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Dedicato a Vishnu

Alle 7 siamo tutti pronti con gli zaini, colazione fatta e aspettiamo i due pullmini che purtroppo tardano ad arrivare. Abbiamo il volo alle 10 per cui per le 8:30 massimo vorremmo essere in aeroporto. Il Don Mueang International Airport è il vecchio aeroporto internazionale di Bangkok e dista circa mezz'ora di bus dal nostro albergo. Visto il ritardo chiamo al telefono il referente che ci assicura che stanno arrivando. Alle 8:30 chiamo il primo taxi e salgono i primi quattro. Sto per prendere il secondo taxi quando spunta un solo pullmino. Carichiamo armi e bagagli e corriamo in aeroporto. Siamo in un ritardo pazzesco e solo per un miracolo non perdiamo il volo.

Il volo Air Asia, la Ryan Air del sud-est asiatico, è molto breve e in un'ora atterriamo nel piccolo aeroporto di Siem Reap. Abiutati ai vari mega aeroporti, questo sembra un piccolo aeroporto delle località di mare. Scendiamo dal velivolo e il solo cocente ci fa notare che siamo ancora più a sud di Bangkok, anche se di poco.

Sbrighiamo le pratiche abbastanza velocemente. Per entrare in Cambogia ci sono due modi. Il primo consiste nel portarsi appresso due foto tessera per passaporti, compilare un foglio che ci viene dato in aereo e applicarci sopra la prima foto; la sconda foto servirà quando si lascia il Paese, va ricompilato un nuovo modulo e ci va applicata la seconda foto. Il visto costa 30 dollari americani. Il secondo metodo è richiedere il visto online sul sito del governo cambogiano (clicca). Anche qui serve una foto in formato digitale adatta per il passaporto. Il costo è di 40 dollari americani perchè oltre ai 30 del visto ci sono sette dollari di tasse e tre di commissione della carta di credito. Dopo un massimo di tre giorni lavorativi viene rilasciato il visto via mail (clicca) che va stampato in duplice copia (una per l'ingresso in Cambogia e una per l'uscita) e portato con se per le procedure di rito.

Una volta messo piede in territorio cambogiano, ritiriamo i bagagli e ci dirigiamo all'uscita dove un piccolo autobus tutto per noi ci attende per portarci in hotel. La Bou Savy Guesthouse (clicca) è un alberghetto carinissimo e molto confortevole, con una piscinetta per rilassarci, massaggi in camera, lavanderia e un ristorante molto buono. Sicuramente l'albergo più bello di tutto il viaggio e ci staremo ben quattro notti. Il personale è cortese ed efficientissimo, sono loro infatti, su mia richiesta, ad organizzarci i tre giorni di visite con guida al sito archeologico di Angkor e al villaggio Kompong Phluk sul lago Tonle Sap. Abbiamo tutto un intero pomeriggio libero per rilassarci e fare quello che ci pare. Non ci sembra vero. Prendiamo possesso dei lettini a bordo piscina e passiamo tutto il pomeriggio tra un bagno e una dormita. La sera ci facciamo portare con dei Tuk-Tuk in Central Market Street, il centro del turismo e del divertimento notturno della cittadina cambogiana. Mangiamo al Khmer Kitchen Restaurant (clicca), un ristorante con cucina tipica khmer, buonissimo ed economico. Dopo mangiato ci sparpagliamo nel caotico centro fatto di ristoranti, bar, pub, discoteche, negozi e bancarelle di tutti i tipi tra cui quella che vende insetti fritti. Lo avevamo detto che li avremo mangiati, questa sera è la sera. Lo chef consiglia cavallette, grilli, tarantole, scorpioni e serpentelli per i palati sopraffini. Ci facciamo tentare dalle cavallete. Uno spiedino ha 6 cavallette, una a testa. Il commento di Cristina, coraggiosa nel primo assaggio, è: "Porca miseria, è buona!", a questo punto morivo dalla curiosità, prendo la seconda cavalletta e la addento. È croccante, come una frittura di paranza e sá di.... fritto. In origine avrebbe potuto sapere di qualsiasi cosa ma è talmente fritta e strafritta che il sapore originale è solo un lontano ricordo. A turno tutti assaggiamo queste prelibatezze, giudizio unanime "Non fa poi così schifo, anzi!". Il nostro coraggio termina alla richiesta dello Chef (un losco figuro trainante il carretto su cui erano esposte le pietanze) di provare lo scorpione o la tarantola; ecco... anche no.

La serata procede bene, le ragazze entrano in una discoteca e le seguiamo. Prendiamo qualche cocktail e poi ce ne andiamo in terrazza dove una giovane cambogiana è impegnata in un pianobar abbastanza grottesco. Basi orrende, lei stonata come una campana, ma va bene così. Sulla terrazza ci si sdraia su dei puff mortali. Una volta accoccolatomi dentro mi ci sarei addormentato per passarvi la notte. I ragazzi però vogliono ballare, torniamo quindi al piano di sotto ed è qui che viene fuori la differenza di età tra me, che di anni ne ho 42, e loro che non arrivano a 30. Premesso che la discoteca mi ha sempre fatto cagare, mi fa cagare e probabilmente mi farà sempre cagare, inizio a valutare l'idea di tornare in albergo e morire nel letto. Giuseppe però ordina un altro secchio comune di gin tonic. Bevo, la musica (di merda per me che sono musicista) è oltraggiosamente alta (per me che sono un vecchio) e allora mi estraneo guardando cosa succede intorno a noi. Il turismo sessuale in Cambogia è ancora più esasperato che in Thailandia. Tante ragazzine sono a caccia del turista ed io, che mi ero momentaneamente separato dal gruppo, sono stato oggetto di attenzioni da parte di una paio di belle e giovanissime ragazze asiatiche. La musica, che nel frattempo, non so come, era pure riuscita a peggiorare mi stava sfondando la testa, saluto quindi il gruppetto e appena esco piglio il primo Tuk-Tuk che mi capita, salgo, dico all'autista la destinazione e in men che non si dica sono fuori dal casino. L'autista, vedendomi solo mi dice "Do you wanna girls? Bumbum?", praticamente mi ha chiesto se volevo andare a puttane. Sorrido, gli dico che voglio solo morire nel letto, accondiscendente mi accompagna alla guesthouse, pago i 2 dollari pattuiti e in meno di dieci minuti sono bello unto di antizanzara, sotto il lenzuolo, con un ronzio fastidioso alle orecchie causato da quella musica di merda a tutto volume. Sono vecchio.

La giornata successiva inizia con una sopresa, a colazione mi viene servita uan baguette calda e croccante con burro e marmellata. Una baguette? Davvero? Nel 1863 la Cambogia divenne protettorato francese e solo novant'anni più tardi, nel 1953, ottenne l'indipendenza. La baguette calda e croccante è retaggio di quasi un secolo di dominazione francese.

Ne ordino due, non si sa mai.

Dopo essermi scofanato una colazione a base di pane, burro e marmellata, come non mi capitava da tempo, sono pronto per la prima giornata al sito archeologico di Angkor. Tutta la vacanza, per me, si concentra in questi due giorni, finalmente vedrò una delle cose che ho sempre desiderato vedere nella mia vita.

Il primo giorno lo dedichiamo al grande circuito di Angkor, ovvero tutti quei templi che stanno all'esterno di Angkor Wat, il tempio principale. Il sito archeologico si estende per circa 400 chilometri quadrati anche se la maggioranza dei templi più visitati è limitata ad un'area di circa quindici chilometri quadrati. Vedere tutti i templi nel giro di due giorni è pressochè impossibile anche se ci piacerebbe vistare qualche tempio remoto lontano dalla folla. Il secondo giorno, invece, lo dedicheremo al piccolo circuito di Angkor, ovvero i templi nell'area di Angkor Wat e Angkor Thom; il piatto forte di tutto il viaggio.

Diversamente da quanto fatto in Thailandia, per Angkor, ho chiesto di avere una guida; vista l'importanza del sito archeologico, saperne di più ci fa piacere.

Borey, la nostra guida, è un ragazzo di Siem Reap che ha vissuto cinque anni come monaco. Ci dice che è cosa abbastanza comune tra i giovani che, arrivati all'età adulta possono scegliere due strade. La prima è quella di intraprendere la carriera militare, avere uno stipendio da subito in modo da mantenere se stessi e la famiglia. La seconda è quella della vita monastica. In questo caso non si ha uno stipendio, i monaci vivono di elemosina ma hanno una grandissima possibilità: l'accesso gratuito agli studi. Studiare permette loro di imparare l'inglese, lingua necessaria per aprire gli enormi cancelli del lavoro nel settore turistico, sempre più richiesto a Siem Reap e in tutta la Cambogia. Dopo il periodo degli studi, il monaco, decide se continuare con la vita monastica oppure appendere la tunica al chiodo ed avventurarsi nel mondo del lavoro.

Borey conosce abbastanza bene l'inglese, anche se, come moltissimi asiatici, ha un accento strano e difficile da capire.

Come prima cosa andiamo a pagare il ticket di ingresso per il parco. L'ingresso costa 20 dollari al giorno, se si paga per due giorni, il terzo è gratuito. Il ticket è nominativo, allo sportello si viene fotografati e il nostro faccione viene stampato sul biglietto che va ben conservato. Perdere il biglietto vuol dire pagare due volte l'ingresso.

In Cambogia esistono due valute: quella ufficiale (il Riel) e quella non ufficiale (il dollaro americano). Fondamentalmente, il Riel, è una moneta fantasma che viene usata solo per pagare beni che costano meno di un dollaro o per ricevere resti inferiori al dollaro. Un dollaro equivale a quattromila Riel. Non essendo valuta uffciale, vengono accettati solo dollari cartacei, anche di piccolo taglio, ma le banconote devono essere intatte, non possono avere nemmeno un piccolo taglietto. Se si hanno delle banconote non in ottimo stato, si possono cambiare in banca con un tasso del 93%. Ovvero, per ogni dollaro cambiato ci vengono restituiti 93 centesimi. La cosa funziona ovviamente con le banconote di maggior valore: 100 dollari rovinati, al cambio, corrispondono a 93 dollari freschi di stampa.

La mappa che segue serve per capire meglio i templi visitati durante i due giorni. I templi segnati in rosso sono stati visitati il primo giorno, quelli in blu il secondo.

angkor map

La nostra visita ad Angkor inizia con il Preah Khan (1) che è uno dei complessi architettonici più estesi di Angkor e si trova nord est di Angkor Thom. Questo tempio su un unico livello (non ha più piani come ad esempio Angkor Wat) è stato costruito nel 1181 sul luogo della vittoria di Jayavarman VII sugli invasori Cham. Divenne residenza reale e a testimoniarlo sono gli ingressi che scavalcano il fossato che circonda il recinto esterno, ornati da due file contrapposte di statue giganesche che tirano due enormi Naga (draghi); da una parte ci sono dei demoni a tirare un drago, di fronte a loro degli Dei fanno la stessa cosa. Oltrepassato l'ingresso ci troviamo in presenza di templi ed edifici che, sembra, siano stati di tipo governativo. È uno dei tanti templi non ristrutturati e la giungla si sta riprendendo parte degli edifici. All'interno del tempio ci sono tantissimi altari dedicati ad altrettante divinità, ognuno dei quali veniva provvisto di cibo, vestiario, profumi e persino zanzariere. I santuari sono sia buddhisti che induisti il che testimonia la tolleranza religiosa sotto il regno di Jayavarman VII. Il complesso è costituito inoltre da tre recinti ognuno con le sue particolarità, dentro al recinto più interno i muri degli edifici sono ornati con dei bassorilievi raffiguranti una battaglia. Come tradizione Khmer il tempio si sviluppa da est verso ovest ed ha quattro ingressi, uno per ogni punto cardinale. Ai quattro angoli tra il secondo e il terzo recinto sono presenti delle piscine ora asciutte e ci sono tre templi induisti (a nord, sud e ad ovest) ognuno dedicato ad una divinità diversa. Quello a settentrione è dedicato a Shiva, quello ad occidente è dedicato a Vishnu, solo il tempio meridionale non è dedicato a divinità ma a re e regine del passato. È molto più bello di quello che mi ero immaginato, credevo che il tutto fosse concentrato ad Angkor Wat, sapevo dell'esistenza di molti altri templi, ma mai avrei creduto che potessero essere così belli.

Il secondo tempio che visitiamo è il Neak Pean (2) che è situato sull'isola artificiale che si trova ad est del Preah Khan. Letteralmente significa "serpente intrecciato", dovuto al leggendario serpente Naga situato alla base del tempio. Questo tempio era dedicato ai malati, si pensava infatti che le acque del posto avessero poteri curativi basati sul fatto che quel luogo era stato edificato sul punto di incontro dei quattro elementi (terra, aria, fuoco ed acqua). È il più piccolo dei templi che visiteremo; poco dopo siamo già al Ta Som (3), un tempio minore il cui recinto presenta due gopura (ingresso) di entrata (ad est e ad ovest). Questo tempio è protetto da due recinti, quello più interno ha quattro torri d'angolo e quattro gopura ed è adornato all'estero con 172 statue di devata (divinità danzanti).

Pranziamo velocemente in un ristorantino all'interno del sito archeologico prima di arrivare al Banteay Srei (4), un tempio induista del X secolo e che si trova a circa 35 chilometro a nord-est di Angkor.

angkor map2

La maggiorparte del tempio è costruita in arenaria rossa e sia le colonne che le pareti interne presentano un numero incredibile di accuratissime decorazioni. Questo tempio è dedicato al Dio indù Shiva. Gli stessi edifici sono miniature in scala delle costruzioni Khmer. Questo lo ha reso popolare e molto suggestivo da visitare. Costruito nel 960 è uno dei rari templi costruito non per volere di un re.Come per molti altri, anche questo è costituito da tre recinti, dentro a quello più interno si trovano due biblioteche e un santuario (cuore del tempio) composti in mattoni e finiemente ricoperti di bassorilievi. Il rosso dei mattoni, scolorito in alcuni punti, inverdito dalle muffe in altri e annerito dall'umidità negli angoli rende gli edifici ancora più belli.

Torniamo indietro per visitare il Phnom Bakheng (5) e vedere il tramonto dalla cima di questo tempio. Arrivati alla base della collina sulla quale si erge il tempio facciamo una veloce camminata per raggiungerne la sommità, purtroppo è pieno di gente e per salire sul tempio ci tocca una fila di circa un'ora. Una volta all'interno del tempio capiamo che sarebbe stato meglio vedere il tramonto vicino ad Angkor Wat. Questo tempio induista, dedicato al culto del Dio Shiva, non è bellissimo, soprattutto dopo aver visto gli altri. Non solo, dalla collina si vede solo tanta foresta e Angkor Wat si vede appena, è troppo lontano. Nemmeno col 70-200 riesco ad ottenere qualcosa di decente.

Scendiamo appena dopo il tramonto e torniamo in albergo dove ceniamo. Si va a letto prestissimo perchè l'indomani la sveglia è alle quattro e mezza. Alle cinque ci vengono a pendere per portarci ad Angkor Wat (6) a vedere l'alba.

La giornata clou del viaggio inizia appunto prestissimo. L'alba ad Angkor Wat era la cosa che più volevo fare in assoluto. Arrivo al sito che è ancora buio, seguo la fiumana di gente che va a posizionarsi poco prima dello specchio d'acqua situato davanti all'ingresso principale del tempio, subito a ridosso di uno specchio d'acqua dove il tempio si riflette nella sua interezza. C'è tantissima gente, col senno di poi saremmo dovuto arrivare almeno un'ora prima per prendere i posti migliori, ma poco male, sono in terza fila e, fortunatamente, una cinese davanti a me molla il colpo lasciandomi spazio. Sono quasi in pole position. Il cielo si sta schiarendo dietro il tempio rivelando la famosissima silhouette (clicca).

Il cielo dietro il tempio si tinge pian piano di rosa, ma dura poco: bene, ma non benissimo. Riesco però nel mio intento e la foto viene decente. Fatto quello che dovevo fare rimango incantato a vedere il tempio che restituisce sempre più dettagli man mano che la luce aumenta. È uno spettacolo incredibile, più bello di quanto potessi mai immaginarmi. Nulla di quello che avevo visto in questi dodici giorni è minimamente paragonabile. Ormai è mattino e dobbiamo tornare in albergo a prelevare Borey che ci accompagna anche in questa seconda giornata.

Nel programma è compresa anche la visita alla Angkor Silk Farm di Puok; un modo come un altro per spezzare il ritmo delle visite ai templi con qualcosa di diverso. La visita non dura molto ma è interessante. Ci mostrano l'allevamento dei bachi da seta, la raccolta dei bozzoli e come ricavare le due qualità di seta dai bozzoli. La seta di bassa qualità si ricava dalla parte esterna del bozzolo che ha dei filamenti più grossi. Dalla parte interna invece si ricavano dei filamenti sottilissimi e pregiati. I filati vengono arrotolati su dei fusi che vengono a loro volta inseriti in vecchi telai azionati a mano, dai quali poi si ricaverà il tessuto vero e proprio. Ne approfittiamo per fare dello shopping al bellissimo negozio dentro la farm.

La prossima tappa non è prevista ma ci incuriosisce. Poco prima di arrivare ad Angkor Wat c'è la possibilità di vedere il sito a bordo di un pallone aerostatico vincolato da un cavo d'acciaio lungo 120 metri. Non costa poco, 12 dollari a testa per 10 minuti; il risultato (clicca), secondo me, è valso il denaro speso.

Finalmente visitiamo l'interno del tempio principale. Angkor Wat è sempre rivolto da est verso ovest e sulla parte occidentale del primo recinto ci sono cinque ingressi. Da sinistra a destra servivano rispettivamente per: gente comune, monaci, re, persone vicine al re, elefanti. Fu fatto costruire da Suryavarman II. In meno di quarant'anni l'opera venne ultimata. Rompendo la tradizione che voleva i templi più grandi dedicati a Shiva, questo complesso è dedicato a Vishnu. È il tempio meglio conservato della zona ed è l'unico ad essere rimasto un importante centro religioso dalla sua fondazione. È diventato così importante da finire sulla bandiera della nazionale ed è tutt'ora il luogo più visitato dai turisti. È una combinazione unica tra il centrale "tempio montagna" (progetto nazionale per i templi nazionali dell'impero Khmer) e il successivo piano di gallerie concentriche. Esso è la rappresentazione del "monte Meru", la casa degli Dei, le cinque torri centrali simboleggiano i cinque picchi della montagna mentre le mura e il fossato simboleggiano le montagne e l'oceano che la circonda. L'accesso alle zone elevate era via via più esclusivo e le persone normali erano ammesse solo nel livello più basso. Essend orientato ad ovest ha portato a pensare che si trattasse di un tempio funerario e a rafforzare la tesi sono i bassorilievi che vanno in senso antiorario, tipico della processione funeraria. Come la maggiorparte dei templi cambogiani, anche Angkor subisce il logorio da parte della foresta che cresce troppo rapidamente. Dagli inizi degli anni '60 il tempio è stato soggetto a molte ristrutturazioni che tutt'oggi sono in corso d'opera da parte di vari Paesi del mondo che contribuiscono a mantenere intatta questa meraviglia.

Ci prendiamo tutto il tempo necessario per godere in pieno della visita, Borey, è stato saggio a consigliarci di visitarlo durante l'ora di pranzo, infatti, dentro, c'è pochissima gente.

Abbiamo ancora due templi da visitare prima di dire addio ad Angkor. Il primo è diventato famoso perchè location di un famosissimo film del 2001 con Angelina Jolie, ovvero Tomb Raider. Si tratta del Ta Prohm (7) che si trova approssimativamente ad un chilometro ad est di Angkor Wat. Questo tempio era dedicato alla venerazione della famiglia reale e dopo la caduta dell'impero Khmer fu trascurato per molti secoli e riportato alla luce solo nel ventesimo secolo. È proprio questo che rende la location molto suggestiva, la natura è ancora oggi parte integrante del tempio, un set cinematografico naturale. Sicuramente le immagini valgono più di mille parole.

Purtroppo il tempio è molto affollato, dopo Angkor Wat è quello più bramato dai visitatori di tutto il mondo. Il caldo e l'afa incredibile non sono sufficienti a scoraggiare la fiumana di turisti che affolla il tempio. D'altronde siamo anche in altissima stagione, durante la pausa natalizia, non potevamo aspettarci scenario diverso. Nonostante tutto, la visita è spettacolare.

Ultimo tempio che visitiamo è forse quello che mi è piaciuto di più. Si tratta di Angkor Thom (8), antica città fondata nel tardo dodicesimo secolo dal re Jayavarman VII al cui centro si trova il tempio-montagna del Bayon. Dietro alle mura di cinta si erge un tempio-montagna costituito da 42 torri, ognuna delle quali ha raffigurato un volto per ognuno dei suoi quattro lati. Non si è ancora capito se i volti raffigurano il re, il Bodhisattva Avalokitesvara, i guardiani dell'impero oppure una combinazione di tutte queste figure. Una cosa è sicura, il tempio è incredibilmente bello soprattutto grazie alla calda luce del sole che sta per tramontare. Si vede che il giro è collaudato, l'ultima immagine che mi rimane impressa, è un gigantesco volto di pietra avvolto da una calda luce dorata.

Anche la seconda giornata ad Angkor è terminata, salutiamo Borey e lo ringraziamo per il tempo dedicatoci, lo lasciamo ai suoi preparativi per il prossimo matrimonio. In bocca al lupo e congratulazioni.

Arriviamo in albergo stanchi, sudati ma contentissimi. Dopo una doccia ci rechiamo nuovamente nella zona di pub e ristoranti di Siem Reap, ceniamo e poi festeggiamo il compleanno dell'emiliana GIulia sfidando a calcio balilla una coppia di cinesi finendo poi la serata con una partita a biliardo su un tavolo ridotto ad un campo di guerra. Anche questa è Cambogia.

L'indomani abbiamo in programma la visita ad un villaggio che si trova sul lago Tonle Sap. Ci sarebbe stata la possibilità di partire direttamente in barca da Siem Reap e navigare il fiume Tonle Sap passando attraverso il floating market fino ad arrivare al lago ma avevo letto essere una Tourist Trap pazzesca. La cosa mi è anche stata confermata da una coppia di turisti svedesi incontrati durante la prima giornata ad Angkor: stavo filmando con la piccola action cam della Sony e mi hanno chiesto se fossi un vlogger famoso.

Visitiamo, invece, il villaggio su palafitte di Kompong Phluk che si trova lungo un affluente minore del lago Tonle Sap, sulla parte settentrionale. Questo villaggio è più lontano dalle rotte del turismo di massa anche se comunque un paio di lance con a bordo dei turisti l'abbiamo vista, ma si trattava appunto di una manciata di persone.

Il tragitto con il nostro autobus lo condividiamo con delle zanzare tigre che sterminiamo con la maestria frutto delle quasi due settimane di esperienza nel sudest asiatico. Dopo circa un'ora scendiamo e prendiamo la lancia che ci porterà lungo il fiume. Siamo nel pieno della stagione secca e il livello dell'acqua è molto basso, siamo circondati da una foresta di mangrovie e alberi che emergono dall'acqua. Dopo pochi minuti di navigazione iniziano a spuntare le palafitte. Sono altissime, più di sette metri e le casette sembrano grattacieli visti dal basso del fiume. Durante i monsoni il livello dell'acqua cresce notevolmente e si alza di oltre sei metri rispetto alla stagione secca, sarebbe bello vedere queste palafitte anche durante la stagione delle pioggie. La foresta, durante la stagione delle piogge, diventa luogo perfetto per la pesca e l'allevamento dei gamberetti di fiume, uniche fonti di guadagno per gli abitanti del villaggio. Attraversiamo il villaggio e arriviamo alla foce, siamo sul lago Tonle Sap che si estende per circa 2700 chilomentri quadrati. Immissario ed emissario del grande lago è il Tonle Sap River che a sud sfocia nel Mekong RIver proprio nel centro della capitale Phnom Penh.

Torniamo indietro e ci fermiamo per una gita di circa mezz'ora sulle canoe. Ci addentriamo nella foresta degli alberi che escono dall'acqua e lo spettacolo è surreale oltre che una meraviglia di luci e colori (clicca). L'acqua in questi punti è abbastanza bassa, circa un metro, si possono vedere i pescatori, immersi fino alla vita, che sistemano le reti per l'allevamento dei gamberetti. Le acque sono infestate da piccoli alligatori che vengono catturati e venduti per farne, immagino, cibo e capi d'abbigliamento. Terminato il suggestivo giretto in canoa ci spostiamo al villaggio e ci facciamo un giretto lungo la "broadway" del piccolo centro di pescatori. La via principale è ricoperta per metà da reti con una trama fittissima, sopra le reti c'è il risultato di giornate di pesca: gamberetti di fiume. Prima di essere venduti, i gamberetti, vengono lasciati essiccare al sole; l'odore è tremendo. C'è anche un tempio al centro del villaggio, è molto piccolo ma ben curato. La visita è tutto sommato abbastanza veloce e già per l'ora di pranzo siamo tornati alla nostra bella guesthouse.

Il pomeriggio è libero e la cosa viene apprezzata. Una parte del gruppo va a visitare la scuola di intaglio del legno che fa sempre parte della silk farm che avevamo visitato il giorno prima.

Noi optiamo per un giro sui quad in mezzo alle risaie. La nostra guesthouse ci prenota i quad per il primo pomeriggio, un quad a testa. Arriviamo al noleggio e dopo un breve briefing saliamo su dei quad 400cc ma col cambio automatico. Poco male. Ci viene dato un caschetto e una mascherina. La piccola carovana è composta da due guide in moto, in testa e in coda al gruppo dei quad. Per il primo tratto andiamo a rilento, probabilmente vogliono vedere se ci sappiamo andare. Mentre costeggiamo le risaie noto che ogni tanto prendiamo dei piccoli ramentti che vengono gettati in aria dalle nostre ruote. Mi chiedo da dove arrivino questi rametti visto che non ci sono alberi nel raggio di chilometri. Facciamo una piccola sosta per fare delle foto e vediamo Giulia, l'emiliana, saltare come un grillo al grido di "Oddio che schifo che schifo che schifooooo!". Ora mi sono reso conto di cosa sono quei rametti: sono bisce d'acqua che allegramente centriamo coi nostri quad. Dopo aver fatto un bel po' di foto ci rimettiamo alla guida dei nostri mezzi ma stavolta l'andatura cambia; gas a manetta e via per questi sterrati color ocra, prendiamo in pieno le buche, è quello il divertimento con questi quad. Ce la spassiamo alla grande e Giuseppe chiede alla guida se può scambiare il su quad con la motoretta da cross. Torniamo al noleggio soddisfatti della gita, siamo sporchi come non mai, uno strato color ocra ci ricopre dall testa ai piedi. Mi tolgo gli occhiali da sole e la mascherina e sono sporco come un pilota della mille miglia, sembro un panda. Il patto è di non lavarci e tuffarci in piscina zozzi di terra, polvere e antizanzara. Così facciamo e ci rilassiamo per il resto del pomeriggio; la sera, come di consueto ceniamo in Pub Street. Gli altri vanno in discoteca e stavolta abbandono subito, torno in albergo da solo con un Tuk-Tuk, anche stasera il guidatore mi chiede se voglio andare a puttane.

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