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Il triangolo d'oro

Abbiamo appuntamento con Yo alle 7:30 e la mia sveglia suona perentoria alle 7. In mezz'ora devo lavarmi, fare colazione e portare lo zaino grande nel piccolo magazzino di fianco alla lavanderia; staremo via due giorni per poi tornare qui per trascorrere la seconda notte in questa guesthouse.

Molto gentilmente ci mettono a disposizione un magazzino chiuso dove poter lasciare il bagaglio grande. Partiremo con solo lo zainetto dove metteremo: un cambio, il costume, asciugamano, spazzolino e dentifricio, powerbank per ricaricare lo smartphone, un pile o una giacca e un saccolenzuolo per la notte che trascorreremo al villaggio.

La notte ha portato nuova energia e i volti dei ragazzi sono più riposati.

Saliamo su due pullmini molto confortevoli che ci accompagneranno fino al nostro ritorno a Bangkok. Direzione nord, verso Chiang Rai.

Dopo una prima parte in pianura, la strada inizia a salire, attraversiamo la catena montuosa che separa Chiang Mai da Chiang Rai. È un'autostrada tortuosa, sembra quasi la Bologna-Firenze, la differenza sta tutta nella vegetazione. Immaginatevi l'appenninica dove però sui pendii scoscesi crescono palme, ficus, banani e tutti quei rampicanti che trasformano la giungla in un muro verde impenetrabile. Nuvoloni minacciosi in lontanaza rischiano di minare la nostra giornata ma la fortuna è dalla nostra parte e gli Dei del meteo pure. Scende solo qualche goccia all'altezza della nostra prima tappa: le sorgenti calde di Chiang Rai. A dire la verità sono più vicine a Chiang Mai ma sono già nella provincia di Chiang Rai.

Non sapevo che anche in Thailandia ci fossero dei veri e propri geyser. Dove sostiamo è un centro termale, ben lontano da quelli che conosciamo. Il centro è formato da diverse sorgenti di diversa temperatura. Una piccola struttura composta dalla sorente, alcune piccole castacelle e tre vasche, è adibita al pediluvio. La vasca più in alto, vicino alla sorgente, contiene l'acqua più calda, riesco ad immergerci i piedi non più di una manciata di secondi, oltre ne uscirebbero dei cotechini. Le altre due vasche, invece, hanno una temperatura più umana ed è possibile stare coi piedi in ammollo per più tempo. Nelle sorgenti più calde, con acqua a 86°, i locali cuociono le uova. Vicino alle sorgenti c'è anche un tempio carino: il Wat Ban Son Pong, di evidente origine Khmer vista l'architettura delle torri.

Ci vuole un'altra ora di pullmino per arrivare al Wat Rong Khun, il White Temple, che si trova a soli 15 chilometri a sud di Chiang Rai.

Il tempio (clicca) è anche un'opera d'arte moderna ancora in costruzione. È contemporaneamente un tempio buddhista e induista progettato dall'artista visionario Chalermchai Kositpipat. La sua costruzione è recente e risale al 1997 ma, come per la Sagrada Familia, non si sa quando sarà portato a termine. La costruzione principale è in gesso bianco e piccoli specchietti che riflettono la luce del sole creando giochi di luce. All'interno della costruzione principale un Buddha circondato da pareti affrescate in modo bizzarro. Tra le varie icone dipinte sui muri possiamo trovare dal Maestro Yoda di Star Wars a SpongeBob e pure i Transformers. Il tempio è affiancato da due specchi d'acqua con relative fontane. Devo dire che la costruzione è veramente bella, peccato per il contesto. Sorge di fianco alla strada principale, non è circondato da siepi che ne possano celare la bellezza. Al contrario, intorno al tempio, ci sono case e casette popolari, una risaia e poco altro. Ci sono altre cose carine da vedere; a me è piaciuto molto un Buddha di bronzo (clicca) in posa meditativa posto sotto un bellisimo albero.

Il tempio meriterebbe una visita più approfondita, ma noi, sai che novità, siamo in ritardo sulla tabella di marcia, dobbiamo ancora pranzare e nel pomeriggio ci aspetta il trekking che ci porterà al villagio Lahu.

Proprio di fronte al Wat Rong Khun c'è un ristorante self service, con 100 baht carichi una tessera che viene scalata man mano che si prende da mangiare. Mi sono bastati per un buonissimo Pad Thai, degli spring rolls e dell'acqua.

Lungo la strada che percorriamo per raggiungere il punto dove inizieremo il trekking notiamo un gigantesco Buddha bianco posizionato su una collina. Si tratta del Wat Huay Pla Kang, una pagoda in stile cinese con a fianco un Big Buddha bianco. La visita non dura più di dieci minuti, sufficienti per vedere il Buddha dal basso, ci siamo fermati solo perchè eravamo di strada.

Un altro breve tratto di strada ci porta dove ha inizio il nostro breve trekking per il villaggio Lahu; si trova a nord-ovest rispetto a Chiang Rai, al centro di quella parte di territorio chiamata "triangolo d'oro" (clicca), ovvero tutta la zona di confine tra Birmania, Thailanndia e Laos, famosa per essere la seconda area più estesa dell'Asia dove viene coltivato il papavero da oppio; negli anni '50 la maggiorparte dell'eroina mondiale arrivava da qui.

Arrivati nel piccolo parcheggio sterrato, prima di inizare il trekking, andiamo a vedere la cascatella che sta a meno di cento metri da dove siamo noi. Ogni occasione è buona per un tuffo e non me lo faccio ripetere, ho portato il costume apposta. Mi cambio velocemente e mi butto in acqua e attimi che non mi prende un colpo. L'acqua è molto fredda (anche se mi sono tuffato in condizioni ben peggiori) e contrasta col caldo soffocante dell'intera giornata. Lo shock termico mi toglie il fiato ma già dopo dieci secondi stavo benissimo. Con qualche titubanza entrano in acqua anche Giuseppe, Giulia, Cristina e l'altra Giulia. Dopo aver scattato i vari selfie e girato qualche minuto di video, usciamo, ci asciughiamo e ci rivestiamo. Si sta benissimo e questa bella sensazione rimarrà per un paio d'ore.

Yo ci lascia nelle mani della guida che ci farà strada a suon di machete per tutto il trekking che, tranne per una prima parte molto ripida, si rivelerà neinte di più di una bella passeggiata in mezzo alla giungla.

Arriviamo al villaggio dopo meno di un'ora e mezzo di cammino. Il villaggio è ben nascosto dalla foresta anche se una comoda strada sterrata raggiunge il centro del villaggio, strada che Yo ha fatto con la Jeep portando con se alcuni nostri zaini.

Nel villaggio, la corrente elettrica, viene fornita da dei generatori a gasolio e c'è solo per alcune capanne; non esistono edifici in muratura, sono capanne di bambù erette su piccole palafitte (clicca). In giro vediamo solo cani randagi e un sacco di polli. Un torrente attraversa il villaggio fornendo acqua a monte e diventando discarica a valle. Siamo nel pieno della stagione secca e non oso immaginare, durante i monsoni, la quantità d'acqua che si può riversare in questo piccolo torrente dalle montagne ed è questo il motivo per cui, tutte le capanne, si ergono su palafitte.

In una di queste capanne ceneremo, dormiremo e faremo colazione. La nostra stanza è già pronta e 13 materassini sono già stati posizionati in terra con qualche coperta e qualche cuscino. Sembra di essere tornato in colonia dove si dormiva tutti nella stessa camerata.

Prima di cena faccimo un rapido giretto per il villaggio dove tutti hanno praticamente già cenato e in giro ci sono solo dei bambini che giocano a nascondino usando noi come nascondigli. Si vede che sono abituati alla presenza di estranei, conoscono molto bene il "marketing" e si fanno fotografare solo in cambio di qualche baht. Ci piacerebbe giocare coi cuccioli che ci corrono incontro ma sono sudici come dei porcelli e porebbero avere la rabbia, un morso ad uno di noi ci costringerebbe ad una veloce corsa in ospedale per una puntura antirabbica.

Giunge l'ora di cena e mangiamo seduti su delle stuoie di paglia intrecciata. La zuppa di cocco e pollo preparata dall'anziana signora è una delle cose più buone che abbia mangiato in tutto il viaggio, me ne sono sbafato due porzioni. Stessa sorte è toccata al piatto principale a base di pollo e verdure, davvero squisito.

La tranquillità di questo posto stride col caos delle grandi città a pochi chilometri, sembra di essere tornati indietro nel tempo, oppure di essere a migliaia di chilometri dalla "civiltà" eppure, basta scendere dalla montagna per ritornare al presente.

La serata passa veloce e Yo si prende il palcoscenico raccontandoci alcuni episodi della sua vita, del suo periodo in cui era un monaco, dei suoi fratelli e della sua infanzia passata in un villaggio simile a quello dove stavamo. Ogni capitolo finisce con la solita battuta: "Why? Why? Y.M.C.A.!".

L'inquinamento luminoso quasi assente e la totale assenza di luna ci permettono di fare delle foto ad un cielo stellato incredibile (clicca).

Giuseppe ed io ci improvvisiamo docenti per un veloce corso fotografico "Come fotografare le stelle". Le ragazze imparano alla svelta e i loro scatti sono incredibilmente belli.

Andiamo che è quasi mezzanotte e la temperatura è calata parecchio, siamo passati dai 35° del giorno ai 14° della notte. Finalmente mi sento a casa e posso dormire alla grande visto che, anche in inverno, sono abituato a dormire con la finestra basculante aperta e ad una temperatura di circa 17°/18° in camera. Mi infilo nel saccolenzuolo, mi avvolgo nella coperta di lana cotta e Morfeo mi accoglie immediatamente tra le sue braccia. Sarebbe passato tutto liscio se un gallo, probabilmente nutrito con semi di oppio, non avesse deciso, alle tre del mattino, che era giunta l'alba. Ovviamente il suo richiamo ha svegliato galli e cani e il concerto si è protratto per circa mezz'ora con la maledizione dell'intera camerata. Come mi sono svegliato mi sono anche riaddormentato. Un gallo sobrio ha iniziato a cantare che erano le cinque e mezza passate per cui, con calma, ci siamo alzati tutti e siamo andati a lavarci con le nostre bottigliette d'acqua.

Sono già le 6:30 quando facciamo un'abbondante colazione e verso le 8 salutiamo i nostri gentili ospiti e, sempre accompagnati dalla nostra guida locale, scendiamo verso l'Elephant Camp. Era prevista una gita a cavallo degli elefanti ma Yo ci ha detto che, causa l'elevato numero di turisti, gli elefanti non sarebbero potuti venire a prenderci e che avremmo solo potuto fare dei veloci giretti su un singolo elefante una volta arrivati all'Elephant Camp.

Un pochino delusi scendiamo verso valle passando sulla cresta della montagna dove sulle sponde vengono coltivati banane ed ananas, giochiamo con l'immaginazione pensando che dietro all'altra cresta, nascosta alla vista, ci fosse un'estesa piantagione di papaveri da oppio.

Il sentiero si fa scivoloso e scosceso ma arriviamo in fondo senza particolari difficoltà.

Guadiamo un corso d'acqua usato prevalentemente per l'irrigazione delle risaie che troviamo sul fondovalle. All'improvviso, dal sentiero, arriva la carovana di elefanti. Yo ci ha fatto uno scherzo e se la rideva alla grande. Per alcune ragazze la gioa della sorpresa era impressa sui volti come una paresi da lifting facciale riuscito male. Una struttura in bambù ci permette di salire in groppa ai pachidermi che sulla schiena portano dei seggioloni dove possono prendere posto due persone. Siamo dispari e io mi accatto l'elefante da solo. Se non fosse per l'andatura sembrerebbe di essere a bordo di un Caterpillar. I bestioni sono slegati e molto docili, seduti sul loro collo "i piloti". La gita dura quasi un'ora e si passa per un sentiero sterrato al centro di una bellissima valle coltivata a riso. I locali ci salutano e noi ricambiamo. È incredibile come una simile bestia riesca a non far rumore e se non avessero delle campane da mucca al collo e non fossero dei palazzi alti tre metri con le gambe, potrebbero passare dietro alle linee del nemico senza farsi sentire.

Una volta raggiunto il capolinea scendiamo a malincuore ma possiamo dar loro da mangiare: bambù e banane. La loro voracità non ha limite.

Salutiamo i nostri mezzi di trasporto e andiamo a pranzo nella "trattoria" di fronte all'Elephant Camp. Anche qui il cibo costa pochissimo e mangiamo discretamente bene.

Nella mappa qui sotto ho segnato il percorso del trekking che abbiamo fatto (in giallo), il parcheggio dove ci hanno lasciato prima del trekking, la cascata, l'Elephant Camp e il tragitto sulla schiena dell'elefante (in blu).

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Ci dispiace solo non aver potuto lavare i grossi pachidermi ma l'acqua del fiume è troppo fredda per loro, almeno in questa stagione. Contenti di come sta trascorrendo la giornata non ci resta che tornare al presente usando una lancia a motore che avrebbe navigato per circa un'ora sul fiume Maekok.

A dire la verità, questa gita sulla barchetta, non è stata nulla di eccezionale per quel che mi riguarda, diciamo che era funzionale per poter tornare ai nostri pullmini che ci stavano aspettando a Chiang Rai.

Ultima tappa della giornata è il villaggio delle donne giraffa del popolo Kayan, il Long Neck Village. Ero convinto che le donne giraffa ci fossero solo in Africa. Il nome è dovuto alle modifiche fisiche provocate da una spirale di ottone portata fin dall'infanzia, dall'età di cinque anni; la scelta di portare la spirale è completamente volontaria e viene richiesta dalle bambine alle proprie madri. Successivamente la spirale viene sostituita con altre di dimensioni sempre maggiori fino a che la pressione non provoca uno slittamento della clavicola e una compressione della gabbia toracica. In pratica non è il collo ad essersi allungato ma sono le spalle che scendono.

Questo villaggio, a mio parere, è la più grande Tourist Trap di tutto il viaggio. Il parcheggio costa, l'ingresso al villaggio costa e una volta entrati ci troviamo di fronte ad un vero e proprio mercato dove vendono manifattura di vario genere: stoffe, collane, soprammobili ed altre cose sul genere. Tutto costa molto caro rispetto alla media del Paese, unica particolarità: le donne Kayan (clicca). Sono talmente abituate al turismo che anche le bambine, non appena vuoi fare delle foto, si metto in posa drammatica, sguardo intenso diretto in macchina, genuine come una banconota da 27€. Anche questa tappa è stata fatta solo perchè eravamo di passaggio, ma, come per il Wat Suan Dok di Chiang Mai, è evitabilissima.

Questi due giorni hanno messo a dura prova la nostra resistenza, le cose da fare erano tante e il tempo a nostra disposizione era poco. La sensazione che ho avuto nella parte thailandese del viaggio è stata quella di correre contro il tempo, col senno di poi, alcune cose le avrei evitate.

Usiamo il viaggio di ritorno nei pullmini per riposarci e, nel nostro, ci addormentiamo tutti.

Finalmente siamo tornati alla nostra bella guesthouse, riprendiamo gli zaini che avevamo lasciato nel magazzino e riprendiamo le nostre stanze. Laviamo via dalla nostra pelle tutto il sudore, la stanchezza e lo spray antizanzare accumulati in questi due giorni. Uscito dalla doccia mi sento come nuovo ma sono talmente stanco che per un pelo non mi addormentavo a cena. Il Kad Klang Wiang di CHiang Mai è un bel ristorante dove abbiamo mangiato molto bene, personale gentile e location molto bella. Sul grande albero che domina l'ingresso sono appese delle gabbie per uccelli in legno, fatte a mano, molto carine e particolari.

La notte alla Grace Boutique vola, sarà la stanchezza, forse il caldo, ma appena appoggio la testa sul cuscino mi addormento profondamente, non sento nemmeno i miei due compagni di stanza farsi la doccia e preparasi gli zaini per l'indomani.

La mattina, alcuni del gruppo si svegliano prima dell'orario stabilito per andare a visitare il tempio Wat Phra Sing che non eravamo riusciti a visitare il giorno prima della partenza per Chiang Rai. Dalle foto che mi hanno mostrato i miei compagni non sono troppo pentito di aver dormito un po' di più. Il tempio è carino ma non ha nulla di troppo diverso da quelli già visti e che probabilmente dobbiamo ancora visitare.

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