravano 20 Quetzales; poco più di due euro. Una cifra più che onesta per permetterci di proseguire sul nostro cammino senza intoppi. Tornare sull'asfalto non ci sembra vero. Arriviamo a Fray Bartolomé de las Casas dove sostiamo per il pranzo. Non dimenticherò mai il frullato di banana e ananas bevuto in questo mercato, celestiale. Ci fermiamo solo ad acquistare qualcosa da mangiare, il pranzo vero e proprio lo consumiamo a bordo del pullmino, la strada per Rio Dulce è ancora molto lunga.

A Rio Dulce abbandoniamo il pullmino per prendere una lancia che ci porterà in mezzo alla foresta pluviale dove ci fermeremo per un paio di notti.

Il nostro Hotel è la Finca Tatin (clicca). È strano definirlo Hotel, è più che altro un agglomerato di piccoli alloggi immersi nel verde umido della foresta pluviale; tra mangrovie, palme, felci e mille altre specie vegetali.

Attracchiamo e incontriamo il secondo gruppo di Avventure Nel Mondo, quello coordinato da Francesco che ho conosciuto nel viaggio in Iran. Il nostro alloggio è una stanza tripla con i letti avvolti nelle zanzariere e un bagno con tutti i comfort necessari tra cui: doccia, lavandino, water e tarantole.

L'umidità è al 100%, si suda a stare fermi.

Opto per un bagno rinfrescante nel fiume dopo essermi assicurato che non ci fossero alligatori nelle vicinanze. "Tranquillo, sono più su, 100 metri più su!" "100 metri?" "Si, vai tranquillo".

Mi tuffo incurante della breve distanza tra me e quelle bestiacce, faccio qualche bracciata e risalgo dal piccolo molo dotato di scaletta.

"Ah si, dimenticavo, occhio ai piranha!" "Mapporc....".

Mentre gli altri si sollazzano con un giretto in kayak, io mi svacco su un'amaca e tanti saluti.

Riprendo conoscenza verso l'ora di cena; una cena non proprio indimenticabile. La Finca è davvero un bel posto ma si mangia abbastanza male anche se mi dicono che a mezzogiorno fanno una discreta pizza.

Prima di infilarmi a letto mi faccio una doccia, l'acqua è solo fredda, ma visto il caldo accumulato durante il giorno, esce fresca e non fredda e si riesce a fare senza problemi.

Il giorno dopo abbiamo optato per un tour in barca che ci porterà prima ai 7 Altares, poi a la Playa Blanca (una spiaggia paradisiaca una decina di chilometri a nord-ovest di Livingston) e infine a Livingston.

I 7 Altares sono una serie di sette piccole vasche naturali create da un corso d'acqua che poi sfocia nella baia. La visita è breve, Tania fa un bagno nell'ultimo altare, torniamo indietro in meno di mezz'ora.

Appena sbarcati sulla bianchissima spiaggia troviamo un posto per stravaccarci. Faccio un bagnetto nelle caldissime acque della Bahía de Ametique e poi mi sciacquo dal sale prima di bermi un Coco Loco.

Si prende un cocco, gli si fa un foro circolare dal diametro di un paio di centimetri. Si prende un bicchierino di quelli da cicchetto e si svuota il latte di cocco del contenuto del bicchierino. Si svuota il bicchierino del latte di cocco, lo si riempie con dell'ottimo Zacapa 23 Anni Centenario, si versa il contenuto del bicchierino nel cocco, si aggiunge una cannuccia, si mescola et voilà: il Coco Loco.

Bevuto alla velocità della luce perchè avevo sete devo dire che è buono, ma un filino nauseabondo verso la fine.

Time to relax.

Mi sdraio sulla sabbia in riva al mare, all'ombra di una bellissima palma, uso lo zaino come cuscino. Prendo le cuffie, il telefono e lancio Spotify. Vado sulla mia playlist preferita e faccio partire l'esecuzione casuale dei brani.

Apre Marc Cohn con Walking in Memphis, seguito da Seal con Kiss from a Rose. Quasi mi addormento sulle note di Lonely Tonight di Blake Shelton e Ashley Monroe quando parte un mito dei Pink Floyd: la versione del live Pulse di Shine On You Crazy Diamond. Per riprendermi dal trip musicale, Francesco, deve darmi un calcio: "Svegliati, andiamo!".

Non avrei mai mosso il culo da quella spiaggia ma è tempo di visitare la piccola cittadina di Livingston che si dimostrerà un paesetto sporco e puzzolente con nulla da vedere. Ci fermiamo a mangiare in un ristorantino che fa anche pizza. Pessima scelta, non era nemmeno male da mangiare, peccato che poi sia risulatata indigesta a tutti.

Torniamo alla base per un'altra notte umida alla Finca Tatin. La seconda cena si è rivelata pure peggio della prima. Peccato perchè il posto è molto bello.

Ennesima sveglia all'alba per un lungo transfer che ci porterà a Tikal per la nostra ultima notte in Guatemala.

Un tucano si è appollaiato su un ramo di un albero vicino, come a salutarci.


Le piramidi maya

Ormai siamo abituati ai lunghi spostamenti e questo non è da meno.

Non ricordo se anche questo trasferimento raggiungesse le sei ore, ma non credo di sbagliare di molto.

Prima di arrivare al sito archeologico più famoso del Guatemala facciamo una breve deviazione ad un altro sito vicino: Yaxhá.

Il sito è molto piccolo ma ha alcune cose interessanti da vedere come le piramidi gemelle e un mirador che da una parte si affaccia sulle rovine, mentre dall'altra si può avere una bella panoramica dell'omonima laguna. Anche qui le scimmie urlatrici si fanno sentire più forti che mai.

Finito il breve giretto di Yaxhá ci dirigiamo a Tikal e alloggeremo al Tikal Inn (clicca).

Stavolta con la stanza ci va davvero di culo. Abbiamo una bella stanza grande al primo piano che si affaccia direttamente sulla piscina, roba da fare "balconing". Vorrei tanto lanciarmi in piscina ma dobbiamo sbrigarci, Francesco (il coordinatore dell'altro gruppo) ha assoldato una guida italiana che ci farà da Virgilio all'interno del sito.

Dopo una breve camminata tra altissimi alberi di caucciù, seguiti da alcuni pavoni che qui sono numerosi, arriviamo alle prime rovine e la guida si dimostra preparatissima. Sembra Dario Argento dei tempi di Suspiria e Inferno.

Ci spiega che Tikal diventa centro di potere subito dopo il periodo Preclassico. È proprio qui che si insedia il figlio del re di Teotihuacan (città precolombiana del Mesoamerica, situata vicino alla moderna Città del Messico famosa per la sua enorme potenza militare). Non si sa precisamente per quale motivo "Teotihuacan" arrivò fin qui, sembra che, inizialmente, le due città fossero unite da accordi commerciali.

La città di Tikal raggiunse il suo massimo splendore tra il 700 e l'800 d.C. e venne realizzata rispettando un codice simbolico relativo alle credenze cosmiche. Sono numerosi i templi che sorgono nella piazza principale caratterizzati per l'ascesa verticale come la piramide in nove corpi a cui venne aggiunta una cresta decorata. Il centro è composto da sette complessi architettonici che ospitano stele ed altari.

Ospiti fissi del sito archeologico sono i pavoni (molto numerosi), scimmie urlatrici, tarantole, formiche tagliatrici e pure qualche giaguaro. Tranne l'ultimo, li abbiamo visti tutti.

La visita si protrae fino a dopo il tramonto, tornando ci facciamo luce con gli smartphone o con delle piccole torce a led. Salutiamo la guida e finalmente posso lanciarmi in piscina.

Il tuffo nell'acqua fresca lava via tutto il sudore e la stanchezza. Filippo, Francesco, Mirko ed io rimaniamo a mollo fino all'ora di cena. Doccia veloce e a tavola.

Il cibo del Tikal Inn non è male, quello locale è effettivamente buono. Mirko, genovese, si fa tentare dalla pasta al pesto. Pazzo! Gli arriverà una pasta (nemmeno fatta male) ma con un pesto inenarrabile: aglio, aglio, aglio, aglio, basilico e un liquido verde paura che somiglia tanto al detersivo per i piatti e che dovrebbe essere olio.

Finiamo la cena con ottimo cicchetto di Zacapa 23 anni centenario.

Ci sarebbe la possibilità di andare a vedere l'alba nel sito. Non ce la faccio, sono giorni che mi sveglio sempre all'alba, stanotte posso dormire, e così farò.

Lia, Sara, Filippo e Mirko vanno.

Al loro ritorno facciamo colazione tutti insieme per poi fare l'ultimo tratto di strada guatemalteco.


Go Slow

L'attesa sotto il sole per passare il confine beliziano è lunga e snervante. Una lunga fila si è formata davanti all'unico sportello per il controllo dei documenti.

Dopo più di un'ora, finalmente, siamo in Belize.

Fondamentalmente, il Belize, lo attraverseremo per arrivare fino alla capitale: Belize City. Nella seconda città più pericolosa al mondo dopo Caracas e subito prima di Guatemala City, ci imbarchiamo per l'isola di Caye Caulker.

Più che un'isola sembra un atollo cresciuto diviso in due da un uragano molti anni fa.

L'attraversata dura circa cinquanta minuti, il clima, nonostante siamo in piena barriera corallina, è molto piu asciutto anche se fa decisamente più caldo.

Sbarchiamo su un piccolo molo in legno, arriviamo sulla spiaggia e attendiamo i nostri bagagli che arrivano con la navetta successiva.

Alloggiamo a due passi dal molo dei water taxi, al Lena's Guest House B&B (clicca). Sono due casette in riva al mare, nella nostra, al piano terra, abitano due signori sulla settantina: i proprietari. Persone molto gentili e disponibili. La stanza, al primo piano, non è nulla di che, però spaziosa e con una doccia decente. Se mi fermassi qui, sembrerebbe quasi una fregatura, ma aprendo la porta di ingresso, il panorama è fantastico (clicca). Poi basta affaciarsi solo un secondo appena fuori dalla porta e... (clicca). Un panorama così non ha prezzo.

La parte abitata dell'isola è sud dello split (piccolo canale che divide le due parti nord e sud dell'isola), lungo poco più di due chilometri, largo al massimo uno. Il paese sarà invece lungo circa un chilometro, la parte più larga 300 metri, la parte più stretta meno di 100. Non ci sono strade asfaltate; quella più lunga taglia il paese in due parti: est e ovest. Ogni giorno si possono vedere alba e tramonto spostandosi di soli cento metri. Che spettacolo.

Caye Caulker è un covo di rastafariani e il motto dell'isola è "Go Slow". Tranquilli che nel giro di un paio di giorni chiunque diventa molto "slow". L'andamento lento dell'isola a ritmo di reggae è troppo coinvolgente; sei in ferie, sei in un paradiso, non hai nulla da fare se non rilassarti, quindi.... rilassati amico!

Dopo aver sistemato i bagali mi sono sfilato gli abiti, mi sono messo i boxer da bagno e ho infilato le infradito che avrei tolto solo il giorno della partenza.

La prima delle quattro sere beliziane la usiamo per cercare un dive center che ci piacesse e dopo una breve ricerca optiamo per Scuba Sensation (clicca). Ci ha conquistato per il semplice fatto che lui, a differenza di quasi tutti gli altri, non attira i pesci e gli squali dando loro da mangiare.

Dopo esserci messi d'accordo su tour e prezzo, andiamo a cena.

Ci sfamiamo da Maggie's Sunset Kitchen (clicca). Un posticino carinissimo dove si mangia molto bene e si spende poco. Da preferire ovviamente i crostacei grigliati sopra ogni cosa. Ci è piaciuta talmente tanto la cena che ci ritorneremo per consumare l'ultima la quarta sera.

La sera si alza il vento su Caye Caulker ma non è troppo fastidioso.

Dormo come un re e mi alzo tutto felice e contento perchè per la prima volta in vita mia vedrò una barriera corallina, la seconda più bella del mondo dopo quella del Mar Rosso che, mea culpa, non ho mai visitato.

Colazione leggera, non vorrei stare male in barca.

L'escursione prevede quattro soste nella riserva marina di Hol Chan.

Crema solare protezione 50: messa. GoPro caricata la sera prima con scheda di memoria vergine: presa. Telo da mare: preso. Bene, si va.

La prima sosta, la più lunga, mi regala delle emozioni mai provate. Da ragazzino avevo fatto un brevetto SUB base, da allora, non mi sono mai più immerso. Snorkeling si, ma mai in barriera corallina.

Mai viste tante creature marine tutte assieme. Pesci coloratissimi a branchi, spugne e coralli. Mi rendo conto che in apnea vado ancora benone e scendo parecchio riuscendo a compensare senza problemi. Mi sale una voglia irrefrenabile di immergermi. La parte più emozionante della prima sosta è l'incontro con due tartarughe: una piccola e una grande. Nuotare con loro è una delle cose più belle che abbia mai fatto in vita mia. Non vorrei più andarmene.

La seconda sosta mi inquieta un pò, dovrebbero esserci gli squali. Appena mi tuffo in acqua li vedo subito. Sono squali di barriera, vanno dal metro ai tre metri quelli più grandi. Sono davvero parecchi ma hanno paura, scappano se nuotiamo verso di loro. Mentre se si sta tranquilli vengono più vicini a curiosare. Che figata, che belle bestie.

Tra la seconda e la terza sosta ci viene offerta delle frutta che non avanzerà.

Il terzo tuffo lo facciamo per visitare un relitto. Mi aspettavo di più sinceramente, si tratta di una chiglia di un'imbarcazione nemmeno troppo grande, nulla da vedere.

Stessa cosa per la quarta sosta, dovrebbero esserci dei bei coralli, ma ne avevamo visti di più belli la prima sosta.

La GoPro ha girato più di due ore di video solo sott'acqua.

Torniamo sull'isola verso metà pomeriggio. Sono contentissimo, mi merito un Mojito.

È la seconda cena, vogliamo mangiare bene. Proviamo il Roses Grill and Bar (clicca). Dovrebbe esser il meglio che si trova sull'isola, vedremo.

Prima di sedersi si sceglie il pesce che è freschissimo e in bella vista. Aragoste, gamberi, snapper, snook e tanto altro ben di Dio. Il servizio è veloce e preciso. Il cibo è semplicemente fantastico. Più caro rispetto alla media ma si mangia benissimo. Consigliatissimo. Più caro rispetto alla media, ma economico se riportato ai relativi prezzi italiani. Un'aragosta, due contorni, dolce e acqua a meno di venti euro a testa? Ma quando mai?

Ci è piaciuto così tanto che l'indomani, sera di capodanno, ci saremo ritornati.

Allo Sports Bar c'é parecchia vita, sembra che tutti i turisti e qualche local si siano dati tutti appuntamento lì, c'è anche una discreta musica dal vivo. I nachos che preparano sono molto buoni, la Pina Colada pure. Il cuba libre era osceno così come il gin tonic e la caipirinha. Purtroppo sarà il letimotiv delle nostre serate beliziane, non sanno fare i cocktails.

La mattina del 31 dicembre ci svegliamo cambiati. Abbiamo assimilato i ritmi dell'isola, siamo "slow" da fare schifo. Sveglia alle 8 (incredibile), colazione alle 11. Lia, Francesco, Filippo ed io prendiamo il water taxi che ci porta a San Pedro, La Isla Bonita che cantava Madonna. Non è nulla di che, sembra Caye Caulker ma più grande e meno bella. Facciamo venti mentri verso l'interno e siamo già stanchi, tanto da voler noleggiare una Golf Car per spostarci. Siamo talmente "slow" da non aver voglia di fare nemmeno quello. Proseguiamo per circa cento metri verso nord per poi ritornare sulla spiaggia. Ci impieghiamo un'ora a fare 300 metri fin quando non entriamo alla Belize Chocolate Company (clicca). Ci prendiamo un beverone freddo a base di caffè e cioccolato: una prelibatezza. Ci svacchiamo poi nel cortile della Company, vicino alla riva, su dei divanetti troppo comodi. Scrocchiamo una buona Wi-Fi, tanto che riesco pure a chiamare con Skype. Siamo quattro derelitti a cui è passata la voglia di vivere. Dopo un'ora e mezza spostiamo il nostro culone stanco di dieci metri per sederci al ristorante di fianco alla cioccolateria. Mangiamo, ci trasciniamo al molo (tipo 50 metri) e torniamo a Caye Caulker dove ci riposeremo per la cena di capodanno.

Ceniamo al Roses Grill e poi andiamo allo split insieme ai ragazzi dell'altro gruppo per festeggiare insieme capodanno. Una festa sobria, poca gente, saranno tutti... stanchissimi.

Festa sobria, vogliamo solo andare a dormire tutti; "Go Slow amico!".

Dopo i bagordi, si fa per dire, dell'ultimo dell'anno siamo azzerati. Un intero giorno di totale "nulla" sull'isola. Molo, spiaggia, bar, sedia a dondolo, amaca, foto, rum. Il tutto nel raggio di meno di 100 metri. Facciamo schifo, ci pesa persino andare al negozietto carino dove vendono magliette, souvenir e quant'altro.

L'unico movimento che faremo in tutto il giorno è percorrere i 400 metri che ci separano dal ristorante di Maggie's dove abbiamo cenato la prima sera.

Saranno stati i postumi di capodanno, ma anche da Maggie's erano tutti bolliti. Non gli avventori, ma i gestori, quelli della cucina, il "grillador" e persino l'uomo router.

Spiego.

La curiosità di Maggie's Sunset Kitchen è che si mangia praticamente a casa sua. O meglio, sotto casa sua.

Lei e la sua famiglia abitano al piano rialzato. Nel portico sotto casa, ci sono 5 o 6 panche da massimo 6 persone.

L'ordinazione la fa un ometto col cappellino da baseball perennemente infilato in testa e uno zainetto sulle spalle. Ci siamo chiesti cosa potesse contenere quello zainetto. È come se avessero chiesto ad uno che passava da quelle parti di fare le ordinazioni. Una possibilità è che contenesse il router Wi-Fi, da cui, l'uomo router.

La prima sera avevo mangiato l'aragosta ma avevo visto degli spiedini di gambero che avevano un aspetto meraviglioso e quindi li ordino. Come contorno avrei voluto il riso, ma l'uomo router mi dice che è finito. Ordiniamo tutti; da bere: acqua per tutti tranne che per Lia che vuole uno smoothie all'ananas.

Il "grillador" (pronuncia: grigliadór, l'addetto alla griglia) deve essere lo zio di turno. Solo che stasera è ubriaco perso. Si trascina di quando in quando verso la griglia per mettervi a cucinare ogni ben di Dio. Tra un passo, un rutto e una sbiascicata si deve fermare a riposare: è già un idolo.

Passa più di un'ora e lo smoothie di Lia non si vede, lo ricordiamo a Maggie che, con sorrisone che calmerebbe satana in persona, si scusa promettendoci che lo servirà subito. Va in cucina, prende l'enorme bicchiere dalla credenza mentre dalla cucina escono fiamme, urla, e dei bambini sorridenti. Tutto questo è surreale e suscita in noi tanta ilarità da non ruscire a trattenerci dal ridere. A questo punto, ad ogni avvenimento si succedono le nostre risate. Lo smoothie nel frattemo non è arrivato, chiediamo a Maggie che tiene una calma olimpica, tipo avete presente il Dalai Lama? Ecco, un principiante dell'auto controllo a confronto. Dopo circa due ore arriva anche lo smoothie che incredibilmente Maggie non ci farà pagare.

Dulcis in fundo arrivano le nostre portate. Io vengo servito per ultimo: "Ecco il tuo spiedino di aragosta" dice il Grillador. "Ma io, veramente, avevo ordinato quello di gamberi!". Serafico il Grillador incalza: "Si, gamberi!". "No ma io, cioè, mi hai appena detto: Ecco il tuo spiedino di aragosta!". Prende lo spiedino, lo guarda bene e: "No! No! Gamberi!" sorridendo.

Risata generale, tutti in lacrime praticamente ed io mi mangio il mio OTTIMO spiedino di aragosta. Come ci si può arrabbiare? Impossibile. Ah, il contorno era di Riso.

Usciti dal mondo incantato di Maggie's Sunset Kitchen, con la pancia piena di ottimi... gamberi, andiamo a berci l'ultimo allo Sports Bar. Saluto l'ultima notte a Caye Caulker con un Gin Tonic di merda.

Ci siamo, ultima alba nell'isola Slow, rimetto le scarpe dopo 4 giorni di totale libertà. Questo gesto mi proietta nel mondo reale, sono pronto a tornare a casa.


Back Home

Entriamo in aeroporto a Belize City e incredibilmente viene giù il diluvio. Tutta l'acqua che non abbiamo preso in settimane di viaggio si scaria sul piccolo aeroporto della capitale.

L'ingresso al terminal segna un altro confine: quello tra caldo e freddo. Tornano fuori i pantaloni della tuta, la felpa in pile e il piumino. Tutto questo, nonostante sia ancora a migliaia di chilometri di distanza, serve a riportarmi a casa anche con la mente.

Non sapendo se ci fosse la possiblità o meno di imbarcare un altro bagaglio in stiva a Houston, ci lasciamo scappare una bottiglia di Zacapa XO a 43$ US. Un delitto. I sigari però me li compro, e che cazzo.

Il volo di ritorno avrà, come per l'andata, due scali: Houston (Texas) e Francoforte.

Gli Stati Uniti sono terra di perdizione. Appena atterrati ci fiondiamo a mangiare merda da Wendy's: un doppio cheeseburger e bocconcini di pollo, unti e straunti con un litro di cocacola.

I distributori automatici di Best Buy Express mi fanno l'occhiolino e mi sussurano: strisciala quella carta, e che diavolo, sei un debole, non resistere, è vano. E invece no, non mi avrete, macchine demoniache.

E infatti cedo un minuto dopo per colpa di un negozietto che vende SOLO cuffie ed auricolari di ogni genere. Non solo li vende, tutto quello che è in vendita è anche disponibile alla prova. La mia forza di volontà ha già ceduto ma faccio finta di no, fin quando provo le Bose QC 20 (clicca). La strisciata è inevitabile così come la goduria di averne killata un'altra (di scimmia).

Unboxing precipitoso per vedere se funzionavano, urràh, vanno.

Ben due film mi vedo sul volo (fantastico) Houston - Francoforte. L'aereo più nuovo e tecnologicamente fornito su cui abbia mai volato. Pure le tendine degli oblò sono elettroniche; non fanno scendere meccanicamente una tendia, ma oscurano il cristallo. Che figata, adoro ste stronzate.

Ovviamente non dormo una sega e a Francoforte giriamo come dei pirla perchè anche Filippo vuole le cuffie, ma lì è territorio Sennheiser che detiene il monopolio in tutto il terminal.

Nulla di fatto, le comprerà una volta arrivato a Bolzano. Il sonno si fa sentire tutto in una volta e cedo di schianto sulle poltroncine del gate. Più di sei ore di coincidenza per un volo di 50 minuti.

A Malpensa siamo velocissimi, il bagaglio arriva subito, saluti di rito :"Oh, chiama quando arrivi eh?". E mentre noi stiamo ritirando la macchina in quella fogna di bosco vicino a Somma Lombardo, Tania è già a casa.

Milano - Peschiera con la nebbia ma nulla di grave. Non siamo stanchi, non ci serve nemmeno bere una Red Bull. Arrivo previsto per le 24 ma invece siamo bravi e inserisco la chiave nella toppa della porta di casa poco dopo le 23.

Il gattaccio mi ignora "Chi cazzo è questo, cosa vuole ora?", questa era la sua espressione.

Non ho sonno, prendo tutti i vestiti e li butto a lavare. Alcune cose le lavo a mano e le stendo subito. Cerco di levare la puzza di muffa anche dallo zaino che starà in balcone, aperto, per tre giorni. Bene, finito. Ora posso finalmente morire nel mio letto, quando mi mancava il mio piumone.

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