user_mobilelogo

RSS Feed

Dal Blog

09 February 2017
Tecnologia
Grazie all'opzione Next che ho stipulato con TIM poco più di un anno fa sono potuto passare, dopo un...
1597 Hits
09 February 2016
Tecnologia
Torno sui miei passi.Non è trascorso nemmeno un anno da quando tentai il passaggio da iOS ad Android...
1993 Hits
25 January 2016
Fotografia
Viaggi
Tecnologia
Una delle cose che mi preme maggiormente quando sono in viaggio è sicuramente il backup delle foto e...
1264 Hits

Latest Events

No events

Compagno numero uno

Alle 7 del mattino siamo pronti per prendere il bus locale che chi porterà nella capitale. Il viaggio durerà sei fottutissime ore con l'aria condizionata a stecca puntata dritta in testa e ovviamente ho lasciato il nastro telato nel bagaglio grande.

Il paesaggio cambogiano è più monotono rispetto a quello thailandese. Le risaie si perdono all'orizzonte, gli aironi danzano vicino ai trattori che smuovono il fondo per la semina e Spotify è sempre la mia colonna sonora, mi vengono i brividi ogni volta che ascolto Kiss From A Rose di Seal e la combinazione con 'Til Summer Comes Around di Keith Urban nella versione live con John Mayer è letale, ho la pelle d'oca ogni volta; ma non è finita, la canzone dopo è Vivere di Vasco, il solo finale di Steve Farris mi fa quasi piangere. Sarà che il viaggio sta volgendo al termine, sarà stata la musica, ma mi sento un pelo triste; mi addormento che mancano quasi due ore a destinazione.

Arrivati alla stazione degli autobus di Phnom Penh, 4 Tuk-Tuk ci stanno aspettando per portarci alla Europe Guesthouse (clicca) gestita dal simpatico Seng. Le camere non sono bellissime ma sono confortevoli (tranne la nostra che è pure bella e appena risistemata). La zona anche non è il massimo ma è centralissima e tattica dal punto di vista logistico. Siamo al centro di tutte le cose che si possono visitare.

Siamo arrivati verso le 13:30 e abbiamo pranzato molto tardi, riusciamo però a prenotare un giretto su un catamarano per il tramonto. Non è esattamente come il tramonto a Budelli in Sardegna ma visto che ci siamo lo facciamo. Il catamarano salpa circa mezz'ora prima del tramonto e si dirige verso la confluenza tra il Tonle Sap e il Mekong. Non credo di aver visto acque così sporche ed inquinate prima d'ora. Di quando in quando affiorano in superficie aloni arcobaleno di idrocarburi, ho pure visto animali morti, tra cui un gatto gonfio che galleggiava a mo' di bottiglietta di plastica. Lungo le rive la gente più povera che vive nelle baracche brucia i rifiuti per evitare che si accumulino, da lontano sembra una cerimonia funebre. Le uniche gocce di pioggia di tutto il viaggio le becchiamo in catamarano, dieci minuti di una pioggerellina sottile che ci disturba comunque poco. Lo skyline di Phnom Penh è in rapido cambiamento. Seng, il proprietario della nostra guesthouse, ci ha spiegato che nel 2011 l'edificio più alto era di soli cinque piani. Ora spuntano grattacieli qua e la, come a Bangkok anche se, per ora, molti meno. I più alti sono quelli degli istituti bancari e delle grandi multinazionali: HSBC, Philip Morris, IBM e molti altri. Nel giro di una decina d'anni, Phnom Penh, non sarà molto diversa da Bangkok.

Come quasi mai mi succede, ho mal di testa e, come un bimbo cattivo, vado a letto senza cena. Fortunatamente è passeggero e la mattina sono come nuovo. Decidiamo di visitare prima i campi della morte o "Killg Fields" di Choeung Ek e poi il Tuol Sleng Genocide Museum, meglio conosciuto come S21.

Ho letto da molte parti che sono visite che ci mettono a dura prova, soprattutto le persone più sensibili.

Prima di descrivere questi due musei è giusto spiegare il contesto storico in cui si collocano. Precisamente siamo a metà anni '70 circa, alla fine della guerra civile tra il Partito Comunista di Kampuchea conosciuti anche come Khmer Rossi, alleati con i nord vietnamiti, e le forze governative cambogiane sostenute dal Vietnam del sud e gli Stati Uniti. Nel 1975 i Khmer Rossi, capeggiati dal "Compagno numero uno" Pol Pot arrivarono al potere dopo che gli Stati Uniti si ritarono dal territorio cambogiano (per questioni di politica interna). Fortemente influenzati dal maoismo più estremista si occuparono della "purificazione della Cambogia", massacrando chiunque appartenesse alle classi più colte, sopprimento ogni legame familiare in quanto incompatibile con la creazione della nuova società cambogiana, e sopprimendo nell'arco di mezzo decennio, un terzo della popolazione cambogiana.

I killing fields si trovano a pochi chilometri a sud del centro della capitale, in una zona parzialmente paludosa. Qui i prigionieri venivano eliminati nel giro di pochi giorni. Venivano inizialmente messi dentro ad una baracca fatta da un doppio muro di legno senza finestre e nessuno sbocco con l'esterno, erano totalmente buie. All'esterno, diversi altoparlanti trasmettevano ininterrottamente canzoni rivoluzionarie, tradizionali cambogiane e discorsi di Pol Pot, il tutto condito dal rumore assordante dei generatori a gasolio. Da dentro la baracca il prigioniero non aveva modo di sentire cosa accadesse all'esterno. Dopo massimo due giorni di permanenza nella buia sistemazione, senza cibo e acqua, il prigioniero (inconsapevole) veniva bendato e portato sul bordo della fossa comune. Qui veniva fatto inginocchiare e finito a bastonate, oppure con asce, picconi o baionette. I proiettili costavano troppo per sprecarli per un'esecuzione. Per essere certi che il prigioniero fosse morto, veniva sgozzato, e, a quelli colti veniva di netto staccata la testa e separata dal resto del corpo. Ci sono fosse comuni con all'interno solo teschi. La zona è parzialmente paludosa e a causa delle piogge monsoniche il terreno si muove continuamente e, tutt'oggi, ad ogni pioggia fa riaffiorare resti umani: ossa, vestiti, denti. Ovunque ci sono cartelli che recitano "Don't step on bones" ovvero "non camminate sulle ossa". Sembra assurdo ma è così. Ogni due settimane gli addetti alla manutenzione del museo raccolgono i resti e li depositano negli ossari. Io stesso ho dovuto camminare con attenzione schivando costole, denti e vestiti (clicca). La sensazione di malessere che si prova è davvero intensa. Non a caso durante il percorso seguito con le indicazioni dell'audio guida venivo spesso avvertito che quello che avrei visto avrebbe potuto risultare molto forte e quindi sconsigliato alle persone più sensibili. L'audio guida ci aiuta a comprendere cosa erano questi campi grazie alle testimonianze dei pochi sopravvissuti. C'è un albero all'interno del campo, chiamato Killing Tree (clicca) dove mi sono fermato con un nodo in gola e le lacrime trattenute a stento. Chi entrò per la prima volta dentro Choeung Ek non capì perchè sul massiccio tronco di quell'albero ci fossero incastrati dei resti di cranio e cervello. Poi lo scoprì, si inginocchiò e pianse. Accanto al bellissimo albero venne rinvenuta una fossa comune riempita solo dei resti di neonati i quali venivano presi per i piedi e sbattuti contro l'albero con la testa. Ero paralizzato davanti a tanto orrore, ho dovuto interrompere il racconto dell'audio guida, bere dell'acqua e pensare a qualcos'altro. Solo così sono riuscito ad allontanarmi e a trattenere le lacrime. Dopo avero visto l'intero campo e l'ossario centrale abbiamo visto un filmato dell'epoca del ritrovamento del campo da parte dei primi cambogiani entrati dopo la fine del regime di Pol Pot.

Usciamo provati ma non è ancora finita. Vogliamo visitare l'ex liceo diventato carcere, famoso per le torture a cui i prigionieri venivano sottoposti.

I cinque edifici che una volta era la Tuol Svay Prey High School, situata nel centro di Phnom Penh vennero trasformati in un carcere e centro per interrogatori e torture. La struttura venne chiamata "Ufficio di sicurezza 21", S-21. Gli edifici vennero circondato da un muro di cinta con filo spinato elettrificato; alle classi vennero tolti gli ornamenti che fungevano da aerazione e al loro interno vennero eretti muri a secco per formare delle minuscole celle di circa un metro e mezzo per due. Le finestre furono sbarrate e i lunghi corridoi che danno all'esterno vennero ricoperti di filo spinato per evitare che i prigionieri potessero suicidarsi buttandosi di sotto (clicca). Anche qui utilizziamo delle audioguide per capire meglio cosa succedesse in questa prigione.

Potevi essere imprigionato per diversi motivi ma soprattutto per sospetto di congiura oppure spionaggio. I prigionieri venivano schedati e fotografati; poi gli veniva assegnata una "sistemazione". Ai più fortunati toccavano le celle singole di un metro e mezzo per due, a quelli meno fortunati toccavano le celle di gruppo. Sul pavimento venivano collocati degli anelli d'acciaio dentro ai quali venivano infilati dei tondini di ferro ai quali a loro volta venivano incatenati per le caviglie i prigionieri. Il regolamento della prigione era ferreo e a chi disobbediva o infrangeva le regole venivano inflitte severe punizioni. Se ad esempio, durante il sonno, ti giravi e la catena faceva rumore venivi frustato o picchiato per ore. Le torture dovevano servire per confessare i nomi delle spie o di chi congiurasse contro l'organizzazione. Se non si avevano dei nomi da confessare si poteva espiare la "colpa" confessando peccati di ogni genere. Prima e dopo ogni confessione si veniva torturati. Le torture avvenivano per lo più incatenati a dei letti usando elettroshock, strumenti incandescenti, waterboarding. Non mancavano torture come mangiare le proprie feci, rimanere appesi per lungo tempo, ferite con arma da taglio, fustigazioni, strappamento delle unghie e altre molto fantasiose e terribili. Nel carcere era vietato morire o suicidarsi, nel caso di morte sotto tortura poteva accadere che lo stesso carnefice diventasse a sua volta prigioniero. La stragrande maggioranza dei prigionieri era innocente e le confessioni venivano estorte solo sotto tortura. La vittima, stremata dalle torture, sovente faceva nomi di amici, famigliari e conoscenti per sottrarsi a tale sofferenza. Di conseguenza, i nomi estorti diventavano automaticamente prigionieri.

Quando, secondo il carnefice, il prigioniero non aveva più nulla da dire, veniva portato insieme alla sua famiglia al campo di sterminio con la falsa promessa che sarebbe stato liberato insieme ai suoi cari. Firmava di suo pugno il trasferimento dal carcere al campo e sempre di suo pugno firmava l'ingresso al campo e di conseguenza la sua morte.

Anche questa visita mi lascia con un nodo in gola che fatico a respirare.

Lasciamo il carcere in silenzio.

Per alleggerire la giornata visitamo il Russian Market, un mercato coperto stretto e caotico dove vengono vendute diverse merci contraffatte: dalle scarpe della Nike, alle cuffie della Sony ai telefoni Samsung. Usciamo dal mercato che è sera, torniamo in albergo ma prima di andare a mangiare mi faccio un riposino, altri decidono di andare nella piscina di un vicino albergo per fare un bagno, altri proprio cambiano albergo e si trasferiscono in un centro wellness anche per la notte.

Ceniamo in un ristorante italiano con una pizza ottima, attratti dal menù scritto in perfetto italiano e dove non c'erano nè spaghetti with meatballs e nemmeno pizza con pineapple (ananas).

L'indomani decido di farmi fare finalmente un massaggio. Sono da 16 giorni in giro per Thailandia e Cambogia e non mi sono nemmeno fatto fare un massaggio.

Con me vengono la veronese Francesca e Giulia, l'ingegnere emiliano. C'é chi dorme e chi visita il central market. L'appuntamento è direttamente in aeroporto per il volo che nel pomeriggio ci riporterà a Bangkok.

La nosta guesthouse si trova al centro del quartiere del divertimento e ovviamente tra un bar a luci rosse e un centro massaggi. Sfidiamo la sorte e ci buttiamo proprio li dentro. Giulia ed io decidiamo per un massaggio thai tradizionale, Francesca per un massaggio rilassante con olio.

Entriamo e devo dire che come prima impressione non è male, bel pavimento in legno, curato, sdraio nuove e pulite; la proprietaria ci invita a sederci e in men che non si dica due ragazze vengono a lavarci i piedi. Saliamo al piano di sopra, nella grande stanza ci sono una decina di materassini a terra, uno di fianco all'altro. Occupiamo gli ultimi tre. Io però vengo separato dalle ragazze tramite una sottile tendina. Mi fanno togliere i vestiti e rimango in boxer. Alle ragazze fanno indossare una vestaglia meravigliosa.

Decidiamo per un trattamento di un'ora che si rivelerà poi appena sufficiente. Mezzora sarebbe stato troppo poco. Un'ora e mezza sarebbe stato perfetto.

La mia massaggiatrice sbaglia e inizia a farmi il massaggio con l'olio, se ne accorge, confabula con le altre e mi chiede se voglio cambiare ma ormai sono imbrattato e vado avanti col massaggio rilassante che ormai mi stavo godendo.

Francesca è un po' preoccupata, dice che la ragazza si sta spingendo troppo oltre, Giulia invece sboffonchia qualcosa tra una stretta e uno stiramento.

La stessa cosa di Francesca succede anche a me, la ragazza si è avvicinata troppo nelle zone "sensibili" e solo pensando a catastrofi e carestie mantengo la situazione sotto controllo o "quasi". Solo quando mi sono girato supino ho visto che chi mi massaggiava non era la stessa che mi aveva lavato i piedi, ma una stupenda asiatica dal fisico scultoreo vestita solo di un perizoma e una t-shirt e... nulla più. Mantenere il controllo è stato un'impresa titanica aiutato più che altro dall'imbarazzo di avere le mie due compagne di viaggio a 10 centimetri da me.

Probabilmente la ragazza ha intuito che "quel tipo di massaggio" non era quello che volevo in quel momento, ha abbandonato le "zone critiche" e si è concentrata su tutto il resto del corpo e mi sono infine goduto un massaggio meraviglioso.

Esco dal centro massaggi che vorrei farmene un altro ma non c'è tempo. Salgo in camera, mi faccio una doccia e stavolta non mi spruzzo lo spray anti zanzare, è l'ultima doccia che mi faccio prima di tornare a casa e non voglio ungermi oltre.

Salutiamo Seng, saliamo sui Tuk-Tuk e raggiungiamo l'aeroporto di Phnom Penh dopo circa un'ora. A piedi forse ci avremmo messo di meno, il traffico cambogiano è quasi pari a quello thailandese.

In aeroporto troviamo tutti gli altri, è tempo di partire. Andiamo prima al check-in e poi andiamo al controllo sicurezza, vogliono la seconda copia del visto come scritto nella mail arrivataci dal sito della e-visa cambogiana. Il volo parte puntuale e una volta a Bangkok dobbiamo prendere la navetta gratuita che ci porta all'altro aeroporto.

Fortunatamente l'autostrada che collega i due aeroporti è quasi tutta sopraelevata e quindi evitiamo il traffico cittadino sotto di noi. Durante il tragitto inizia a piovere, il primo vero acquazzone che scansiamo fortunatamente.

Nel rispetto della direttiva 2009/136/CE ti informiamo che questo sito utilizza cookie propri tecnici e di terze parti per consentirti una migliore navigazione ed un corretto funzionamento delle pagine web.
Se proseguo nella navigazione, cliccando su un qualunque elemento posto all’esterno di questo banner, acconsento all’installazione dei cookies.

 

This site uses cookies. By continuing to browse the site, you are agreeing to our use of cookies.