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Grossi gattoni veloci

Fin da bambino il mio animale preferito è stato il ghepardo.

Il fatto che venisse dipinto dai documentari dell'epoca come l'animale più veloce del mondo me lo rese subito attraente, se ci si aggiunge anche che sono nato e cresiuco in una famiglia di gattari, viene da se che il mio preferito diventasse proprio lui, il ghepardo.

Solo qualche anno dopo, con mia grande delusione scoprii che il più veloce non era lui, ma il Falco Pellegrino che con i suoi 350 km/h di punta fa impallidire i 120 del ghepardo. Bisona dire però che il falco raggiunge quella velocità in picchiata, ritraendo le ali per fiondarsi sulla preda; il ghepardo la raggiunge con le proprie forze, correndo sulla terra.

Essendo poi un felino di taglia non grandissima come leoni e tigri l'ho sempre associato al "gattone" più che ad un predatore letale (anche un gatto domestico lo è, con le giuste proporzioni).

In tutta la mia vita non sono mai riuscito a vederne uno, da piccolo ogni tanto mi portavano al circo, ma di ghepardi, nemmeno l'ombra. C'è da dire che comunque al circo non andavo molto volentieri, a differenza di altri bambini, vedere gli animali in catene mi ha sempre procurato tristezza. Intendiamoci, non sono certo un animalista, mangio carne come non ci fosse un domani e non bado certo alla provenienza. Un porcello lo vedo meglio nel mio voluminoso stomaco piuttosto che grufolante in un recinto.

La Namibia mi ha dato anche questa possibilità, vedere i ghepardi. Insieme al Sudafrica, è lo stato dove è più diffuso al mondo.

Essendo però una bestia schiva, non è facile vederlo in natura, se non con molta fortuna.

A metà strada tra Okaukuejo e Windhoek, più o meno a 50km ad est di Otjiwarongo, si può visitare il Cheetah Conservation Fund. Un centro di recupero e reinserimento ghepardi in natura.

Il centro è stato fondato nel 1990 dalla Dottoressa Laurie Marker. Il centro si occupa della ricerca scientifica, biologica e genetica dei ghepardi. Questo, insieme alla raccolta fondi, ha permesso di creare una serie di programmi per salvaguardare i ghepardi sia dalle insidie del loro ambiente naturale, sia dalle minacce causate e subìte dall'uomo.

Prenotando con qualche giorno di anticipo via mail, è possibile un tour guidato del centro di conservazione. Si possono effettuare tre attività: vedere i ghepardi correre, vederli mangiare ed osservarli nel loro ambiente naturale anche se circondato da alti recinti.

I ghepardi che si trovano al centro sono per lo più ghepardi orfani trovati da piccoli, oppure ghepardi che hanno subìto degli incidenti magari scontrandosi con vetture o peggio cacciati e feriti dall'uomo.

Purtroppo non riusciamo a vedere il Cheetah Run, corrono solo nelle prime ore del mattino quando la temperatura è più bassa. Poi, come abbiamo visto anche fare dai leoni in Etosha, si piazzano all'ombra a riposare.

Arriviamo poco prima delle undici del mattino e sono eccitato come un bambino la mattina di Natale.

Andiamo alla reception a segnare la nostra presenza e aspettiamo che ci chiamino per iniziare il giro.

I primi ghepardi che vedo sono sdraiati nell'erba, all'ombra di un grande albero di acacia. Mio Dio che belli. Sentendoci arrivare sollevano le teste e aprono quegli occhioni intensi caratterizzati dalla presenza di una banda nera che parte dal margine interno di ciascun occhio e costeggia i lati del muso fino a giungere ai lati della bocca. A differenza di molti felini, i ghepardi, hanno la pupilla di forma circolare, rendendo il loro sguardo intenso e magnetico icamera.

Come me li aspettavo, non sono molto grandi, sono magri e slanciati con la coda lunga che gli serve da bilancere quando corrono.

Vorrei entrare e tuffarmi su di loro per coccolarli, più tardi scoprirò che non sono propriamente dei "micioni".

Il tour prosegue visitando la parte dedicata all'uomo. All'interno del centro vengono allevati ed addestrati dei cani pastori dell'Anatolia. Questi cani vengono addestrati per proteggere i greggi di capre dall'attacco dei ghepardi. In tutta la Namibia è stata fatta caccia spietata a questi felini in quanto, essendo di taglia più piccola rispetto ad altri predatori, si cibano di prede di piccola taglia: capre appunto.

Una volta allevati, per una piccola cifra, vengono venduti ai pastori locali i quali vengono educati sul perchè non è bene cacciare indiscriminatamente i ghepardi.

Poco dopo saliamo su una jeep aperta con tendalino e con sei posti per i turisti: entriamo nella loro casa. Sette ghepardi vivono in un piccolo appezzamento di bush recintato. Ogni giorno vengono fatti correre, nutriti e medicati dai ragazzi che lavorano al centro.

Non li vediamo subito, ma alla fine scorgiamo dei movimenti sotto un albero non lontano. Eccoli, ci avviciniamo con la jeep, sono abituati ai turisti e quindi non scappano, sono troppo pigri. Li vedo a meno di due metri da me, senza recinti a separarci. La reflex scatta in continuazione e sul mio volto è stampato un sorriso che pare causato da un lifting alla "Cher" icamera. La nostra guida cerca di farli scattare in piedi, di farli muovere, e per farlo deve avvicinarsi tremendamente con la jeep, fino quasi a toccarli. Infastiditi si alzano e se ne vanno, passeggiando da un albero all'altro per risdraiarsi subito dopo all'ombra; mostrano quindi il loro corpo progettato minuziosamente per la corsa icamera. Dobbiamo uscire, è quasi ora della pappa per loro, e per noi che li vedremo scatenarsi in un "fiero pasto".

Non vorrei mai uscire da lì, sono troppo affascinato da loro, sono troppo belli icamera.

Così come il mio gatto ti segue e miagola quando ha fame, anche loro sanno quando è il tempo di mangiare. Vengono richiamati in gruppo e si avvicinano alle gabbie dove verrà dato loro da mangiare: per lo più carne cruda di asino ricoperta da una mistura biancastra di vitamine e sali minerali.

Arrivano tutti, dal maschio più anziano ai più giovani e alle femmine. Se prima erano sdraiati, consumati dal caldo e dalla fatica, ora li vedi belli pimpanti andare avanti e indietro nervosamente emettendo qualche miagolio di insofferenza.

Ebbene si, miagolano. Non solo, ma si soffiano tra loro quando si intralciano a vicenda. Poprio come dei gatti davanti alla ciotola del cibo.

Il cibo viene servito loro in gabbie separate: prima il maschio dominante, poi gli altri mashi, poi le femmine giovani e per ultime le femmine anziane.

Tra i turisti curiosi, un papà con un bimbo di circa due anni. Il bimbo, attirato da questo spettacolo si è avvicinato ad un primo recinto, ben lontano dai felini. Uno di loro si è accorto della presenza della potenziale "piccola preda" e con uno scatto fulmineo si è scagliato contro la rete. C'è un cartello che consiglia di tenere i bambini piccoli per mano o in braccio, abbiamo capito perchè.

Uno dei ragazzi entra nelle gabbie e non appena spalanca la porta per farli entrare, questi, si precipitano sulle ciotole senza nemmeno degnarlo di uno sguardo.

Divorano carne, tendini e cercano di rompere le ossa con le loro mandibole, aluni riescono, altri no. Sempre nervosamente cercano di intrufolarsi nella ciotola del vicino dandosi così il cambio. Lo spettacolo di zanne e bocche dal pelo insaguinato termina dopo una mezzoretta.

E' incredibile che con la pancia piena tornano ad essere i "gattoni" pigri di un'ora prima.

Finito lo spettacolo ci fermiamo a mangiare un sandwich con formaggio prodotto dalle capre allevate all'interno del centro. Mi piace il formaggio e il latte di capra e devo dire che quello non era nemmeno malvagio, anzi.

Ringraziamo la nostra guida, paghiamo e risaliamo sulla nostra Toyota Hilux per l'ultimo lungo tragitto verso Windhoek. La strada sterrata che dal Cheetah Conservation Fund ci riporta ad Otjiwarongo è l'ultima che percorreremo, ne rimarrà solo un bellissimo ricordo.

Si vede che ci stiamo avvicinando alla capitale, il traffico diventa più intenso, sempre che così possa essere definito. Si sale e si scende di quota in continuazione e solo i nostri barometri ci danno la corretta informazione perchè siamo totalmente disorientati dal saliscendi di questi interminabili rettilinei. Gli unici animali che vediamo in gran numero sono dei facoceri, solo un ultimo solitario kudu femmina fa la sua apparizione prima di rientrare nella capitale.

Un piccolo incendio è divampato a dieci chilometri a nord di Windhoek, il secco bush e il vento forte ci mostra quanto voracemente il fuoco dilania questi incantevoli posti. Inutile dire che gli unici incendi sono causati dall'uomo, come ad esempio un mozzicone di sigaretta buttato dal finestrino di una vettura in movimento.

Arriviamo al Casa Blanca Boutique Hotel che ci ha ospitato la prima notte. Posiamo i nostri polverosissimi zaini e ci prepariamo per andare a mangiare ancora da Joes Beerhouse.

L'unico tavolo libero è da sei persone, ci infiliamo tra una coppia di tedeschi e una di inglesi. Questa volta, memore della bontà dell'orice, ho ordinato un filetto di orice con patate e salsa al vino: che squisitezza.

Mi sono riabituato a parlare in inglese e sono ancora ben allenato col tedesco, fresco di patentino B. Dialogare con i nostri commensali in due lingue che non sono la mia, tutto sommato abbastanza correntemente, mi inorgoglisce e mi do virtualmente una pacca sulla spalla. "Pensa se sapessi anche l'arabo..." pensavo.

La cena è ottima e lo è anche l'improvvisata compagnia di queste due coppie di turisti che stanno per iniziare il viaggio che noi abbiamo appena terminato.

Diamo loro alcuni consigli, come se fossimo dei veterani della situazione, ma ci piace così.

Torniamo in albergo e con l'ultimo residuo di credito della nostra SIM Card namibiana chiamiamo Emanuele, il quale, ci allieta il fine serata con la sua compagnia (e con delle birre).

Sembra ieri che siamo partiti da lì, curosi e speranzosi. Non avrei creduto che le nostre aspettative sarebbero state ampiamente superate.

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