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Una nazione giovane

  

Namibia flag map

camera

 

 

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"Fammi sapere entro sta settimana se vuoi venire con me in Namibia a settembre oppure mi organizzo e me ne vado in Islanda con Avventure Nel Mondo ad agosto!"

Queste sono state le parole che hanno decretato l'inizio del viaggio più bello che abbia mai fatto.

Da anni la Namibia era in cima alla lista dei desideri, ma per un motivo o per l'altro non ero mai riuscito a coronare il sogno. Il mio amico Andrea continuava a descrivermi il viaggio in Namibia come il più bello di tutti, e di viaggi, Andrea, ne ha fatti molti.

Più di una volta ho tentato di organizzarlo: sia da solo tramite Avventure Nel Mondo che con amici (Steno prima e Sandro poi). Nulla da fare, troppo costoso, inoltre il volo aereo diretto da Monaco di Baviera a Windhoek della LTU è stato soppresso ad inizio 2013 a causa della crisi economica che ha colpito la compagnia aerea, la quale, dovette eliminare le tratte meno trafficate. Un volo comodo che costava mediamente 650,00€ era stato eliminato e i costi con altre compagnie erano lievitati in maniera esponenziale. Tanto che a luglio 2013 il volo più economico verso Windhoek che partiva da Milano Malpensa costava la bellezza di 1.400,00€.

Ormai avevo quasi perso le speranze tanto che appunto mi ero quasi deciso ad andare in Islanda con Mirko (il ragazzo che aveva coordinato il mio precedente viaggio in Giordania). Il mio interesse verso la Namibia comunque non era sfumato e quindi chiesi a Stefano (Steno), se era ancora interessato.

Inizialmente: "si sono interesato", poi "non so", poi "forse", poi "ma". A questo punto la telefonata definitiva di cui le ultime mie parole in grassetto qualche riga sopra.

Prima cosa da fare, come sempre, è trovare il volo. Trovato e prenotato quello: si parte.

Unico volo a prezzo umano per le mie tasche è quello Egypt Air che parte da Milano Malpensa e arriva a Windhoek con due scali: Cairo prima e Johannesburg poi.

Con Egypt Air non avevo avuto molta fortuna (clicca), ma Skyscanner, sotto i 1.000,00€ dava solo quello. Abbiamo provato quindi a chiedere ad una agenzia viaggi ma senza esito alcuno, i voli che avevano trovato erano troppo cari, tutti sopra i 1.400,00€.

Sperando in maggiore fortuna, prenotiamo il volo con Skyscanner e ci viene a costare circa 850,00€ a testa. E' il 19 maggio quando prenotiamo il volo che partirà da Milano il 29 settembre e tornerà il 13 ottobre.

C'è tempo, tanto tempo.

Passa anche l'estate con il suo meteo terribile, tanto che, di estate, a Bolzano, ne avremmo viste forse due settimane e nemmeno consecutive. Al lavoro inizia la ristrutturazione dell'edificio e lo stress si accumula. Arrivo a fine settembre che sono davvero stanco e ho proprio tanto bisogno di staccarmi dal solito tran tran.

Durante tutto questo tempo decidiamo come organizzare il viaggio e ci appoggiamo al sito www.namibia-travel.it del simpaticissimo Emanuele (che conosceremo a Windhoek). Optiamo per un self-drive tour con 4x4, pernottamenti nei campsite e in alcuni alberghetti. Partendo da Windhoek percorreremo un viaggio in senso orario che ci porterà prima verso sud nel deserto del Kalahari, poi verso la costa Atlantica nel Namib, poi verso nord nel Damaraland, tornando poi verso occidente in Etosha per dirigerci infine nuovamente verso sud a Windhoek.

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Il volo è previsto per il primo pomeriggio, ne approfittiamo quindi per passare la mattina da Decathlon a Brescia per comprare le ultime cose e, visto che ci sono, mi fermo anche da IKEA a comprare lo specchio per la camera che avevo appena finito di riarredare.

Verso le 13:30 siamo a Somma Lombardo (VA) per lasciare la macchina. Quelli di Park To Fly continuano a spostare sempre più lontano dall'aeroporto i parcheggi e anche il servizio si fa sempre più scadente, non so se la prossima volta mi affiderò ancora a loro.

Pranzo veloce al terminal 1, check-in, controllo bagagli, documenti e finalmente imbarchiamo.

SI PARTE!


Ai-Gams

Egypt Air per ora si rivela sarcasticamente una certezza. Così come successo ad Aprile di questo stesso anno con il volo Milano - Cairo, ecco che ad Egypt Air si rompe un altro velivolo. Quale se non il nostro Airbus per la tratta Cairo - Johannesburg?

Fortunatamente siamo nella capitale egiziana, sede principale di Egypt Air, quindi non dobbiamo aspettare molto perchè ci trovino un secondo aereo. Aspettiamo solo tre ore e mezza. Fortuna che la coincidenza a Johannesburg è di oltre quattro ore, altrimenti avremmo perso l'aereo per Windhoek.

Il volo verso il Sudafrica passa tutto sommato velocemente, riesco anche a dormire un'oretta; un avvenimento per quel che mi riguarda. Atterriamo e al duty-free cambiamo i primi soldi, dei Rand sudafricani che in Namibia accettano senza problemi. La Namibia è uno stato indipendente solo dal 1990. Prima era amministrata dal Sudafrica, mentre in tempi più remoti (dal 1884 al 1919) è stata una colonia dell'impero tedesco.

Paradossalmente il volo peggiore lo abbiamo fatto nella tratta Johannesburg - Windhoek, il volo della South African Airways è stato in assoluto il più scomodo della mia vita. Il posto tra una fila di sedili e la successiva era veramente ai minimi termini, nemmeno con Ryan Air ho volato così stretto. Fortuna che il volo è breve ed atterriamo a Windhoek in meno di due ore.

Usciamo dal Boeing 737-800 che è il primo pomeriggio del giorno successivo alla partenza. Il sole picchia anche se non è caldissimo; questo perchè la capitale namibiana è situata a circa 1.700 mt s.l.m.

Prima di entrare nell'edificio dell'aeroporto ci viene misurata la temperatura corporea. Piccola precauzione visto che in questo periodo, in centro Africa, è esplosa un'epidemia di ebola. Fortuna che non avevo la febbre altrimenti a quest'ora sarei ancora in quarantena nel reparto malati terminali di Windhoek.

Fuori dall'aeroporto ci attende Emanuele di www.namibia-travel.it con tanto di cartello "Stefano - Roberto".

Presentazioni di rito e dopo 3 minuti siamo in auto verso il noleggio KEA dove riceveremo la nostra casa ambulante.

Subito mi accorgo che l'inglese, nonostante sia la lingua ufficiale namibiana, non è parlato benissimo da tutti i locali. Dopo aver svolto le formalità per la consegna del veicolo veniamo accompagnati direttamente al Toyota Hilux per la "guida all'uso".

Il pickup è appunto un Toyta Hilux icamera abbastanza recente con circa 86.000 km. Il cassone è chiuso da una copertura di alluminio con accessi finestrati laterali e portellone posteriore su cui è fissata una delle due ruote di scorta e una pala.

L'interno del cassone è allestito con un soppalco sotto al quale si trovano due lunghi cassettoni: uno vuoto (che conterrà il cibo), uno contenente le stoviglie. Sorpa al ripiano è fissato un frigo da campeggio alimentato dalla seconda batteria del fuoristrada. Sempre sopra il ripiano troviamo due sedie da campeggio. In sacchettoni di nylon (sempre dentro il cassone) troviamo: sacchi a pelo, cuscini e una coperta. C'è anche una bombola del gas da campeggio con fornello avvitabile e una griglia di metallo per il BBQ. Sotto il tetto del pickup è stato ricavato un alloggiamento per un tavolino in alluminio con i piedi retraibili mentre sopra il tetto della cabina è montata una maggiolina della ditta sudafricana Howling Moon. Ci vengono mostrate in seguito le dotazioni di sicurezza del veicolo tra cui il necessario per sostituire la ruota in caso di foratura e un piccolo compressore da collegare alla batteria del veicolo. L'Hilux è attrezzato per lunghi tragitti su sterrato e sabbia: doppia ruota di scorta, doppo serbatoio carburante, serbatoio per l'acqua, sospensioni morbide, 4x4 inseribile con tanto di ridotte e blocco differenziale posteriore. Per finire: un robusto e invadente bull bar anteriore.

Emanuele ci spiega sapientemente come si monta e si smonta la tenda, come si sostituisce la ruota di scorta, come guidare sulla sabbia. Se ai primi due insegnamenti abbiamo dato seguito con una applicazione magistrale, al terzo... beh, non proprio; ma lo spiegherò in seguito.

Siamo pronti per recarci al Casa Blanca Boutique Hotel Pension, dove pernotteremo solo la prima e l'ultima notte. Steno si mette alla guida, circa 40km separano l'aeroporto dalla capitale.

In Namibia, come in Sudafrica, si guida all'inglese: a sinistra e ovviamente i veicoli hanno la guida a destra. I pedali rimangono nello stesso ordine (da sx a dx: frizione, freno, acceleratore), il cambio è a sinistra ma mantiene lo stesso ordine delle marce, cambiano le leve al volante: gli indicatori di direzione a destra, i tergicristalli a sinistra.

Inutile dire che alla prima svolta, al posto dell'indicatore di direzione, è partito il tergicristallo; così come alla seconda svolta, alla terza ecc.... a Steno ci vorrà tutta la vacanza per assimilare il meccanismo. Io invece soffrirò di una pericolosissima propensione a mantenere la "destra" dopo aver svoltato sempre a destra.

Da subito ci accorgiamo che il paesaggio che ci circonda è abbastanza inospitale. Windhoek, il cui antico nome è Ai-Gams (nome dato dalla popolazione Nama che fa riferimento alle antiche sorgenti calde che facevano parte del territorio), è circondata da qualche montagna, ma soprattutto dal bush. Il bush è il tipico paesaggio della savana: prateria e boscaglia.

Arriviamo in breve tempo all'hotel, posiamo i bagagli e ci sediamo con Emanuele che effettuerà un briefing del nostro viaggio e ci consegnerà uno zainetto contenente tutte le istruzioni del caso, navigatore Garmin Nuvi, una cartina stradale della Namibia e qualche utile accessorio: protezione per le labbra, crema solare, adattatore per le prese di corrente, una SIM card namibiana e altro ancora.

Dall'Italia avevamo prenotato per la cena un tavolo da Joes Beerhouse: un ristorante/birreria caratteristico dove servono carne locale: coccodrillo, springbok, kudu, orice e zebra. Emanuele si è unito a noi ed è stato davvero interessante ascoltare la storia della sua vita e vedere le foto della piccola Johanna (sua figlia). Tra tante cose mi spiega che ha dei problemi col suo sito internet e con alcuni account mail che non funzionano. Mi offro di dare un'occhiata ai suoi sistemi dopo mangiato, anche se sono stanco morto e vorrei solo andare a dormire. Di contro Emanuele è stato molto gentile e ci ha pure offerto la cena. Mentre parliamo arrivano le nostre portate e del mio "Bushman Sosatie" (piatto che consiglio) apprezzo particolarmente la carne di zebra ma soprattutto di orice. Da bere? Birra per tutti tranne che per me. Hanno un'ottima birra draught, la dominazione tedesca si fa ancora sentire.

Arriviamo alla sede di namibia-travel e con sollievo vedo che il problema non è nei sistemi di Emanuele ma di chi gli hosta il sito. In un paio di giorni, e dopo qualche ticket di supporto aperto, ho saputo che ha risolto i problemi.

Torniamo all'albergo abbastanza tardi ma la sveglia sarà praticamente all'alba, così come lo sarà per tutti gli altri giorni della vacanza.

Una rapida colazione internazionale ci rimette in condizioni di agire, anche se siamo ancora molto stanchi. Prima di imboccare la strada B1 che ci porterà a sud dobbiamo fermarci ad un supermercato per fare la spesa.

Pane, acqua, tè, latte, frutta, insalata, carne, zucchero, olio, aceto... solita spesa, ma in più: legna da ardere.

Carichiamo il pickup, macchine fotografiche pronte all'uso, inseriamo nell'autoradio il primo di una lunga serie di CD (che ci eravamo portati da casa), navigatore acceso e cartina sottomano; vamos!


Verso sud

Le canzoni contenute nei CD che si succederanno, rivelano l'anima rockettara di entrambi i viaggiatori. AC/DC, Van Halen, Iron Maiden, Ozzy Osbourne, Bon Jovi; ma anche James Taylor, John Mayer, Marc Cohn. Di tanto in tanto del country statunitense con Zac Brown Band, Brad Paisley, Jake Owen; anche del gran blues con Joe Bonamassa, Jeff Healey, Steve Ray Vaughan ed Eric Clapton. Non ci facciamo mancare il pop con Toto, Michael Jackson, Bruno Mars e molti altri. Qualche chicca? Journey, Spyro Gyra, Zappa ecc.

Questa sarà la colonna sonora che ci accompagerà per due settimane.

Ah, dimenticavo... poteva mancare Vasco?

E' strano guidare a sinistra, sembra di vedere il mondo da un'altra prospettiva, effettivamente poi mi sono reso conto che per la prima volta in vita mia ero a sud del mondo, i cieli sono diversi, le stelle sono diverse e pure l'acqua dello sciacquone gira in senso opposto.

Il Kalahari si rivela praticamente subito dopo lasciato la città di Windhoek. La parola kalahari deriva dalla lingua Tswana e significa: la grande sete. Qui, di acqua, se ne vede gran poca, c'è la stagione delle piogge, ma in questo punto il fenomeno è poco presente. Il terreno è arido, ghiaia e sabbia si succedeno alternati da ampie praterie di erba secca molto alta. Sono quattro i colori che dominano: il blu intenso del cielo, il giallo/verde sbiadito della prateria, il colore del terreno che cambia ogni 50 chilometri e la lingua nera di asfalto che spacca in due un paesaggio altrimenti infinito.

Il Toyota divora i primi chilometri di asfalto e la lancetta del livello del carburante non scende mai (grazie ai due serbatoi). I primi animali che incontriamo sono dei volatili. Il primo in assoluto rischio di investirlo io e si tratta di un Bucero dal becco giallo.

All'inizio non ci facevo molto caso, ma pian piano ti rendi conto che gli animali che vedi quotidianamente a casa, qui, sono diversi. Insetti, uccelli, mammiferi; ce ne fosse uno che conosco, ammetto la mia quasi totale ignoranza in materia, però ce ne fosse uno che avevo già visto in Italia.

Verso mezzogiorno ci fermiamo in una delle molte aree di sosta perfettamente attrezzate: tavolini e sedie in cemento con tanto di bidone della spazzatura. La Namibia è stata una bella sorpresa dal punto di vista dell'organizzazione e della pulizia in generale.

Ci facciamo un panino con del prosciutto, mangiamo una banana e ripartiamo. La nostra meta è il Kalahari Anib Lodge, situato a pochi chilometri ad est della cittadina di Mariental. Al lodge si accede entrando in una strada privata e sorvegliata, è il primo tratto sterrato che percorreremo, è una manciata degli oltre 3.500 che faremo. In totale percorreremo circa 4.200 km, di cui appunto 3.500 circa su strada sterrata.

Il lodge è molto bello e veniamo accolti da una ragazza carina che ci da il benvenuto offrendoci da bere del buon tè. Ci registriamo e ci rechiamo al campsite. Uno spettacolo, ogni campsite (ce ne sono in tutto 3) è molto distante dagli altri, isolato ed immerso nel bush icamera. E' ormai pomeriggio inoltrato e i tour con le jeep sono tutti già prenotati. Decidiamo quindi di fare un walk trail tra quelli segnati nella mappa che ci han dato alla reception. Ci avviamo lentamente sotto il sole cocente, ma la volgia di esplorare questo ambiente sconosciuto è troppo forte. Dopo una decina di minuti di cammino vediamo i primi animali, degli springbok in compagnia di un bufalo. Ma sono davvero lontanissimi. Cerco di catturare qualcosa col 100-400 ma con scarsi risultati, col binocolo di Steno si riescono a vedere un pò meglio.

Poco alla volta ci accorgiamo che siamo letteralmente circondati dagli animali: gnu, springbok, bufali e zebre. Proseguiamo a piedi per qualche chilometro e poi mi ricordo che mi ero comprato per l'occasione qualcosa che tenesse traccia di queste attività.

Attivo il gps a percorso inoltrato. Il tramonto sta per affacciarsi nel bush ed è uno spettacolo che non mi voglio perdere, inoltre Emanuele ci aveva raccomandato di non farci trovare in giro al buio: è il momento in cui i predatori vanno a caccia.

Ecco la traccia del breve trekking pomeridiano, ovviamente manca la prima parte del percorso.

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Siamo già nel nostro campsite quando il sole si colora di arancione e scalda il paesaggio intorno a noi. Le ombre si allungano, la percezione delle distanze cambia e tutto si dilata mentre con la dura luce del pomeriggio tutto si appiattisce. Ci accorgiamo anche che la ruota anteriore sinistra del Toyota Hilux è praticamente a terra, abbiamo forato, possiamo cambiarla con tutta calma e preparaci poi per la cena.

Iniziamo a fare il fuoco al calare delle tenebre, abbiamo qualche difficoltà a far prendere la legna anche se l'avevo tagliata in pezzi più piccoli con l'accetta in dotazione. Decidiamo di utilizzare la sterpaglia secca del bush. Meraviglia, basta un pezzetto di diavolina sotto la paglia che il fuoco praticamente si accende da solo. La brace è pronta in poco tempo e mettiamo sulla griglia la carne che avevamo comprato la mattina al supermercato.

E' Steno che si occupa del fuoco mentre io mi occupo di lavare l'insalata e "apparecchiare la tavola" se così lo si può definire.

Mentre mangiamo sentiamo dei rumori provenire dalla sterpaglia, puntiamo le torce in direzione del rumore e due occhi ci guardano curiosi; occhi che spariscono dopo qualche secondo. Solo poi ipotizziamo che poteva essersi trattato di uno sciacallo.

Come primo esperimento di BBQ non è stato male, ma a fine viaggio saremo degli esperti. Così come lo saremo nel montare e smontare la tenda. Il tempo per ogni operazione era inizialmente di circa 25 minuti. L'ultimo giorno abbiamo montato la tenda in meno di 7 minuti.

Con il buio arriva anche il freddo, non dimentichiamo che siamo a circa 1200 mt s.l.m. e stiamo uscendo dall'inverno. Il piacere di una doccia calda viene brutalmente spazzato via dal freddo che incontriamo uscendone.

La prima notte in tenda la passiamo infreddoliti, ci siamo dimenticati di portarci su la coperta e nessuno aveva voglia di scedere durante la notte mentre il termometro segnava 9°.

Dopo un sonno tormentato da incubi e freddo, la sveglia ci riporta alla realtà: una realtà buia e fredda, non è ancora l'alba. Scendiamo le scalette e prima di preparare la colazione, smontiamo la tenda. Emanuele ci ha consigliato di montare e smontare la tenda come prima cosa. Farlo dopo cena o dopo colazione potrebbe diventare una grossa perdita di tempo e ogni giorno abbiamo i minuti contati, o quasi. Tenda smontata, prepariamo la colazione: tè, pane, nutella, biscotti e un sorso di succo di frutta. Il peggior succo di frutta che abbia mai assaggiato in vita mia. Scopriremo solo dopo una settimana che si trattava di concentrato da diluire in acqua.

L'alba nel Kalahari è bella in modo assurdo. Rimango paralizzato davanti a questo spettacolo icamera, il mal d'Africa si sta pian piano facendo strada sotto la mia pelle.

Questo video preso dalla GoPro di Steno da un'idea di dove ci trovavamo.


Il deserto più antico del mondo

Partiamo prima delle 7:30 come consigliato da Emanuele, la prossima destinazione è Sesriem, una località formata solo da un distributore di benzina e da un campsite dello stesso proprietario.

La particolarità di Sesriem è l'accesso alle dune di Sossusvlei e al Deadvlei.

Durante la strada però faremo una deviazione per visitare il castello di Duwisib. Lungo la strada per Maltahöhe investo il primo volatile, ce ne sono davvero tantissimi e prima o poi doveva capitare, pace all'anima sua; Steno pareggerà i conti qualche giorno dopo. Sembra che si divertano a rischiare le penne (nel vero senso della parola) volando radenti al terrento, attraversando la strada nel momento esatto in cui stai passando tu con le tue tonnellate di jeep. E' proprio a Maltahöhe che abbandoniamo la strada asfaltata per la sterrata. Scendiamo e apriamo lo sportellino laterale del cassone, la depressione che si creerà dentro il vano posteriore del pickup ridurrà sensibilmente il quantitativo di polvere che si potrà depositare. Il primo tratto di strada è formato da un grosso strato di fine ghiaia bianca, il limite è di 60 kmh e dietro alla nostra Toyota si forma una nuvola di polvere lunghissima e altissima. Quando incrociamo le vetture che giungono dalla parte opposta è come attraversare la pianura padana in pieno inverno con la nebbia: non si vede nulla per qualche secondo, si fatica a vedere oltre il roll bar del 4x4. Non vediamo molti mammiferi però quasi ogni albero è casa di passeri repubblicani e i termitai alti oltre 4 metri non si contano. Poco alla volta il paesaggio cambia e iniziamo a salire di quota seguendo una bellissima strada che sale e scende come se fossero delle montagne russe di sabbia icamera.

Arriviamo al castello, foto di rito icamera e visto che è attrezzatissimo per le soste, con anche dei campsite, ci fermiamo per pranzare. Ad essere sinceri il castello è la cosa più trash che abbiamo visto in tutto il nostro viaggio. E' stato fatto costruire intorno al 1908 dal Capitano Barone Hans Heinrich Von Wolf con materiale fatto importare direttamente da Germania, Italia, Svezia e Irlanda; venne ultimato nel 1909. Se il castello è tremendamente trash, la strada per arrivarci e che poi ci  porterà a Sesriem è spettacolare; lunga, ma soprattutto attraversa la zona dove il Kalahari diventa Namib, sui monti del Naukluft. Ad oggi, è la strada con uno dei paesaggi più belli che abbia visto in vita mia. Un saliscendi incredibilmente colorato, un deserto infinito e antico che suscita in me una sensazione di inadeguatezza terribile. Capisci che non è posto per l'uomo, noi siamo solo di passaggio, gli unici esseri che lo popolano sono gli animali; capisci che quello è il loro territorio, immenso, inospitale, bellissimo icamera.

Ci fermiamo solo per dare aiuto ad un turista che aveva forato, lui ringrazia e dice che se la cava da solo. Una legge non scritta, sulle strade della Namibia, è quella di fermarsi quando si vede un'auto in panne per fornire aiuto. D'altronde le auto che passano non sono poi molte. Rischia di passare anche più di un'ora prima di incrociare un veicolo. Non manca molto alla sosta, una volta arrivati faremo rifornimento carburante e ci faremo riparare il pneumatico.

Mentre ci lasciamo il Kalahari alle spalle e ci immergiamo nel Namib decidiamo di filmare questo spettacolo, ci siamo portati dietro le GoPro, usiamole. Steno attacca la sua sul cofano del Toyota con uno degli adesivi in dotazione. Io di solito uso la ventosa, ma, ad esempio sul caschetto da snowbord uso l'adesivo. Adesivo che si può staccare facilmente compiendo una torsione sull'asse verticale.

Tutto pronto, ripartiamo. Se prima il paesaggio era stupendamente inospitale, ora è davvero ipnotico. Non sembra nemmeno di stare sulla terra, sembrano le foto scattate dai rovers su Marte. La cosa pazzesca è che in questo arido nulla di centinaia di chilomentri quadrati, vivono animali di grossa taglia come orici e gnu. Davvero non mi capacito di come possano resistere a tali temperature, mancaza di cibo, ma soprattutto in mancanza quasi totale di acqua.

Dopo una ventina minuti di ripresa decidiamo che può bastare, il paesaggio è nuovamente cambiato e i colori anche. Steno scende nuovamente dall'Hilux, smonta la action cam dal supporto e... panico. L'adesivo non si stacca.

Proviamo entrambi parecchie volte senza risultato. Evidentemente lo si può rimuovere dalla plastica, ma non dal metallo. Poco male, Steno riuscirà a toglierlo una volta arrivati a Sesriem.

Poco prima di arrivare alla meta vediamo in lontananza dei Lodge lussuosissimi posizionati in modo da essere terrazza verso un paesaggio poetico.

Finalmente arriviamo a destinazione al Sossus Oasis Camp Site e come da programma facciamo il pieno di gasolio, ci facciamo riparare il pneumatico e ci mangiamo un gelatino: io mi mangio un Magnum classic della Ola; è così che si chiama la Algida in Namibia.

Dopo esserci rifrancati andiamo ad occupare il nostro campsite. Anche questo con tutto l'occorrente: energia elettrica, acqua calda riscaldata con dei pannelli fotovoltaici, water, doccia, lavandino, grill.

Montata la tenda iniziamo a preparare da mangiare, accendiamo il fuoco con l'aiuto della sterpaglia che avevamo raccolto il giorno precedente in gran quantità e che finiremo solo l'ultimo giorno. Per la prima volta usiamo anche le nostre sedie da campeggio ma ci accorgiamo che sono entrambe rotte. Colpa nostra che non abbiamo controllato quando ci hanno consegnato il veicolo, dovremo prenderne due nuove che poi ci verranno rimborsate; il problema è che a Sesriem non ne hanno e a Swakopmund passeremo il fine settimana, ergo i negozi saranno chiusi, sorvoliamo sulla cosa, troveremo una soluzione. Mangiamo scomodissimi e poi ci rilassiamo un pochetto, l'indomani sarà una giornata faticosa. Mentre cerchiamo di sedere sulle sedie rotte e ci facciamo una partita a carte noto che degli animaletti indesiderati ci passano vicino ai piedi. Scorpioni. Mi rimetto di corsa le scarpe, sai mai.

La stanchezza si fa sentire presto, e come avverrà per tutto il resto della vacanza, ce ne andremo a dormire "subito dopo il carosello".

La notte passa velocemente, la tenda è un pò stretta ma confortevole, non faccio tempo a chiudere gli occhi che è già ora di svegliarsi.

Rimontiamo tutto e non facciamo nemmeno colazione, vogliamo essere tra i primi a varcare il cancello per Sossusvlei.

Sono circa sessanta i chilomentri che separano Sossusvlei da Sesriem, tutti di strada asfaltata e con limite di 60 km/h. Ci mangiamo veolcemente un panino una volta raggiunto il cancello, siamo i primi, ma dopo pochi istanti veniamo raggiunti da altri turisti.

Ci rendiamo conto che il periodo che abbiamo scelto è fantastico. Siamo fuori stagione, c'è poca gente e il clima è ideale. La primavera ha fatto capolino da poco, le giornate si allungano e le notti non sono più così fredde, mentre il periodo delle piogge è ancora lontano. E' un po' come andare al mare in Sicilia a settembre: poca gente e il mare è ancora caldo.

Finalmente aprono i cancelli e ci divoriamo la strada fino a Sossusvlei. Quello che vedono i miei occhi è qualcosa che non dimenticherò mai. Il primo sole all'orizzonte allunga le ombre delle dune, degli alberi e degli animali; alcune mongolfiere si alzano in cielo lontane icamera. La sabbia delle dune cambia colore man mano che il sole si fa forza: il marrone scuro diventa sempre più chiaro fino a virare verso il colore dei mattoni completando la metamorfosi con l'arancione. I pochi turisti che dormono nei lodge all'interno del cancello, sono stati accompagnati dalle guide in cima alle dune più alte, prima dell'alba, in modo da godere dello spettacolo da un punto di vista privilegiato. Noi però andiamo velocemente verso Sossusvlei, dove solo i 4x4 possono andare; vogliamo essere tra i primi a visitare il Deadvlei. Lungo la strada dobbiamo stare attenti ai numerosi springbok che attraversano la carreggiata, stare concentrati alla guida non è facile visto lo spettacolo a cui stiamo assistendo icamera.

Finalmente arriviamo al punto dove dobbiamo per forza inserire il 4x4: la strada asfaltata termina e inizia la pista sabbiosa.

Cerchiamo di far mente locale su quello che ci aveva detto Emanuele: "Andate con cautela, siate morbidi, seguite la strada, se vi impantanate non fatevi prendere dal panico. Inserite le ridotte e se ancora non ne uscite provate con la retromarcia. Mi raccomando, non fate girare troppo le ruote a vuoto, rischiate di scavare e di appoggiarvi sul semiasse!".

Fila tutto liscio per circa 400 metri, poi, inevitabilmente, ci insabbiamo. Proviamo di tutto, anche bloccando il differenziale, nulla. Scendiamo e iniziamo a spalare via la sabbia da sotto il Toyota. Nel frattempo facciamo segno ad altra gente di percorrere la strada accanto, insieme a noi si insabbiano altre due jeep.

Finalmente arriva la guida con i 4x4 per il trasporto dei turisti. Ci toglie dagli impicci a patto che però poi saliamo con lui, mica scemo.

Sale sul nostro Hilux e capiamo il trucco per uscire. Perchè non pensarci prima? E' lo stesso che si usa per uscire dalla neve: bisogna remare con lo sterzo, sinistra destra continuo e repentino. Pian piano la jeep esce dalla sabbia. La guida ci dice di dargli una mano e di spingere. Iniziamo a spingere e si uniscono a noi altri turisti. Che figura da principianti!!!

Finalmente la jeep è tratta in salvo, prendiamo le nostre cose e saliamo con la guida, ringraziando le persone che ci hanno aiutato e scusandoci poi con i passeggeri del nostro nuovo mezzo di locomozione.

Deserto 1, incompetenti 0! Vince il deserto a mani basse una partita senza sfida.

Dopo circa cinque chilometri di strada sabbiosa, magistralmente percorsa dalla nostra guida, arriviamo all'altezza del Deadvlei.

Scendiamo dalla jeep e percorriamo un breve tratto di deserto, risaliamo una duna abbastanza alta e finalmente vediamo questo posto fantastico.

Il Deadvlei o Dead Vlei è una depressione di creta bianca circondata dalle dune più alte del mondo, chiamate "Big Daddy" e alte mediamente 350 metri, le più alte superano anche i 400 metri. E' un'oasi particolare la cui pavimentazione è detta "sandstone", una specie di arenaria bianca. Dead Vlei è la traduzione di "palude morta". Il Deadvlei si è formato quando il vecchio fiume Tsauchab esondò creando delle pozze paludose nelle quali crebbero alberi di acacia. Quando il clima cambiò, le enormi dune circondarono le paludi e gli alberi morirono per mancanza d'acqua. Gli scheletri degli alberi sono neri perchè bruciati dal sole. Nonostante siano vecchi di circa 900 anni, questi alberi morti, non si decompongono data l'estrema siccità.

Descrivere questa località è davvero difficile e quando ne parlo mi rendo conto di non riuscire a spiegare le sensazioni magiche che ho provato quando ero lì. Anche le foto, per quanto belle possano essere non rendono giustizia icamera.

Credo che attualmente, sia il paesaggio più bello che abbia mai visto in vita mia, a mio avviso più bello anche della Monument Valley che, nella mia personale classifica, cede lo scettro al Deadvlei icamera.

Scendere dai "Big Daddy" è anche estremamente divertente e faticoso vista la pendenza e la consistenza della sabbia che ti fa sprofondare fino alle ginocchia.

Ci allontaniamo dal Deadvlei a malincuore, ma dobbiamo ancora visitare Sossusvlei e risalire la Duna 45.

Arrivare a Sossusvlei è questione di pochi minuti, è un pianoro simile a quello del Deadvlei, sempre con la stessa sabbia salina essiccata, ma questa volta gli alberi che lo abitano sono vivi icamera. Di quando in quando il fiume secco Tsauchab, durante le rare alluvioni, si riempie ed allaga il vlei. Ovviamente non avviene tutti gli anni, ad oggi (Novembre 2014), l'ultimo allagamento del Sossusvlei risale al 1997. Tra l'altro è luogo abitato da qualche sciacallo che fa capolino tra alcuni cespugli.

Torniamo alla nostra jeep ma questa volta voglio provare io a vedere se riesco ad insabbiarmi. Mi è andata bene. Paghiamo la guida e ci dirigiamo verso la Duna 45. Famosa perchè situata al 45esimo chilometro dopo il cancello di Sesriem ed è anche quella che più si avvicina alla strada.

Di seguito la mappa del percorso effettuato dal Deadvleifino alla Duna 45.

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Il sole è già alto quando iniziamo la risalita e infatti, insieme a noi, solo una coppia di olandesi e una di italiani tenta la scalata.

Il caldo è violento, dal pan si alzano delle correnti roventi che vengono sfruttate da enormi corvi dalla livrea nera e bianca. Facciamo un paio di pause per bere, fa davvero caldissimo icamera. Sotto di noi, accovacciato all'ombra di un'acacia, un orice ci guarda curioso come a dire: "ma guarda sti idioti, ma chi ve lo fa fare con sto caldo?". Se lo pensasse, non avrebbe nemmeno tutti i torti.

Una volta in cima, tutta la desolazione del Namib si rivela. Spazi immensi, dune a perdita d'occhio icamera. La lingua di sabbia che separa Sossusvlei dall'oceano Atlantico è di circa 60 chilometri. Più a sud ci sono anche le dune pietrificate, ovvero dune la cui superficie si è fossilizzata, non riusciamo a visitarle per questione di tempo. Da quello che ci hanno detto, sono più facili da attraversare che da scalare. Sotto lo strato fossilizzato, la consistenza della sabbia è talmente impalpabile che si rischia pericolosamente di esserne risucchiati, tipo sabbie mobili.

Ecco la salita alla Duna 45.

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Tornando indietro, prima di uscire dal cancello, visitiamo il Sesriem Canyon. Un piccolo canyon che si riempie durante le poche piogge. Nulla di incredibile, se non il caldo pazzesco al suo interno. Decidiamo di tornare al campsite e visto che non è molto tardi, riposiamo un pochetto.

Ci fermiemo anche al bar a prendere un gelato rigenerante e una bibita fresca.

Montiamo la tenda alla velocità della luce e proviamo a vedere se riusciamo a fare il bagno nella piccola piscina situata nel centro del campsite. L'acqua è davvero freddissima però ormai ho deciso, è una questione di principio, il bagnetto va fatto. Sono talmente accaldato che tuffarmi dentro a quella pozza gelata potrebbe uccidermi, entro un pò alla volta anche se è una tortura e dopo un primo tentativo fallito riesco a farmi un breve bagno. Esco dalla piscinetta, mi asciugo e in attimo sono in tenda a riposare mentre Steno tenta la via della dormita all'ombra vicino alla piscina.

Il tramonto scende lentamente sul campsite, alcuni ritardatari arrivano e montano di corsa le loro tende, per la maggiorparte sono turisti come noi, altri invece sono organizzatissimi e hanno delle jeep superattrezzate.

Dopo due giorni di grigliata, questa sera tocca alla pasta. Mettiamo a bollire l'acqua, cuociamo la pasta e ci aggiungiamo il sugo pronto. Con stupore è pure molto buona, praticamente uguale a quella che abbiamo in Italia, sia come pasta, che come sughi.

Dopo aver mangiato e lavato le stoviglie ci sediamo sempre con difficoltà sulle sedie rotte e ci godiamo la brezza che si è alzata e che arriva stranamente dal continente e non dall'oceano. All'improvviso sentiamo due cavalli al galoppo.

Davanti a noi non sfrecciano due cavalli, ma due orici che se ne vanno alla piscina a bere un po' d'acqua. Anche questa è Africa.

Dopo la scenetta curiosa ci corichiamo e la brezza di qualche ora prima si trasforma prima in un vento forte, poi in tempesta con raffiche spaventose. Non dormiamo nemmeno un minuto, fuori il vento ulula e sferza la nostra tenda tanto da far muovere anche il pesante Hilux. Abbiamo paura che si strappi e ogni tanto accendiamo la luce delle nostre Petzl per vedere che sia tutto apposto. Speriamo che finisca presto.

Vana speranza, il vento si intensifica sempre più e siamo quasi tentati di chiudere tutto e dormire in auto. Lo sbattimento però sarebbe troppo e rischiamo.

Il risultato è una nottata passata totalmente in bianco e all'alba decidiamo di partire.

Dovremo attraversare tutto il Namib e arrivare finalmente sulla costa: Walvisbaai prima e Swakopmund poi.

Il vento durante il viaggio è sempre fortissimo e sfortuna vuole che la seconda volta che foriamo, sia proprio in mezzo alla bufera.

Cambiare il pneumatico è un'impresa con la polvere che entra ovunque, irrita gli occhi e i polmoni. Riusciamo nel pit-stop con non poche difficoltà e ci rimettiamo in marcia. La prossima sosta sarà nel piccolissimo paese di Solitaire dove fanno una torta di mele famosa per la sua bontà.

Una particolarità di queste strade è la presenza di quando in quando di rottami di vecchie automobili, cannibalizzate tanto da non risconoscerne il modello.

Solitaire è il cimitero di queste auto. Furbamente però ne hanno fatto decoro per i turisti icamera. Sostiamo sia per far riparare il pneumatico che per assaggiare la Apple Pie che è davvero spettacolare. D'altronde, la dominazione tedesca ha lasciato anche questa eredità. Un retaggio di pasticceria davvero notevole.


Where dunes and ocean meet

I tragitti in macchina sono talmente lunghi che ormai la rotazione dei CD è quasi arrivata alla fine.

E' sulle note del concerto Live di John Mayer "Where the light is" che affrontiamo la lunga strada sterrata C14 che ci porta da Solitaire a Walvisbaai.

Il primo tratto è immerso nel bush, con ampie praterie che ci circondano, stranamente il sole viene coperto a tratti da qualche nuvola, il vento sta finalmente calando e ci stiamo abbassando di quota. Percorriamo rettilinei senza fine per un tempo indefinito. Di punto in bianco il bush si interrompe e strane conformazioni rocciose prendono il suo posto, vagamente ricordano un piatto di sfogliatelle napoletane icamera. La strada diventa tortuosa e scende rapidamente. Stiamo per attraversare il Gaub River, anch'esso un letto asciutto che si riempirà con le prime pioggie. Così come è scesa, la strada risale con alcuni tratti asfaltati. Non ci sembra vero, ma è solo una vana speranza. Appena risaliti sull'altopiano, la strada torna completamente sterrata. Ci diamo il cambio e sarò io a dover percorrere il tratto di strada più monotono. Ovviamente sempre sterrato, ma questa volta, sembra un'autostrada sterrata. Carreggiate di tre corsie per senso di marcia, tutte sterrate immerse in un paesaggio tipicamente lunare. Sabbia marrone, sabbia grigia, sabbia bianca, sabbia gialla. Niente colline, niente sterpaglia, niente animali, nemmeno volatili. Un piatto immenso, solo qualche cespuglio qua e la. Due volte in tutta la vacanza ho rischiato di addormentarmi alla guida, la prima è questa. Solo l'arrivo a Walvisbaai con relativa pausa pranzo mi rimette in sesto. Siamo arrivati in grande anticipo e abbiamo tempo di andare a vedere la strada delle Welwitschia mirabilis.

La Welwitschia è una pianta millenaria che cresce solo nell'Africa sud-occidentale nelle zone desertiche del Kalahari e del Namib. Le più antiche sembra si trovino vicino alla cittadina costiera di Swakopmund, 40 chilometri a nord di Walvisbaai. Da Walvisbaai non percorriamo la costiera, ma la parallela dall'altra parte delle dune. Strane nuvole coprono tutta la costa ma con una linea netta si esauriscono una decina di chilometri nell'entroterra, è come se il cielo fosse il negativo della terra, sfasato di una decina di chilometri.

Prendiamo la strada C28 verso est e poco dopo ci inseriremo nella D1991 conosciuta anche come "the world's most horrible corrugated road" che ci porterà prima ad un viewpoint sul Moon Landscape icamera e poi alle Welwitschia mirabilis.

La strada è talmente corrugata da obbligarci a percrorrerla per lunghissimi tratti a passo d'uomo, percorrerla a 30 all'ora ci avrebbe portato alla distruzione delle sospensioni del Toyota, al mescolamento delle nostre ossa e allo sbriciolamento delle otturazioni. Il corrugato era talvolta superiore ai 10 centimetri di altezza e 30 di lunghezza; praticamente un massacro. L'andamento a passo d'uomo però ci costringe ad ammirare il bellissimo paesaggio lunare che stiamo attraversando e ci permette di scoregere le famigerate piante. Saranno anche millenarie ma sono brutte come la morte icamera.

Arriviamo a Swakopmund che è già il tramonto, dopo tre notti in tenda dormiremo nuovamente su un letto per due notti, ma non prima di aver fatto la spesa per i cinque giorni di campeggio che seguiranno la sosta nella bella cittadina costiera.

La nostra casa a Swakopmund è il Namib Guesthouse, un alberghetto davvero carino con tutti i comfort. Portiamo dentro i bagagli e ci facciamo una doccia. Abbiamo ancora del tempo prima di recarci al The Tug, il ristorante più famoso e rinomato della città. Approfittiamo della presenza della Wi-Fi e telefoniamo a casa usando Skype. Leggo qualche mail, mando qualche messaggio su Whatsapp. Ci manca poco che mi addormenti prima di uscire, anzi, credo proprio di essermi addormentato. Subito prima di uscire telefoniamo per sicurezza  alla Pleasure Flight, un'agenzia che organizza voli panoramici sopra il deserto del Namib e sopra la costa. Avevamo prenotato il tour che ci portetrà sopra Sossusvlei e tornando sorvolerà le gigantesche dune che terminano direttamente nell'oceano. Ci rassicurano che tutto è ok e che il pilota ci sarebbe venuti a prelevare l'indomani a mezzogiorno direttamente in albergo. L'aereo che utilizzeremo sarà un Cessna 210 Centurion. Un velivolo dalle caratteristiche curiose. Steno, appassionato di volo, mi racconta che quel tipo di aereo ha avuto poco successo di vendita perchè ha dei problemi conclamati col carrello. A differenza della maggiorparte dei Cessna che hanno il carrello statico, il 210 ha un carrello retrattile.

I morsi della fame si fanno sentire insistentemente; grazie alla prenotazione, prendiamo posto subito e ordiniamo il piatto tradizionale del ristorante: "The Tug Seafood Extravaganza" che comprende gamberi grigliati, cozze, un pese San Pietro, Kabeljou e Kingclip (pesci sudafricani), il tutto servito con insalata, patate e riso. Come antipasto prendiamo delle ostriche. Il vino locale bianco non è male, è un tipo di cabernet sauvignon abbastanza fresco e secco. Devo dire che non si è mangiato male, però per circa 60€, visto il costo locale della vita, mi sarei aspettato qualcosa di più.

Rientriamo alla guesthouse che siamo davvero provati dalla stanhezza, appoggio la testa sul cuscino e mi addormento subito.

La mattina partiamo un pò più tardi del solito per tornare a Walvisbaai dove ci aspetta un tour guidato a Sandwich Harbour di mezza giornata. Siamo gli unici due prenotati, la guida sarà tutta per noi.

Jan, la guida locale, ci carica a bordo di un Land Rover Defender molto vecchio, ci spiegherà più tardi che è l'auto di back-up icamera. Quel Defender deve averne viste di tutti i colori; non ha cruscotto, non ha i rivestimenti delle portiere e la portiera lato guida si continua ad aprire. Ruggine ovunque, davvero è come se avesse fatto la guerra. Notiamo però che le sospensioni sono nuove di stecca e le gomme (grandissime e liscissime) sono praticamente a terra da quanto sono sgonfie, 0.8 bar ci spiegherà Jan, ottime per del sano fuoristrada sulle dune.

Non facciamo nemmeno cento metri che ci fermiamo per caricare il nostro pranzo che è compreso nel prezzo dell'escursione.

La prima parte del tragitto è su asfalto, costeggiamo il lungomare dove vediamo delle splendide ville che si affacciano sull'oceano, sono le case vacanza di ricchi imprenditori e general manager di ogni parte del globo ma principalmente del Sudafrica. E' impossibile non accorgersi delle migliaia di fenicotteri che popolano la baia icamera, sono davvero tantissimi e quando spiccano il volo sono davvero splendidi.

Poco dopo lasciamo la strada asfaltata per correre con la jeep lungo la spiaggia, dove arrivano le onde, come nei film. Prima però vediamo, dall'alto di una duna, la grande salina di Walvisbaai, notiamo subito il colore del sale che è rosa. Arriviamo all'ingresso del Naukluft, il più grande parco nazionale Namibiano che si estende fino al confine col Sudafrica. Appena varcata la soglia ci rendiamo conto di essere già completamente lontani dalla civiltà. Deserto di "Big Daddy" alla nostra sinistra e un ruggente Atlantico alla nostra destra. Dobbiamo raggiungere Sandwich Harbour, una laguna naturale ad una cinquantina di chilometri a sud di Walvisbaai. Proviamo ad avvicinarci lungo la costa ma la marea è alta, ci spiega Jan, arriviamo dove ci è consentito da madre natura e poi torniamo indietro. Arriviamo nel punto esatto dove i "Big Daddy" si tuffano direttamente nell'oceano icamera. Uno spettacolo da togliere il fiato. Ogni anno, spiega Jan, decine di turisti si bloccano con le loro jeep in questo tratto di costa, molti vengono recuperati, altri, più avventati, muoiono rovesciandosi coi loro 4x4 sulle dune del Namib. Sinceramente ci chiediamo come sia possibile farsi del male in posto dove è tutto così morbidamente stupendo. Per raggiungere la laguna dobbiamo quindi deviare su un percorso non battuto sulle altissime dune del Namib. La guida sapiente di Jan lungo le sinuose curve delle dune ci porta in brevissimo tempo in cima ai Big Daddy. Non si ferma mai, controlla la possibile pista dalla portiera che ogni venti secondi si apre; lui la richiude violentemente, più violentemente la chiude e meno lei sta chiusa. "This is a brand new car?" è la mia domanda e con questa rompiamo il ghiaccio. Da guida computerizzata, Jan, si trasforma nel ragazzone della baia che fa questo lavoro da una vita, è fidanzato con una ragazza di Milano ma a causa del lavoro non è mai potuto venire in Italia anche se gli piacerebbe un mondo. Ci racconta della vecchia dominazione tedesa che prendeva possesso della costa; di come schiavizzassero le persone di colore per cercare la più grande fonte di ricchezza della namibia: i diamanti. "C'è un punto non molto lontano da qui" - dice Jan - "dove i diamanti li puoi trovare in superficie, peccato non poterci andare." "Per quale motivo?" chiedo io. "Perchè sparano a vista" incalza lui serafico. Di punto in bianco ferma la jeep. Ci fermiamo su una duna altissima per ammirare il panorama icamera. Dopo una breve sosta ripartiamo. "Ora vi faccio provare una discesa con pendenza al 100%". Non nego di essere eccitatissimo, come sulle montagne russe prima della discesa iniziale. Dopo un paio di check della duna, Jan, avanza fino al punto di non ritorno. "Solo i Defender possono fare quello che stiamo per fare" e si butta giù dalla discesa. Non si va veloci, ma la pendenza è estrema. Ora capisco perchè la gente ci si ammazza ogni anno. Quando inizi a salire le dune perdi totalmente il senso delle distanze e delle altezze, guardi sempre la duna alta di fronte a te e non ti rendi conto che quella su cui sei potrebbe interrompersi in un precipizio e non scendere dolcemente come ti aspetti. "Il segreto" - dice - "è l'esperienza, non farsi prendere dal panico e non andare alla cieca. Le dune sono mutevoli col vento, il deserto cambia, lentamente, ma si muove. La cima dell duna che hai scavalcato ieri, oggi potrebbe essersi rotta e cadere nel vuoto.

Dopo un'oretta di puro divertimento arriviamo alla laguna naturale. Purtroppo non ci sono le foche, se non un cadavere dilaniato probabilmente ucciso da qualche squalo, arenato sulla spiaggia e svuotato dagli uccelli o da qualche sciacallo. Uno stormo di fenicotteri prende il volo non appena mettiamo piede sulla sabbia.

Facciamo un giretto intorno alla laguna e al nostro ritorno troviamo il tavolo apparecchiato con il cibo pronto e una bottiglia di prosecco locale decisamente buona.

Tra tante cose, ci ha stupito la bontà delle ostriche. A me piacciono molto e quando le trovo, le mangio. Mai mangiate così buone, non serviva nemmeno il condimento del limone da quanto erano dolci e grandi.

E' tempo di tornare alla base, dobbiamo essere in albergo entro le 13:30 perchè ci verrà a prendere il pilota e ci porterà in aeroporto per il giro sopra la Namibia.

Anche il ritorno sulla jeep di Jan è divertentissimo, il saliscendi sui "Big Daddy" è davvero uno spasso. Tornati a Walvisbaai lo salutiamo e ripercorriamo la bella strada costiera fino a Swakopmund.

Poco prima dell'appuntamento ci squilla il cellulare Namibiano, sarà Emanuele o il pilota che è in anticipo?

Purtroppo, nulla di tutto questo. Era una ragazza della Pleasure Flight che ci avvisava che purtroppo il nostro aereo si era guastato in fase di atterraggio e che quindi non avremmo potuto volare. Il presagio del Cessna 210! Lo aveva detto Steno che quell'aereo aveva problemi. Ma porca miseria, siamo davvero sfortunati, tanto che la signorina al telefono mi dice che ha provato a metterci in qualche altro volo con altre agenzie, ma purtroppo era tutto pieno. Il nostro tentativo di rivolgerci successivamente all'aeroporto di Swakopmund non va a buon fine. Niente da fare, non si vola.

Siamo davvero abbattuti dalla notizia, avevamo organizzato tutto per poter volare, avevamo rinunciato anche al Sand Boarding (snowboarding sulle dune).

Abbiamo tutto il pomeriggio libero, sarebbe un peccato sprecarlo, vediamo allora quali attività possiamo ancora fare. Lungo la strada costiera che collega le due cittadine, poco a sud di Swakopmund, avevamo visto il cartello che pubblicizzava "Desert Explorers - Sand Boarding and Quad Tour". Ci rechiamo quindi alla Desert Explorers e chiediamo se ci sono delle attività che possiamo fare nel pomeriggio.

Purtroppo il Sand Boarding lo si può fare solo fino alle 13:30 e ormai sono passate le 15:00. Possiamo però fare il tour di un'ora con il quad sulle dune.

Perchè no?

Ci iscriviamo e subito arriva la nostra guida, di cui purtroppo non ricordo il nome. Ci vengono forniti caschi, sottocaschi e veniamo condotti ai quad. Possiamo scegliere il piccolo monomarcia oppure il tremendo e scorbutico 4x4 a marce.

Inutile specificare la scelta. A differenza delle moto, l'acceleratore, è una leva sul manubrio destro e la marcia neutra non è tra la prima e la seconda ma è sotto la prima; praticamente dobbiamo premere il pedale del cambio più volte fino in fondo.

Siamo talmente presi dalla cosa che non ci portiamo dietro, nè cellulare, nè macchina fotografica.

Ci vengono spiegati alcuni importanti segnali che ci farà con le mani: dare gas, rallentare, pericolo a destra, pericolo a sinistra. Ok ci siamo.

Partiamo e subito mi accorgo che la leva del gas è tremendamente dura, il quad "tira" paurosamente verso sinistra e non rimane acceso nemmeno in folle se non si da' un minimo di gas.

La guida in testa, Steno in seconda posizione ed io che chiudo la mini carovana. Appena lasciata la striscia d'asfalto che ci conduce in mezzo alle dune, mettiamo le enormi ruotone nella sabbia, il quad bike magicamente non tira più a sinistra e diventa davvero facile da portare.

Dopo i primi dieci minuti di "test", la nostra guida capisce che abbiamo già preso confidenza con lo strano veicolo e non ci risparmiamo di certo quando dobbiamo darci dentro col gas. Iniziamo le prime paraboliche sui Big Daddy e ci divertiamo come dei bambini con la loro prima bicicletta da cross con le marce e gli ammortizzatori (soltanto i più "datati" coglieranno).

Ci addentriamo sempre di più sulle gigantesche dune del Namib con i nostri quad fin quando non arriviamo al più alto dei Big Daddy della zona. Siamo a metà strada e solo allora, durante una breve pausa per far riposare il pollicione della mano destra completamente indolenzito a causa della leva del gas durissima, mi accorgo che potevo almeno attivare il GPS. Detto fatto.

Purtroppo però, piegando il polso, metterò in pausa la registrazione della traccia e ne uscirà qualcosa in parte indecifrabile. Si capisce però, grossomodo, qual è il percorso che abbiamo fatto a bordo dei nostri quadricicli con gli steroidi.

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Con la gola secca, irritata dalla polvere e dalla sabbia, concludiamo il nostro giretto e sui nostri volti sono stampati dei sorrisoni che paiono quasi delle paresi.

Torniamo a Swakopmund e andiamo a caccia di un ristorante per la sera. Quello da cui volemamo andare purtroppo era chiuso e quindi abbiamo ripiegato sul Kückis Pub, col senno di poi, con estrema fortuna. Controlliamo su Tripadvisor e vediamo che ne parlano molto bene.

Non contenti dell'ottima cena di pesce della sera prima, ritentiamo la fortuna e ordiniamo un "Seafood Platter" per due. Acqua per me e una Windhoek Draught per Steno.

Il posto è davvero grazioso, alle pareti sono appesi: foto raffiguranti scene di volo principalmente della seconda guerra, pezzi di aereo e la coda intera di un Cessna 210, ma guarda un pò! E' una persecuzione.

Il gigantesco piatto di pesce arriva velocemente e più o meno sono gli stessi pesci mangiati la sera prima ma: più buoni e cuncinati meglio. Le ostriche sono assurdamente squisite, il San Pietro è stato spazzolato alla velocità della luce.

Non solo abbiamo mangiato meglio, ma abbiamo pure pagato meno. Recensione positiva su Tripadvisor meritatissima.

Torniamo all'albergo soddisfatti e ci gustiamo la penultima notte su un vero letto, il prossimo, lo vedremo solo a Windhoek l'ultimo giorno. Ci aspettano cinque giorni di viaggio e relative nottate in tenda.


Terra dei Damara

Il mattino di buon'ora, come sempre del resto, partiamo in direzione nord.

Per una cinquantina di chilometri costeggeremo la costa fino a Hentiesbaai. E' lunedi, finalmente i negozi sono aperti e forse troveremo delle sedie da campeggio.

Prima di arrivare al piccolo paese ci imbattiamo in uno dei numerosi relitti che popolano la Skeleton Coast, chiamata così non a caso. Si tratta di un peschereccio angolano naufragato nel 2008 icamera.

Foto di rito e finalmente arriviamo ad un negozietto di articoli da pesca, forse hanno quello che cerchiamo. Purtroppo non tengono articoli da campeggio ma ci indicano un negozio, poco più avanti: Build It. Mentre usciamo, noto che la ragazza sta ridendo con la sua collega e per un attimo ho pensato "Ecco, ci hanno preso per il culo..." pensando alla traduzione di "build it" = costruiscitelo!

Senza quasi un briciolo di speranza saliamo in macchina e incredibilmente esiste un "Build It" store, scoprirò solo successivamente che si tratta di un franchising sudafricano.

Finalmente abbiamo due sedie nuove di zecca. Potremo sederci come due cristiani e mangiare comodi. Abbandoniamo l'ultima striscia di asfalto ad Hentiesbaai e ritorniamo sullo sterrato. Prossima tappa: Uis, dove faremo rifornimento e faremo riparare la ruota di scorta che mal ci avevano riparato a Sesriem.

La stanchezza alla guida si fa sentire prima del solito e i cambi sono più frequenti. Il paesaggio che ci circonda cambia in continuazione ma in ogni sua sfumatura, cambio di colore e consistenza, una cosa rimane sempre uguale: l'inospitalità. In questi lunghi tragitti in auto parli davvero di tutto, del viaggio che si sta facendo, di viaggi che hai già fatto e di viaggi futuri che vorresti fare. Parli della tua vita, degli amici, della famiglia, ti lasci andare a vecchi ricordi e ti rendi conto come tante cose siano cambiate e quante invece sono rimaste immutate. La cosa bella è che non si parla quasi mai del lavoro e non si sa mai che giorno è. Per noi, il venerdì, è durato praticamente quattro giorni. E' stato come entrare ne "La zona del crepuscolo" di Dylan Dog. Un salto a velocità luce dove spazio e tempo non hanno più senso per come li misuriamo noi.

Solo il cartello stradale "Uis 5 km" ci fa uscire dalla velocità luce: dobbiamo fermarci.

Uis è una piccola cittadina praticamente disabitata nonostante sia giovanissima. E' nata all'inizio del XX secolo come stazione mineraria per l'estrazione dello stagno. Nel 1998 l'attività venne interrotta e da allora la cittadina si sta svuotando completamente.

Non si sente più parlare inglese, ora sentiamo parlare solo lingue africane.

Mentre sostiamo per il rifornimento e per la riparazione del pneumatico arriva un anziano a bordo di una bici tutta particolare. Il cavalletto era fatto da un pezzo di cechio di un'altra bici, nel cestino portava una batteria da 9V a cui aveva collegato: fanali, indicatori di direzione e un improbabile impianto stereo da cui provenivano le note di "Living for the city" di Stevie Wonder. Peccato non aver fatto una foto.

Non siamo nemmeno a metà strada e dobbiamo assolutamente rimetterci in moto, ma la riparazione del pneumatico è più lunga del previsto e la nostra sosta in quel luogo dimenticato da Dio dura più di un'ora.

Finalmente possiamo rimetterci in marcia, ci accorgiamo che stiamo nuovamente salendo di quota e un cartello ci avvisa che stiamo entrando in una zona popolata da elefanti, più precisamente elefanti del deserto icamera.

Il paesaggio muta ancora e il traffico, se così possiamo definirlo, si dirada ulteriormente. Qui è davvero difficile incrociare altri veicoli, le dita di una mano bastano e avanzano per contare il numero di vetture incrociate tra Uis e Twyfelfontein. Verso mezzogiorno ci fermiamo lungo la strada per pranzare col classico panino, non vediamo più aree di sosta da Swakopmund e siamo costretti a fermarci in mezzo alla carreggiata. Poco male, non arriverà nessuno. Il silenzio è assordante, non si sentono nemmeno più le cicale, è davvero inquietante. E' già pomeriggio inoltrato quando arriviamo a Twyfelfontein e abbiamo tre cose da vedere: le "Organ Pipes", la montagna bruciata e le incisioni rupestri.

Arriviamo alle Organ Pipes dopo aver attraversato il letto di un torrente completamente secco ma con molti alberi, qui, l'acqua, deve scendere più abbondantemente rispetto ad altre parti.

La guida locale prende nota dei nostri nomi e prima di scendere a vedere le canne d'organo ci chiede se abbiamo avvistato gli elefanti, un piccolo branco di elefanti del deserto sta scendendo lungo il letto del torrente: "Se siete fortunati, al rientro, li potete vedere".

Le "Organ Pipes" sono delle colonne di roccia che somigliano vagamente a canne d'organo, circa 120 milioni di anni fa la dorelite, dopo un'eruzione, si solidificò fino a formare queste colonne verticali icamera.

Ad essere sincero mi aspettavo qualcosa di più imponente, il sito è davvero piccolissimo e le canne d'organo sono molto basse.

Poco più avanti possiamo vedere la "Burnt Mountain", una piccola montagnola di calcare di circa 200 milioni di anni fa. Durante la formazione delle Organ Pipes, la lava, si insinuò nel calcare di questa montagnola dando origine al colore singolare delle rocce: nere tanto che sembra che un incendio si sia spento da poco icamera.

La cosa singolare è che una Welwitschia mirabilis è cresiuta proprio su questa montagnola icamera.

Non ci rimane che visitare il sito delle incisioni rupestri poco distante da qui.

Parcheggiamo il pickup e ci rechiamo all'ingresso del sito, dove pagheremo il biglietto d'ingresso e ci verrà assegnata una guida.

La ragazza che ci guiderà è nativa Damara e parla il linguaggio damara, un singolare linguaggio composto oltre che da parole da "click". I click sono suoni percussivi emessi schioccando la lingua. Ci sono quattro diversi tipi di click e a seconda del tipo e della posizione del click stesso, la parola cambia di significato. Per farci capire di cosa sia il linguaggio damara, ci da una piccola dimosrtazione, spiegando il significato di alcune incisioni nella sua bellisima lingua natìa.

Purtroppo non abbiamo fatto un video perchè chi ha colti impreparati, ma su youtube ci sono tantissimi esempi.

Queste incisioni sono di circa diecimila anni fa, fatte dalle antiche popolazioni boscimane, per lo più cacciatori.

La maggiorparte delle incisioni raffigura animali e quasi mai uomini. In alcuni singolari casi vengono raffigurati animali con parti umane, tipo "The lion man": un leone con la parte finale della coda a forma di mano umana icamera.

La visita dura circa un'ora e ci viene mostrata anche la sorgente che da' il nome alla località. Twyfelfontein è una sorgente intermittente che risulta più o meno attiva in base alle piogge.

Sulla strada del ritorno che ci porterà al nostro campsite, mentre stiamo per riattraversare il letto del torrente in secca, facciamo un bellissimo incontro. Il piccolo branco di elefanti del deserto di cui ci aveva parlato la guida alle Organ Pipes sta tornando indietro. Sono circa una decina, non fanno molto caso alla piccola truppa di auto che si è fermata per ammirarli. Scendo per fare delle foto rimanendo a debita distanza, riesco a riprendere bene i due ritardatari: una femmina col piccolo che brucano le foglie sui rami di alcuni grandi alberi icamera.

Dopo aver fatto alcune foto, mi godo il passaggio di questi grandi pachidermi. Così come sono apparsi, se ne vanno con la loro andatura flemmatica, scomparendo poco dopo.

E' la prima volta che vedo degli elefanti in natura, che spettacolo. Questa, è una delle tante "prime volte" in questo incredibile viaggio.

Il Mowani Mountain Camp è il sicuramente il campsite più bello di tutto il viaggio.

Offre meno comfort rispetto ad altri. Non c'è la corrente e per avere acqua calda dobbiamo alimentare un boiler a carbone; però la location e il paesaggio sono da togliere il fiato icamera. Decidiamo di effettuare un time-lapse del montaggio della tenda (appena sarà montato lo pubblicherò).

Anche oggi ceneremo con una bella grigliata di carne, ma questa volta potremo sedere sulle nostre sedie nuove.

Il sole non fa tempo a tramontare che una grandissima luna piena illumina a giorno il paesaggio. Monto il cavalletto e mi faccio un "selfie" a lunga esposizione con la luce della luna: sembra la luce del sole a mezzogiorno icamera.

L'alba nel damaraland è forse la più bella che riusciamo a vedere insieme a quella di Sossusvlei.

Il tragitto che ci porterà ad Opuwo, una cittadina nel nord della Namibia, a circa 180 chilometri dal confine con l'Angola e dalle Epupa falls, sarà interminabile; non tanto per la lunghezza, ma per le strade, che nella regione del Kunene sono davvero messe maluccio. Ci sono tantissimi guadi in secca ed ad ogni guado dobbiamo rallentare a causa delle taglienti pietre che li pavimentano. Ma è proprio su questa strada che vediamo la prima giraffa. A dire la verità non ci eravamo nemmeno accorti della sua presenza, sono delle persone a bordo di un carretto trainato da un asino che ci indicano la direzione dove guardare. Tra le cime degli alberi spunta la testa di una giraffa, sembra essere più curiosa lei di noi, ma come abbiamo modo di constatare subito, si tratta di un animale estremamente pauroso. Non appena ci fermiamo smette di brucare e non facciamo nemmeno in tempo ad inserire la retro che se ne è già andata icamera.

La strada prosegue verso nord e arrivati a Sesfontain proseguiamo sulla C43 che ci porterà a superare il Joubert Pass. Se non avessimo avuto questa jeep avremmo dovuto allungare di tantissimo la strada in quanto in cima al Joubert Pass la strada è davvero messa malissimo tanto da costringerci ad usare sia la trazione integrale che le marce ridotte. E' lungo questa strada che vediamo le prime donne Herero. La loro particolarità è nell'abbigliamento coloratissimo che le contraddistingue. Il paesaggio è mutato ancora, non è bellissimo, ma, come sempre, inospitale. Vediamo anche i primi pastori che pascolano centinaia di capi di caprette. Uno ci ferma e ci chiede dell'acqua. Era solamente un ragazzino.

Più si procede verso nord, meno densamente popolata è la zona. Non incrociamo auto da ore, fermarsi qui, sarebbe drammatico. E' all'ombra di un gigantesco baobab che consumiamo il nostro veloce pranzo icamera. La strada verso Opuwo è ancora lunga.

Opuwo è la capitale della regione del Kunene, conta circa 5000 abitanti, per lo più himba ed herero. Più a nord di Opuwo inizia la regione del Kaokoland, una delle più selvagge dell'Africa.

Dopo aver fatto rifornimento e la spesa nel piccolo supermercato ci rechiamo al nostro campsite. E' qui che finalmente passiamo il primo pomeriggio di vero relax. La struttura dell' Opuwo Country Lodge è davvero bellissima e fuori c'è anche una piscina piccola ma con un panorama sul Kaokoland incredibile.

Il campsite del Country Lodge non è dei più belli, ha tutto, compreso la corrente elettrica, ma rispetto agli altri è  meno bello. L'ospite della serata è una bellissima gattina grigia che ci tiene compagnia per tutta la cena, è talmente piena di polvere che l'ho chiamata Dust.

La spesa che abbiamo fatto il pomeriggio è particolare. Abbiamo dovuto aggiungere le cose da portare ad un villaggio himba che visiteremo l'indomani, dopo l'escursione alle Epupa falls.

Cinque chili di farina di mais, due chili e mezzo di zucchero, cinque barattoli di vasellina non profumata, tabacco da pipa e tabacco da sniffare. Questa è la spesa per gli himba.


Al confine con l'Angola

La sveglia all'alba ormai non ci coglie più impreparati; ci vestiamo, smontiamo la tenda e facciamo colazione. Ci aspettano 360 chilometri di strada da percorrere entro sera. All'andata guido io, sarà Steno a guidare al ritorno. Non abbiamo solo la spesa con noi, Steno ha portato anche dei bloc-notes e delle matite colorate da regalare ai bambini. La strada che porta ad Epupa è particolarmente messa male e i limiti di velocità sono molto restrittivi nonostante la notevole larghezza della carreggiata. Il perchè lo vediamo quasi subito. Lungo la strada ci sono i villaggi himba.

Questa singolare popolazione vive in villaggi, ogni villaggio è composto da un nucleo famigliare; può capitare che sia composto anche da due o più nuclei, ma non è la norma. Vivono prevalentemente di pastorizia di sussistenza, i capi di bestiame lungo la strada non si contano, per lo più sono pecore, ma vediamo anche molte mucche. Viene da se che il limite di velocità sia restrittivo.

Quando vediamo qualche bambino ci fermiamo e gli regaliamo le matite e i bloc-notes. Steno vorrebbe fermarsi ad ogni bambino che vede, io sono molto meno empatico, un orso diciamo, ma non è certo una novità.

Ad Epupa ci aspetta John, la guida himba che ci mostrerà le cascate e che successivamente ci condurrà all'interno di un villaggio.

Una delle cose che ho apprezzato molto della Namibia è la libertà che viene lasciata alle popolazioni di rimanere fedeli alle proprie tradizioni. Un natìo può decidere della sua vita autonomamente; può rimanere fedele alle tradizioni oppure tenatare una strada diversa. Così come la ragazza damara che ci ha fatto da guida alle incisioni rupestri: è nativa damara, usa il linguaggio tradizionale con gli altri nativi ma è padrona di un inglese quasi perfetto, cosa rara da quelle parti. Così John, nativo himba di un villaggio non lontano dalle cascate Epupa ma ora guida turistica. Non è difficile capire quando si è in prossimità delle cascate, il verde lussureggiante che costeggia il fiume Kunene sembra quasi una ferita inferta al paesaggio desertico che ci ha accompagnato fino ad ora.

Parcheggiamo il Toyota e percorriamo un breve tragitto a piedi fino al ciglio della cascata principale. Epupa è un complesso di cascate anche se molto piccolo. La fine della stagione secca non aiuta la spettacolarità del posto in quanto l'acqua non è molta. Nel periodo delle piogge deve essere tutt'altra cosa. John dice che durante la stagione delle pioggie c'è si molta acqua ma è quasi impossibile convivere con l'infinità di zanzare che infesta la zona. Epupa infatti è l'unica località namibiana dove è consigliata la profilassi antimalarica, ovviamente nella stagione delle piogge, ma fortunatamente non è il nostro caso. La particolarità di queste castcate sono i grandi baobab che crescono sulle pendici scoscese icamera. Cerco di scorgere qualche coccodrillo, ma purtroppo non ne vedo nemmeno uno.

La visita alle cascate dura davvero poco, però fa strano stare su una sponda del Kunene, in uno Stato democratico stabile ed emergente mentre a poche decine di metri di distanza, sull'altra sponda si risente ancora degli anni ininterrotti di guerra civile che rende lo sviluppo del Paese angolano estremamente difficoltoso.

Finita la visia, carichiamo John sul 4x4 e ci dirigiamo a sud, visiteremo un villaggio himba.

Il villaggio tipico himba, come detto poco sopra, è costutito normalmente da un nucleo famigliare. Il capo villaggio è maschio e come da tradizione, i maschi, possono essere poligami. Solitamente la prima moglie è scelta dai genitori degli sposi; il maschio si sposa per la prima volta appena passata l'età adolescenziale, mentre la femmina può essere poco più che neonata. In questi casi, la bambina rimane con i propri genitori fin quando il marito potrà prendersene cura. Le mogli successive alla prima invece sono frutto di matrimoni consensuali tra i partner. Sono le donne himba il simbolo di questa popolazione. Non tanto per il fatto che indossano pochi capi di vestiario, ma quanto dal fatto che ricoprono la loro pelle con una mistura di vasellina, burro, ocra ed erbe. Oltre a quello usano delle extensions per i capelli fatte da capelli veri e da questa mistura a base di ocra. I capi di vestiario sono di pelli di vacca, mentre i sandali sono di pelle di giraffa. Il "taglio" di capelli e i gioelli indicano lo status sociale. I ragazzini in età prepurberale portano i capelli lunghi intrecciati dietro la nuca, le femmine invece li portano intrecciati ma in avanti. Vivono di pastorizia nomade, il centro del villaggio è costituito dal recinto delle capre, intorno al quale sorgono le capanne che sono suddivise in dispense, cucina, dormitorio.

Al nostro arrivo, John, consegna la spesa al capo villaggio che la controlla minuziosamente. Solo dopo essersi accertato che gli era stato consegnato tutto quello di cui hanno bisogno, ci viene dato il benvenuto. Da quel momento possiamo girare liberamente per il villaggio fotografando tutto, donne comprese. Le capanne di forma conica scopriamo essere tenute insieme da frasche legate insieme da foglie di palma e cementate con fango e sterco di vacca. Veniamo invitati a sedere all'interno di una capanna da una donna himba che, insieme a John, ci mostra gli utensili per la cucina e il vestiario nuziale compresi i gioielli. Le donne sono abituate a farsi fotografare e sono vezzosissime, spesso vogliono vedere com'è venuta la foto icamera. Il villaggio che ci ospita è bifamigliare. Il capo villaggio ha deciso di prendersi cura di una donna e della sua famiglia perchè il marito è morto di recente. Per ultimi escono i bimbi, incuriositi dalle nostre macchine fotografiche. Uno in particolare non capiva il meccanismo, gli ho fatto una foto e gliel'ho mostrata ma lui non si riconosceva; gli himba non usano gli specchi. Poi però ho fotografato il villaggio e suo fratello, allora ha capito come funzionava la cosa e voleva prendemi la reflex a tutti i costi.

E' arrivato il momento "commerciale" della visita, le donne ci espongono tutti i loro manufatti che possiamo comprare: collane, bracciali, animali scolpiti nel legno ecc.

Prendo alcuni manufatti per me e quache bracciale per le mie colleghe di lavoro e qualche amica. Arriva il momento di pagare e il villaggio himba si trasforma in un mercato napoletano.

Ogni manufatto ha un prezzo e deve essere corrisposto alla donna che lo ha lavorato. Prendi questo, prendi quello, prendi quell'altro. Abbiamo fatto la somma ed abbiamo dato il denaro al capo villaggio. Tragedia. Non meno di mezz'ora ci è voluta perchè si mettessero d'accordo su quanto spettava a chi. Ad un certo punto è spuntato un portafoglio di pelle con il resto. Tenendo conto che gli himba indossano pochissimi indumenti ho voluto soprassedere sulla provenienza di tale portafogli. Dopo questo teatrino lasciamo il villaggio, riaccompagnamo John alle cascate, ci beviamo una bibita fresca al piccolo bar con vista sul "salto", lo paghiamo, lo salutiamo e torniamo sui nostri passi; gli ultimi 180 chilometri della giornata.

Torniamo al nostro campsite che siamo davvero molto stanchi, ci cuciniamo una pasta veloce e andiamo a dormire.

Ormai ci siamo abitutati alla nostra tenda, tanto che ci addormentiamo non appena appoggiamo le teste sui cuscini.

Ormai siamo tornati alle origini, ci svegliamo e andiamo a dormire col ritmo del sole; la cosa non mi dispiace affatto.


Il grande luogo bianco

Il tratto di strada che percorreremo verso sud-est per arrivare ad Etosha è il più lungo di tutto il viaggio. La sorpresa è che da Opuwo ricomincia la strada asfaltata che ci porterà fin dentro al parco.

Ci sembra strano guidare sull'asfalto dopo tanti chilometri macinati su sterrato di ogni tipo e consistenza.

Arrivati nella cittadina di Kamanjab, a metà strada circa tra Opuwo e Otujo, troviamo un posto di blocco. Gli agenti locali ci chiedono se trasportiamo carne. La risposta è affermativa, abbiamo delle ribbs nel frigo pronte per essere grigliate e un pezzo di speck che Steno si era portato dall'Italia e che avremmo dovuto consegnare ad Emanuele a viaggio terminato. Inutile dire, che quel pezzo di buonissimo speck, non è mai arrivato sulla tavola di Emanuele. Credo che quelle guardie non dimenticheranno tanto facilmente il sapore di quel suino abilmente macellato e preparato. Lungo la strada ci accompagnano i numerosi capi di bestiame delle popolazioni locali e di quando in quando dei facoceri sbucano dalla sterpaglia per venire a brucare la poca erba sul margine della strada.

Il tragitto si rivela estremamente confortevole e arriviamo ad Otujo in anticipo sulla tabella di marcia. Ci fermiamo a mangiare e per fare rifornimento carburante. L'ultimo tratto di strada piega nuovamente verso nord. Stiamo per entrare nel parco nazionale. Ci presentiamo al cancello per esibire i documenti nostri e della vettura. D'ora in poi è severamente vietato scendere dal veicolo. Normalmente le recinzioni viste fin'ora erano di due tipi: basse e alte. Ora sono altissime e doppie. Sembra di entrare al Jurassic Park. Subiamo gli effetti della legge di Murpy: siamo entrati al parco nazionale per vedere gli animali e non ne vediamo nemmeno uno durante i 20 chilometri che separano Andreson Gate da Okaukuejo dove alloggeremo.

Facciamo il check-in ma non ci rechiamo alla nostra piazzola. Entriamo subito nel parco e vediamo se riusciamo a vedere già alcuni animali. E' solo questione di fortuna e noi ne abbiamo subito un po'. Vediamo un gruppetto di auto ferme a poche centinaia di metri dal cancello principale. Cerchiamo di capire cosa stanno osservando: una coppia di leoni sonecchia all'ombra di una pianta a meno di cento metri dalla strada icamera. Che culo. Le foto si sprecano e in men che non si dica esaurisco la memory card. Seguiamo la cartina del parco nazionale che ci ha dato Emanuele e cerchiamo subito le pozze d'acqua più vicine. E' incredibile la quantità di animali che vediamo: zebre, gnu, springbok, kudu, orici, elefanti, giraffe, struzzi, alcefali, dik dik. Sorrido pensando al primo giorno al Kalahari Anib Lodge quando ero tutto contento di aver visto i primi springbok a quattrocento metri da me. E' tardi purtroppo e il sole cala velocemente, abbiamo meno di un'ora prima che chiudano i cancelli. L'ultima pozza che visitiamo ci riserva una bellissima sorpresa. Un piccolo branco di elefanti si sta abbeverando nella pozza, si spruzzano addosso del fango bianco, sembrano quasi elefanti albini con tutto quel fango addosso icamera. Spegnamo il motore della nostra auto e ci godiamo lo spettacolo. Purtroppo il tempo stringe e dobbiamo tornare alla base. Siamo quasi al cancello e vediamo alla nostra destra un gruppetto di tre auto ferme. "Vai più avanti, prova ad inserirti in mezzo a loro e vediamo se riusciamo a capire che hanno visto!" dico io a Steno, ma non ci accorgiamo che quello che stanno guardando è subito alla nostra sinistra, a due metri dalla nostra jeep. Un enorme rinoceronte bianco sta brucando sterpaglia a pochi passi da noi. E' grosso quanto il nostro pickup e il corno sarà lungo quasi un metro icamera. Con timore reverenziale, Steno ingrana la retro e ci allontaniamo un pochetto, sai mai.

Rientriamo alla base giusto prima del tramonto che non facciamo in tempo a vedere perchè dobbiamo montare la tenda e cenare; dobbiamo stare attenti agli sciacalli, che qui sono particolarmente intraprendenti e se non stai attento ti fregano il cibo dal piatto.

Il campsite di Okaukejo è più grande di tutti gli altri in cui siamo stati e c'è anche più gente, per fortuna, siamo fuori stagione e non c'è la ressa.

Mangiamo molto tardi riespetto agli altri giorni, ma ne è valsa la pena. Abbiamo macinato un'infinità di chilometri e siamo davvero alla frutta, questo però non ci impedisce di fare un salto alla waterhole illuminata a pochi passi da noi. La pozza viene illuminata con delle lampade al mercurio per non infastidire gli animali. Tutt'intorno alla pozza un recinto di filo elettrificato per evitare che qualcuno possa andare alla pozza, ma soprattutto per evitare che qualcosa possa scavalcarlo per avere un incontro ravvicinato con quei curiosi esseri a due zampe.

La pozza non è particolarmente affollata: un elefante prima, due coppie di rinoceronti poi e le giraffe per ultime, disturbate da qualche sciacallo. Decidiamo quindi che è ora di andare a dormire.

Ormai sono quasi due settimane che siamo in giro come due zingari e questa volta non sentiamo la sveglia. Fortunatamente quella biologica non è molto in ritardo e quindi siamo al cancello di ingresso al parco una ventina di minuti dopo l'apertura.

Nello stesso posto del giorno prima, all'ombra di una pianta, sonnecchia un giovane maschio di leone, ci fermiamo per le foto e come una prima donna lui si alza, si sgranchische, sbadiglia e zompettando viene verso la nostra auto. Si ferma ad annusare qualcosa per terra e cambia direzione, probabilmente, dentro alla jeep, non siamo prede appetibili icamera. Un paio di chilometri più avanti vedremo una femmina sdraiata nell'erba alta, purtroppo sarà il nostro ultimo incontro con i re della savana icamera.

Ci dirigiamo ad est, la nostra meta è il Namutoni Camp a circa 140 chilometri ad est-nord-est di Okaukuejo.

La strada, tutta sterrata, costeggia il Pan (il lago salato prosciugato) e impone un limite di 60 km/h che non sempre, a causa delle condizioni della carreggiata, riusciremo a tenere. Poco male, le soste lungo la strada saranno molteplici. Sulla via verso Namutoni sono segnate le pozze, naturali e non, dove con molta probabilità potremo vedere gli animali abbeverarsi. Le prime pozze le abbiamo viste il pomeriggio prima, ergo le saltiamo e decidiamo di andare direttamente a Namutoni e fermarci a tutte le pozze che incontreremo sulla strada del ritorno. Non siamo preparati a ciò che vediamo lungo la strada e descrivere certe emozioni è quasi impossibile. Immaginate di essere in mezzo alla savana e di punto in biano un piccolo branco di zebre vi attraversa la strada, vi fermate e aspettate che tutto il branco completi l'attraversamento. Nulla di più sbagliato, rischiate di rimanere in attesa per ore. Centinaia e centinaia di zebre si incolonnano verso una meta che non ci è dato sapere. La carovana si estende a perdita d'occhio e la reflex, con il suo grand'angolo, non riesce a cogliere l'immensità della scena icamera. Decidiamo quindi di procedere a passo d'uomo e prenderci "la precedenza". Poco più avanti non sono le zebre a condurre le redini del gioco, ma sono gli gnu. Non oso immaginare durante il periodo della migrazione cosa possa essere. Non riusciamo a resistere alla tentazione di visitare le pozze più vicine alla strada. Ci si rende conto di essere vicino all'acqua dal numero di animali che d'improvviso popolano il territorio. Lo spettacolo più eterogeneo lo vediamo alla pozza chiamata Chudop Fountain, vicinissima a Namutoni. Ci fermiamo quasi un'ora a contemplare questo paradiso. Centinaia di animali diversi si contendono la poca acqua rimasta e si possono vedere le gerarchie che governano l'accesso alla pozza icamera. Quando arrivano i leoni tutti scappano, questo è quello che ci è stato detto ma che purtroppo non siamo riusciti a vedere. Solo quando i leoni han finito, da veri re, tocca agli elefanti: il maschio alpha guida le danze. Dopo gli elefanti è il turno dei rinoceronti, poi delle iene e a seguire: gnu, kudu, alcefali, springbok, zebre, orici, dik dik, struzzi, sciacalli, facoceri, avvoltoi, altri rapaci e per ultime, le goffe e simpaticissime giraffe. La loro struttura le rende estremamente vulnerabili quando bevono, ergo, arrivano per ultime. Un passo alla volta, uno stop per guardarsi attorno, poi altri due o tre passi, un altro stop. Bere, per loro, è una sfida ogni volta. E' incredibile vedere una singola iena a mollo sulla riva, sonnecchiante e tutt'attorno una folla di ungulati che tenta di abbeverarsi; ad ogni piccolo accenno di movimento da parte della iena, tutti saltano via impauriti icamera. A malincuore lasciamo questo paradiso per recarci a Namutoni, pranzare e riposarci un po'. Al camp facciamo conoscenza con una scatenatissima famigliola di manguste che si rincorre frenetica giocando con qualsiasi cosa gli capiti a tiro icamera.

Dopo pranzo non ci facciamo mancare un gelatino rigenerante, riposiamo qualche minuto e risaliamo in auto per il ritorno.

Il caldo e l'andatura a passo d'uomo non aiutano certo la mia concentrazione alla guida. E' l'ora più calda del giorno e molti animali sono nascosti all'ombra a riposare. Vediamo molti meno animali, il caldo è davvero asfissiante. Sto quasi per addormentarmi alla guida quando finalmente vediamo una piccola area di sosta. Scendo e mi addormento per una ventina di minuti su una panchina all'ombra, a pochi passi dal Pan. Il Pan è una depressione salina al centro del parco, si ritiene che una volta fosse un lago poco profondo alimentato dal fiume Cunene. In seguito il fiume cambiò il proprio corso e la zona mutò in un semi-deserto. Solo nella stagione delle piogge si può vedere il Pan alluvionato.

Non è il nostro caso e il Pan è una gigantesca fornace dal suolo salino screpolato. Più avanti, la strada, ci permetterà di scendere nella depressione. Una desolazione senza fine icamera.

Nel frattempo il sole comincia la sua discesa e questa volta voglio godermi il tramonto alla waterhole, cosa che la sera prima non ero riuscito a fare e quindi rientriamo ad Okaukuejo un'ora prima del calar del sole.

Solito rito del montaggio della tenda, tempo record, in meno di 6 minuti avevamo montato tutto. Sarà l'ultima notte in tenda e la penultima in territorio namibiano.

Mentre ci rechiamo alla pozza incontriamo anche una famigliola di suricati che ha deciso di scavare la propria tana in mezzo ad una piazzola.

Mentre i colori si infiammano, monto il trepiede, non faccio tempo a montare la reflex che vediamo arrivare un branco di oltre quaranta elefanti. Capitanati dal maschio alpha, arrivano lentamente da oriente. Quei pochi springbok che si stavano abbeverando si allontanano e la pozza si svuota. Il grande maschio inizia a bere, beve da solo mentre la carovana di pachidermi lo raggiunge. Solamente dopo che ha finito, entrano in scena tutti gli altri, accerchiano la pozza, i piccoli si tuffano nel centro e si immergono completamente giocando tra di loro e spruzzandosi addosso l'acqua come farebbero dei bimbi al mare. Le loro gingantesche silhouette contrastano un cielo arancione come mai avevo visto prima. Per qualche minuto mi dimentico che sono andato lì per fotografare, perso nei giochi degli elefantini e divertito dalle giraffe che fanno capolino dalle cime degli alberi molto distanti. La pozza di Okaukuejo si è trasformata in una festa di famiglia icamera.

Il maschio alpha decide che è ora di andarsene, e come è arrivato, pian piano, se ne va, verso occidente. La carovana si ricompone e mentre i grandi occupanti se ne vanno, tornano gli altri animali. Il sole è quasi all'orizzonte. Che meraviglia icamera.

Solo dopo che l'ultimo elefante se n'è andato, arrivano le ultime giraffe a specchiarsi nella pozza icamera.

Rimaniamo ancora a lungo, finchè il sole non è completamente tramontato. Stiamo per passare la nostra ultima notte in mezzo alla natura, ci siamo riservati per l'ultima grigliata delle ribbs spettacolari. Dobbiamo anche finire la legna e Steno accende un bracere enorme, che durerà davvero a lungo. Mangiamo la nostra carne famelici e ci sporchiamo fino alle orecchie. Che goduria. Gli sciacalli ci circondano, vedono se possono approfittare di un momento di distrazione per rubarci del cibo, nulla da fare, siamo più bravi noi.

La luna piena che nel Damaraland nasceva appena dopo il tramonto, ora nasce più tardi e ci da la possibilità di ammirare una volta celeste incredibile icamera.

E' ora di andare a dormire, domani sarà l'ultimo giorno di trasferimento: direzione Windhoek, ma non prima di esserci fermati al Cheetah Conservation Fund.


Grossi gattoni veloci

Fin da bambino il mio animale preferito è stato il ghepardo.

Il fatto che venisse dipinto dai documentari dell'epoca come l'animale più veloce del mondo me lo rese subito attraente, se ci si aggiunge anche che sono nato e cresiuco in una famiglia di gattari, viene da se che il mio preferito diventasse proprio lui, il ghepardo.

Solo qualche anno dopo, con mia grande delusione scoprii che il più veloce non era lui, ma il Falco Pellegrino che con i suoi 350 km/h di punta fa impallidire i 120 del ghepardo. Bisona dire però che il falco raggiunge quella velocità in picchiata, ritraendo le ali per fiondarsi sulla preda; il ghepardo la raggiunge con le proprie forze, correndo sulla terra.

Essendo poi un felino di taglia non grandissima come leoni e tigri l'ho sempre associato al "gattone" più che ad un predatore letale (anche un gatto domestico lo è, con le giuste proporzioni).

In tutta la mia vita non sono mai riuscito a vederne uno, da piccolo ogni tanto mi portavano al circo, ma di ghepardi, nemmeno l'ombra. C'è da dire che comunque al circo non andavo molto volentieri, a differenza di altri bambini, vedere gli animali in catene mi ha sempre procurato tristezza. Intendiamoci, non sono certo un animalista, mangio carne come non ci fosse un domani e non bado certo alla provenienza. Un porcello lo vedo meglio nel mio voluminoso stomaco piuttosto che grufolante in un recinto.

La Namibia mi ha dato anche questa possibilità, vedere i ghepardi. Insieme al Sudafrica, è lo stato dove è più diffuso al mondo.

Essendo però una bestia schiva, non è facile vederlo in natura, se non con molta fortuna.

A metà strada tra Okaukuejo e Windhoek, più o meno a 50km ad est di Otjiwarongo, si può visitare il Cheetah Conservation Fund. Un centro di recupero e reinserimento ghepardi in natura.

Il centro è stato fondato nel 1990 dalla Dottoressa Laurie Marker. Il centro si occupa della ricerca scientifica, biologica e genetica dei ghepardi. Questo, insieme alla raccolta fondi, ha permesso di creare una serie di programmi per salvaguardare i ghepardi sia dalle insidie del loro ambiente naturale, sia dalle minacce causate e subìte dall'uomo.

Prenotando con qualche giorno di anticipo via mail, è possibile un tour guidato del centro di conservazione. Si possono effettuare tre attività: vedere i ghepardi correre, vederli mangiare ed osservarli nel loro ambiente naturale anche se circondato da alti recinti.

I ghepardi che si trovano al centro sono per lo più ghepardi orfani trovati da piccoli, oppure ghepardi che hanno subìto degli incidenti magari scontrandosi con vetture o peggio cacciati e feriti dall'uomo.

Purtroppo non riusciamo a vedere il Cheetah Run, corrono solo nelle prime ore del mattino quando la temperatura è più bassa. Poi, come abbiamo visto anche fare dai leoni in Etosha, si piazzano all'ombra a riposare.

Arriviamo poco prima delle undici del mattino e sono eccitato come un bambino la mattina di Natale.

Andiamo alla reception a segnare la nostra presenza e aspettiamo che ci chiamino per iniziare il giro.

I primi ghepardi che vedo sono sdraiati nell'erba, all'ombra di un grande albero di acacia. Mio Dio che belli. Sentendoci arrivare sollevano le teste e aprono quegli occhioni intensi caratterizzati dalla presenza di una banda nera che parte dal margine interno di ciascun occhio e costeggia i lati del muso fino a giungere ai lati della bocca. A differenza di molti felini, i ghepardi, hanno la pupilla di forma circolare, rendendo il loro sguardo intenso e magnetico icamera.

Come me li aspettavo, non sono molto grandi, sono magri e slanciati con la coda lunga che gli serve da bilancere quando corrono.

Vorrei entrare e tuffarmi su di loro per coccolarli, più tardi scoprirò che non sono propriamente dei "micioni".

Il tour prosegue visitando la parte dedicata all'uomo. All'interno del centro vengono allevati ed addestrati dei cani pastori dell'Anatolia. Questi cani vengono addestrati per proteggere i greggi di capre dall'attacco dei ghepardi. In tutta la Namibia è stata fatta caccia spietata a questi felini in quanto, essendo di taglia più piccola rispetto ad altri predatori, si cibano di prede di piccola taglia: capre appunto.

Una volta allevati, per una piccola cifra, vengono venduti ai pastori locali i quali vengono educati sul perchè non è bene cacciare indiscriminatamente i ghepardi.

Poco dopo saliamo su una jeep aperta con tendalino e con sei posti per i turisti: entriamo nella loro casa. Sette ghepardi vivono in un piccolo appezzamento di bush recintato. Ogni giorno vengono fatti correre, nutriti e medicati dai ragazzi che lavorano al centro.

Non li vediamo subito, ma alla fine scorgiamo dei movimenti sotto un albero non lontano. Eccoli, ci avviciniamo con la jeep, sono abituati ai turisti e quindi non scappano, sono troppo pigri. Li vedo a meno di due metri da me, senza recinti a separarci. La reflex scatta in continuazione e sul mio volto è stampato un sorriso che pare causato da un lifting alla "Cher" icamera. La nostra guida cerca di farli scattare in piedi, di farli muovere, e per farlo deve avvicinarsi tremendamente con la jeep, fino quasi a toccarli. Infastiditi si alzano e se ne vanno, passeggiando da un albero all'altro per risdraiarsi subito dopo all'ombra; mostrano quindi il loro corpo progettato minuziosamente per la corsa icamera. Dobbiamo uscire, è quasi ora della pappa per loro, e per noi che li vedremo scatenarsi in un "fiero pasto".

Non vorrei mai uscire da lì, sono troppo affascinato da loro, sono troppo belli icamera.

Così come il mio gatto ti segue e miagola quando ha fame, anche loro sanno quando è il tempo di mangiare. Vengono richiamati in gruppo e si avvicinano alle gabbie dove verrà dato loro da mangiare: per lo più carne cruda di asino ricoperta da una mistura biancastra di vitamine e sali minerali.

Arrivano tutti, dal maschio più anziano ai più giovani e alle femmine. Se prima erano sdraiati, consumati dal caldo e dalla fatica, ora li vedi belli pimpanti andare avanti e indietro nervosamente emettendo qualche miagolio di insofferenza.

Ebbene si, miagolano. Non solo, ma si soffiano tra loro quando si intralciano a vicenda. Poprio come dei gatti davanti alla ciotola del cibo.

Il cibo viene servito loro in gabbie separate: prima il maschio dominante, poi gli altri mashi, poi le femmine giovani e per ultime le femmine anziane.

Tra i turisti curiosi, un papà con un bimbo di circa due anni. Il bimbo, attirato da questo spettacolo si è avvicinato ad un primo recinto, ben lontano dai felini. Uno di loro si è accorto della presenza della potenziale "piccola preda" e con uno scatto fulmineo si è scagliato contro la rete. C'è un cartello che consiglia di tenere i bambini piccoli per mano o in braccio, abbiamo capito perchè.

Uno dei ragazzi entra nelle gabbie e non appena spalanca la porta per farli entrare, questi, si precipitano sulle ciotole senza nemmeno degnarlo di uno sguardo.

Divorano carne, tendini e cercano di rompere le ossa con le loro mandibole, aluni riescono, altri no. Sempre nervosamente cercano di intrufolarsi nella ciotola del vicino dandosi così il cambio. Lo spettacolo di zanne e bocche dal pelo insaguinato termina dopo una mezzoretta.

E' incredibile che con la pancia piena tornano ad essere i "gattoni" pigri di un'ora prima.

Finito lo spettacolo ci fermiamo a mangiare un sandwich con formaggio prodotto dalle capre allevate all'interno del centro. Mi piace il formaggio e il latte di capra e devo dire che quello non era nemmeno malvagio, anzi.

Ringraziamo la nostra guida, paghiamo e risaliamo sulla nostra Toyota Hilux per l'ultimo lungo tragitto verso Windhoek. La strada sterrata che dal Cheetah Conservation Fund ci riporta ad Otjiwarongo è l'ultima che percorreremo, ne rimarrà solo un bellissimo ricordo.

Si vede che ci stiamo avvicinando alla capitale, il traffico diventa più intenso, sempre che così possa essere definito. Si sale e si scende di quota in continuazione e solo i nostri barometri ci danno la corretta informazione perchè siamo totalmente disorientati dal saliscendi di questi interminabili rettilinei. Gli unici animali che vediamo in gran numero sono dei facoceri, solo un ultimo solitario kudu femmina fa la sua apparizione prima di rientrare nella capitale.

Un piccolo incendio è divampato a dieci chilometri a nord di Windhoek, il secco bush e il vento forte ci mostra quanto voracemente il fuoco dilania questi incantevoli posti. Inutile dire che gli unici incendi sono causati dall'uomo, come ad esempio un mozzicone di sigaretta buttato dal finestrino di una vettura in movimento.

Arriviamo al Casa Blanca Boutique Hotel che ci ha ospitato la prima notte. Posiamo i nostri polverosissimi zaini e ci prepariamo per andare a mangiare ancora da Joes Beerhouse.

L'unico tavolo libero è da sei persone, ci infiliamo tra una coppia di tedeschi e una di inglesi. Questa volta, memore della bontà dell'orice, ho ordinato un filetto di orice con patate e salsa al vino: che squisitezza.

Mi sono riabituato a parlare in inglese e sono ancora ben allenato col tedesco, fresco di patentino B. Dialogare con i nostri commensali in due lingue che non sono la mia, tutto sommato abbastanza correntemente, mi inorgoglisce e mi do virtualmente una pacca sulla spalla. "Pensa se sapessi anche l'arabo..." pensavo.

La cena è ottima e lo è anche l'improvvisata compagnia di queste due coppie di turisti che stanno per iniziare il viaggio che noi abbiamo appena terminato.

Diamo loro alcuni consigli, come se fossimo dei veterani della situazione, ma ci piace così.

Torniamo in albergo e con l'ultimo residuo di credito della nostra SIM Card namibiana chiamiamo Emanuele, il quale, ci allieta il fine serata con la sua compagnia (e con delle birre).

Sembra ieri che siamo partiti da lì, curosi e speranzosi. Non avrei creduto che le nostre aspettative sarebbero state ampiamente superate.


Arrivederci Namibia

L'ultima notte passa in un lampo ma la cosa bella è che possiamo dormire più a lungo; così facciamo.

Con molta calma ci alziamo, consumiamo l'ultima colazione namibiana e chiudiamo i bagagli. Siamo stati bravissimi coi soldi, abbiamo da cambiare in Euro solo pochi Rand sudafricani.

Visto che abbiamo tempo ci facciamo un giretto per il centro di Windhoek; di bello e interessante non ha davvero nulla.

Passiamo da Emanuele, alla sede di namibia-travel e facciamo la seconda colazione insieme. E' ora di riconsegnare la jeep. Salutiamo Emanuele, facciamo l'ultimo rifornimento e ci dirigiamo verso l'aeroporto dove riconsegneremo la vettura.

Parliamo con Christian che gentilmente ci dice che ci ridaranno i soldi della riparazione dei pneumatici come pattuito e ci ridaranno anche i soldi delle sedie da campeggio che ci eravamo comprati.

Siamo nuovamente al check-in, imbarchiamo i bagagli in stiva e nel giro di pochi minuti siamo a bordo dell'aereo che ci porterà a Johannesburg.

Il volo ritarda di una mezzoretta a causa del forte vento che spazza la lunga pista di decollo. In meno di due ore siamo già a Johannesburg, mangiamo e cambiamo gli ultimi soldi. Saliamo sul volo che ci porta al Cairo e per nostra fortuna è mezzo vuoto. Possiamo stare larghi. Passiamo la notte in volo e, anche se scomodo, riesco a sdraiarmi e a dormire per qualche ora. Questo vuol dire che sono davvero esausto.

Una lunga attesa ci aspetta al Cairo. Arriviamo all'alba ma il volo non partirà prima delle dieci.

Non vedo l'ora di atterrare a Malpensa, posare il mio stanco culo sulla macchina e fuggire a casa.

Anche l'ultimo volo procede bene, decolla per tempo e atterriamo precisi a Malpensa. Ci saranno i nosri bagagli?

Fortunatamente arriva tutto, sfiga vuole però che il mio zaino sia stato bucato, non è nulla di che, un piccolo forellino, ma mi girano le balle.

Ci facciamo venire a prendere dalla navetta di Park to Fly, arriviamo all'auto e ci accorgiamo che hanno combinato qualcosa. Hanno staccato la batteria, non si sa bene per quale motivo, ovviamente non ci avvisano ma ce ne accorgiamo visto che la radio è totalmente resettata e i finestrini posteriori sono bloccati. Altro motivo per non servirmi più di loro in futuro, sperando che la concorrenza sia meglio.

E' da dodici ore che non mangiamo (io mi sono rifiutato sul volo Egypt Air), la fame è tanta e ci fermiamo al Mc Donald's di Affi. Ingolliamo il nostro Junk Food e ripartiamo verso casa. I 120 chilometri che ci separano da casa sono un'inezia dopo i 4.200 che abbiamo percorso in Namibia.

Arrivo a casa, disfo immediatamente i bagagli e butto tutto in lavatrice, mi faccio una doccia e vado a dormire prestissimo, l'indomani dovrò già essere attivo sul posto di lavoro, con tutto quello che mi aspetta di arretrato.

Tirando le somme posso affermare con assoluta certezza che, per me, è stato il viaggio più bello che abbia mai fatto; sia per le cose viste, sia per come è stato fatto. Meno comfort del solito, ma molto più immerso nella natura.

Con Steno ci conosciamo da tanti anni e ormai ci sopportiamo a vicenda e devo dire che un viaggio del genere mette a dura prova da questo punto di vista. Prova superata alla grande.

Mi sento in dovere di ringraziarlo pubblicamente perchè è stato suo l'onere di prendere i contatti con Emanuele e di organizzare gran parte del viaggio.

Altro ringraziamento, col cuore, va fatto ad Emanuele. Una persona che ci ha fornito "chiavi in mano" un'esperienza che non dimenticherò mai in vita mia. E' anche colpa sua se sono tornato col mal d'Africa. Pensavo fossero solo dicerie, invece ne sono stato fortemente contagiato.

La Namibia è stata una fantastica sopresa sotto tutti i punti di vista. Non so se ci tornerò ancora, magari per un viaggio più rivolto al trekking, magari proprio con Emanuele come guida.

E' un viaggio alla portata di tutti, un pò costoso certo, ma un'esperienza del genere, secondo me, non ha prezzo.

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