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Le montagne del nord

Il viaggio da Bangkok a Chiang Mai dura 9 ore, con tre soste. Purtroppo però sul pullman fatico a dormire e arrivo a destinazione che sono uno straccio. Non sono il solo, molti del gruppo sono provati dal viaggio. Io, praticamente, sono quasi 50 ore che non chiudo occhio visto che la notte a Bangkok l'ho passata sveglio a sudare come se non ci fosse un domani causa aria condizionata rotta. A questo vanno aggiunte 16 ore di viaggio, diciamo che la parola "riposato" non è mai stata così tanto lontana da me in vita mia. Riposerò nella bara.

Qualche minuto dopo il nostro arrivo si presentano due pseudo pullimini che ci porteranno al nostro albergo a Chiang Mai. La Grace Boutique House si rivelerà molto confortevole e carina.

Dopo aver sbrigato le solite formalità e sistemato i bagagli nelle stanze, prendiamo i due pullmini e come prima meta della nostra giornata abbiamo il tanto discusso Tiger Kingdom.

Una discussione etica molto civile divide il gruppo tra quelli che vogliono andare a vedere le tigri e chi invece non ci vuole andare. Punto focale della discussione sta nel fatto che al Tiger Kingdom, pagando, è possibile entrare nelle gabbie ed accarezzare i grandi felini. Per fare questo, quasi sicuramente, le povere bestie vengono sedate.

La maggioranza vota per andarci, alcuni (compreso il sottoscritto) entreranno nelle gabbie.

Spiego il mio punto di vista senza cercare giustificazioni di sorta. So che non è giusto che degli animali vengano sedati per poter permettere ai turisti di fare cose che altrimenti sarebbero impossibili. Se non fossi certo che una belva da 250 chili con delle zanne lunghe 8 centimentri e degli artigli da 5 viene resa inoffensiva, col cavolo che ci entrerei.

Il discorso etico quindi regge e ne sono pienamente consapevole. Di contro però, visto che, ogni tanto, mi piace essere coerente ho ragionato pensando a quello che nella mia vita mangio ed indosso. Di quando in quando non disdegno di magiare hamburger e pollo delle più grandi catene di fastfood, così come non nego di aver mangiato a lungo carne del spermercato. Queste carni arrivano da allevamente intensivi dove gli animali nascono e muoiono subendo le peggio cose tra cui il bombardamento di antibiotici per evitare le malattie e grandi somministrazioni di steroidi per far lievitare i muscoli che diverranno poi le nostre bistecche. Ho avuto orologi con cintuirini in pelle, auto con interni in pelle, lacci delle scarpe in pelle, giacche in pelle e potrei andare avanti così per ore. Per essere coerente allora dovrei far caso a tutto questo e fare delle scelte diverse.

Probabilmente, molti degli animali di cui mi sono cibato fino ad ora, hanno avuto una vita ben peggiore di queste tigri nate in cattività, sfamate e curate. Tigri che, essendo nate in cattività e abituate ad essere nutrite, non potrebbero mai ritornare in libertà. Di tigri in questo parco ce ne sono davvero parecchie per cui immagino (teoria mia che non vuole essere verità assoluta) che vengano sedate a rotazione. Infatti non in tutte le gabbie si può entrare.

Al Tiger Kingdom l'ingresso è gratuito, solo per entrare nelle gabbie bisogna pagare. Il costo del ticket è proporzionale alle dimensioni del felino che si vuole accarezzare. Più è grande, più costa.

Le dimensioni del felino non sono invece direttamente proporzionali all'età dello stesso. C'erano tigri di 8 anni che pesavano 120 chili, alcune di cinque che ne pesavano 250.

Le classificazioni erano: piccole tigri (poco più che cuccioli), tigri di medie dimensioni, tigri di grandi dimensioni, tigri giganti. Volendo, c'è la possibilità di pagare di pacchetti in cui si poteva entrare in più gabbie.

Tra quelli che entrano ci dividiamo in due: taglie medie e grandi. Tra le grandi e le giganti ballavano circa 50 chili per cui ho scelto la tigre grande.

Prima abbiamo fatto però un giro nel parco per vedere le condizioni in cui erano tenute le bestie. Devo dire, che a prima vista, gli animali sono tenuti benissimo in recinti molto grandi con cibo e acqua sia da bere che per fare il bagno; le tigri adorano l'acqua.

Entrano prima le ragazze che hanno deciso di avvicinarsi ai felini di taglia media. Già questi sono dei gattoni che incutono un certo timore.

Arriva finalmente il nostro turno e l'incoscenza per un attimo svanisce quando mi sono ricordato di aver firmato uno scarico di responsabilità qualora il bel gattone avesse deciso che sarei diventato il suo pranzo. Entriamo nella gabbia e una volta davanti a sua maestà un brivido mi è corso lungo la schiena. Nessuna rete tra me e lei, nulla le avrebbe impedito di farmi a pezzi con una zampata, l'operatore del parco, col suo bastoncino di bambù, avrebbe potuto fare ben poco.

La prima ad avvicinarsi al bestione è Cristina, ci si può avvicinare solo da dietro e le si può accarezzare solo la coscia o giocare con la lunga coda. Poi tocca a me. Mi avvicino, la sfioro con riverenza, la accarezzo e poi le prendo la coda e la sollevo, non ci credo, lo sto facendo veramente. Non riesco a descrivere esattamente cosa mi passasse per la testa in quel momento. L'emozione era ovviamente fortissima: gioia e paura allo stesso tempo, stavo accarezzando il più grande dei felini, il leone, come si suol dire, può solo accompagnare. Mi ero avvicinato tanto ai ghepardi in Namibia, ma qui, una tigre, di ghepardi ne fa 5. Non so quanto sono rimasto a fianco a lei, ma sono sembrati attimi interminabili.

Dopo di me tocca a Giuseppe prima e a Francesca poi.

Una seconda tigre, ancora più grande, ci aspettava sdraiata poco più avanti. Questa volta mi sono seduto vicino a lei ho appoggiato la testa vicino al ventre per sentirla respirare. Solo a ripensarci mi vengono i brividi. Ho un punto di vista favoloso per fare una foto, la inquadro nella macchina fotografica, sta guardando davanti a se ed io sono dietro. Un secondo dopo si volta e due occhi grandi e gialli bucano l'obiettivo fino ad entrarmi nel cervello; mi sta osservando e ora si, ho paura. Potrebbe essere l'ultima cosa che vedo in vita mia. Scatto una foto (clicca) che ogni volta che vedrò mi farà tornare alla mente le sensazioni provate in quel momento.

Finita la visita l'adrenalina scende e i nostri stomaci necessitano di cibo, il ristorante all'interno del parco sembra valido e ci fermiamo a mangiare. I ragazzi che non sono voluti entrare hanno già mangiato e ci confermano che il cibo è buono.

Secondo la mia opinione non è solamente buono, ma è ottimo e a mio avviso è il miglior cibo thai che ho mangiato in tutta la vacanza.

Il conto è anche basso, una media di 450 baht a testa ci conferma che la prima sera a Bangkok siamo stati inchiappettati con la sabbia.

Vicino al Tiger Kingdom c'è una coltivazione di orchidee che andiamo a vedere. Risaliamo sui due pseudo pullmini e in meno di cinque minuti raggiungiamo la farm. Non sono dei pullmini, sono più che altro dei camioncini dove dietro sono sistemate due panche e ci si sistema in stile camion militare per il trasporto truppe.

La farm non è grandissima ma il numero di orchidee presenti è impressionante. Sono talmente tante e colorate che sembra la versione "naturale" del disagio cromatico thailandese. Oltre alla coltivazione delle orchidee c'è anche una sezione dedicata alle farfalle: una specie di "voliera gigante per farfalle". L'ingresso e l'uscita sono protetti da fila di sottili catenelle e un telo per far si che le farfalle non scappino. Sinceramente pensavo ce ne fossero di più ma comunque non erano poche e i loro colori erano davvero fantastici. Questa è stata l'unica occasione in cui mi sono pentito di non aver portato il 100-400 al posto del 70-200. Il nuovo tele zoom ha un rapporto di ingrandimento vicino al macro mentre con il 70-200 la minima distanza di messa a fuoco era davvero troppo elevata per avere dei risultati soddisfacenti.

Nel pomeriggio visitiamo il Wat Phra Doi Suthep: un tempio arroccato sul monte Doi Suthep che dista circa 15 chilometri da Chiang Mai. Anche se la distanza è breve, il tempo per raggiungere il parcheggio sottostante è interminabile a causa dei due camioncini che forse raggiungevano i 20 km/h. Arrivati ai piedi della montagna parcheggiamo vicino ad un caratteristico mercatino che vende, oltre alle solite cianfrusaglie, cibo un po' particolare: buonissimi succhi freschi di frutto della passione, dragon fruit e insetti fritti. Grilli, larve, cavallette, scarafaggi. Prima o poi li avrei assaggiati.

Per arrivare in cima al tempio bisogna salire una scalinata di quasi quattrocento gradini. Arrivati in vetta possiamo entrare nel tempio che è simile ai templi che avevamo visto al palazzo reale. Più piccolo e più "accogliente" ma sempre con tantissimi turisti e praticanti la religione. Fuori dal tempio una grandissima terrazza si affaccia sulla sottostante Chiang Mai, la vista è incredibilmente bella.

Non stiamo molto in questo tempio, dobbiamo scendere perchè altre due visite ci aspettano ma una volta radunati ai pullmini, gli autisti ci dicono che non abbiamo tempo per fare entrambe le visite. Sul programma era prevista la visita a due templi: Wat Phra Sing e Wat Suan Dok. Visto che il primo dista meno di un chilometro dal nostro albergo decidiamo di vedere il secondo.

Anche a Chiang Mai c'è molto traffico, ma nulla rispetto a Bangkok. Anche al Wat Suan Dok arriviamo poco prima della chiusura. Vicino al tempio c'è un cimitero dalle lapidi candide come la neve e dalle forme suggestive. Potrei azzardare a dire che a me è piaciuto più il vicino cimitero del tempio, che a mio avviso, volendo, potrebbe non meritare la visita, soprattutto nel caso in cui, come noi, hai poco tempo.

Finalmente siamo in albergo ed io sono stravolto. Fortunatamente, a nord, il caldo è meno soffocante rispetto a Bangkok dove per altro c'è sempre un'umidità superiore al 90%.

Prima di andare a cena però dobbiamo incontrarci con Yo, la guida che ci accompagnerà per i due giorni successivi, per metterci d'accordo sull'ora del ritrovo e sul programma.

Yo è un omino stravagante che parla un discreto inglese rispetto alla media thailandese e che fa delle battute degne del miglior Gino Bramieri, il suo cavallo di battaglia è giocare con la parola inglese Why (perchè) e farla diventare Y (la lettera) facendola seguire da altre tre lettere M C A, YMCA, la nota canzone dance anni '70 dei Village People. Per cui, ogni volta che doveva dire "perchè" arrivava di netto la battuta: "Why? Why? YMCA!". Questo ovviamente per due giorni filati. Rideva per qualsiasi cosa, smbrava quasi strafatto di oppio, ma questo è semplice gossip.

Non abbiamo una gran voglia di macinare altri chilometri per andare a mangiare e allora ci facciamo tentare da una specie di tavola calda piena di locals. I piatti descritti nel menu sembrano buoni e io ordino un pollo in salsa al curry che si rivelerà essere fatto da due o tre pezzetti di polo in abbondante salsa al curry e un quantitativo gargantulesco di cipolla. Stessa sorte tocca a quasi tutti i piatti ordinati. Il ristorante sarà rinominato il "Festival della cipolla".

Riesco a mangiare quei pochi pezzetti di pollo ma il resto del piatto non è affrontabile.

Esco dal ristorante (il più economico di tutto il viaggio con un record di 70 baht a testa, e ci mancherebbe) e affamato come un ladro mi fiondo sul carrettino che prepara Crepes alla nutella e me ne divoro una come se fosse l'ultimo pasto della mia vita.

Stanco morto, svengo nel letto dell'albergo e dormirò quasi undici ore filate.

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