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Siam e Impero Khmer

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"Voglio andare ad est"

Nella mia cartella Documenti di Dropbox ho una sottocartella chiamata "Viaggi", all'interno della quale c'è un file excel che contiene ordinatamente i Paesi che vorrei visitare con le cose più belle da vedere.

Al primo posto della lista c'è la Cambogia, per diversi motivi.

Primo in assoluto: "Angkor Wat" che, insieme al Colosseo, Petra, Piramidi e Macchu Pichu, fa parte delle cose che nella mia vita vorrei vedere prima di entrare nel regno di Ade. Colosseo e Petra ormai fanno parte del repertorio, le Piramidi, pur se viste da lontano anche; rimangono fuori Angkor Wat e Macchu Pichu.

Il secondo motivo per cui la Cambogia è in cima alla lista è conseguenza del fatto che non mi sono mai spinto ad est del mondo. Certo, l'Iran è ad est rispetto all'Italia, pure di un bel po'; ma mi piacerebbe andare ancora oltre: sud est asiatico, Cina, Giappone.

Essere uno dei tanti coordinatori di Viaggi Avventure Nel Mondo mi da la possibilità di poter viaggiare parecchio e così mi ritrovo ad essere il Tour Leader di un gruppo che parte per il viaggio Thai-Cambogia Discovery, dal 25 Dicembre 2016 al 10 Gennaio 2017.

Lo scorso anno, più o meno nello stesso periodo, mi trovavo ad ovest del mondo e più precisamente stavo facendo un viaggio tra Guatemala, Honduras e Belize.

Ad essere sincero il viaggio che avrei voluto fare era Laos-Cambogia in quanto la Thailandia mi ha sempre dato l'idea di essere un Paese estrememante turistico. Il Laos sicuramente è meta meno ambíta.

Per cercare di farmi assegnare da Avventure il viaggio Laos-Cambogia chiesi al mio amico Filippo, con cui giá avevo viaggiato sia in Iran che in centro America, di iscriversi e di segnalare me come coordinatore. Detto fatto, purtroppo però, come mi avevano fatto notare, il viaggio non è molto richiesto e dopo due settimane ancora non si era iscritto nessuno.

Avevo ormai rinunciato alla possibilità di vedere Angkor Wat e chiesi a FIlippo di cambiare viaggio: destinazione Myanmar.

A differenza del Laos, la Birmania è meta richiestissima, tanto che non sono riuscito a farmi assegnare il viaggio perchè già molti coordinatori avevano fatto richiesta prima di me e alcuni di loro avevano cinque o sei persone che avevano segnalato la preferenza.

Nulla, anche per questa volta, non riuscirò ad andare ad est. Ho chiesto quindi altre due assegnazioni: Lofoten e Cuba.

La svolta è stata la mail di Valentina, una mia amica genovese con cui avevo già viaggiato sia in Iran che in Guatemala. Nella mail c'era scritto che la fidanzata di Riccardo (un ragazzo che aveva viaggiato con noi in Iran e amico di Valentina) si era iscritta per un viaggio nuovo: Thai-Cambogia Discovery ed era l'unica iscritta.

Contatto Giulia (unica iscritta) e le chiedo di mettere il mio codice coordinatore come preferenza. Il giorno dopo mi avevano assegnato il viaggio; sarei quindi partito qualora il gruppo avesse raggiunto almeno quattro partecipanti oltre al sottoscritto.

Mi è bastato fare pubblicità sul gruppo facebook di Avventure per i viaggi del sud est asiatico ed in pochi giorni eravamo già in sei. Poi, come sempre accade in questi casi, le persone iscritte fanno da volano; in meno di due settimane il gruppo si è chiuso con dodici partecipanti più me.

Meraviglia, avrei finalmente visto Angkor Wat.

Le prime a contattarmi e poi ad iscriversi (dopo Giulia) sono state due ragazze di Trieste (Cristina e Giulia) seguite a ruota da Francesca (che scoprirò poi essere di Bovolone.... quanti ricordi) con i suoi due colleghi di Accenture: Marzia e Giuseppe.

Da un numero col prefisso 001 mi sono arrivate richieste di informazioni riguardanti il viaggio, si trattava di Giulia (la terza Giulia del gruppo), una ragazza di Carpi che però aveva trascorso gli ultimi due anni a Washington per lavoro (ecco spiegato il perchè del prefisso USA). Finiti i due anni a Washington sarebbe tornata in Italia. Nel nostro bel Paese sarebbe rimasta due giorni di numero. Tornata il 23 dicembre, ripartita il 25 per la Thailandia. Tutti questi partecipanti sarebbero partiti con me da Milano, ancora nessun iscritto che sarebbe partito da Roma, molto strano.

Nemmeno a dirlo che, poco dopo, le toscane Denise e Stefania, le romane Federica e Francesca hanno prenotato gli ultimi posti per Roma.

Un ulteriore partecipante si è unito al gruppo, Alessandro, che però lavora e vive in Germania, per cui ci avrebbe raggiunto direttamente a Bangkok.

La formazione completa del gruppo quindi è di 10 donne e 3 uomini (avremo giocato in netto svantaggio).

Essendo un viaggio nuovo, non avevo a disposizione le relazioni dei viaggi precedenti però, nel giro di qualche giorno, Avventure, mi ha messo a disposizione le relazioni dei viaggi Thailandia Discovery e Cambogia Discovery.

Rispetto alle Isole Cicladi che avevo coordinato ad Agosto, l'organizzazione di questo viaggio è stata decisamente più semplice. Dovevo solo capire come bilanciare le fatiche del viaggio e contattare referenti e strutture in loco.

Le tre settimane che anticipano la partenza volano e il primo pomeriggio del giorno di Natale mi ritrovo sulla mia vecchia carretta a percorrere le poche centinaia di chilometri che mi separano da Malpensa. Il volo sarebbe partito alle 21:20 ma mi sarei dovuto trovare al banco gruppi alle 19:20 per ritirare i biglietti aerei.

Per il parcheggio ho provato a riaffidarmi a Park To Fly, ma stavolta niente economy, crepi l'avarizia e sono andato al parcheggio "Comfort", quello che una volta era l'economy, vicino al Terminal 1 di Malpensa.

Il viaggio parte subito con una grande aspettativa, per la prima volta in vita mia volerò su un Airbus A380, il jet passeggeri più grande al mondo. Un mostro a due ponti con una capacità che varia, a seconda della configurazione, da 530 a 680 passeggeri. Altra grande aspettativa è riservata alla compagnia aerea Emirates e allo scalo di Dubai. Tante novità in una volta sola.

Come spesso accade sono in aeroporto con grande anticipo. Cerco di far in modo di prevedere, per quanto possibile, eventuali ingorhi dovuti ad incidenti o nebbia. Preferisco rischiare ed essere in aeroporto due ore prima che affidarmi alla sorte e poi magari perdere il volo.

Fortunatamente il 25 dicembre mi fa trovare autostrade sgombre e fortunatamente la nebbia, che nei giorni precedenti aveva avvolto col suo mantello tutta la pianura padana, è assente.

In anticipo sull'orario di ritrovo, arrivano alla spicciolata tutti i ragazzi che partono con me da Milano. In parte li riconosci perchè li hai già contattati su Facebook, in parte perchè hanno tutti una cosa che li accomuna: un grande zaino sulle spalle e un piccolo zainetto davanti; la configurazione più comoda per questo tipo di viaggi.

Presentazioni di rito, ritiro dei biglietti, check-in e security check. È buio già da qualche ora ma dal tunnel che ci porta all'imbarco del mostro volante possiamo intravvedere due dei quattro giganteschi motori turboventola Rolls-Royce. Sono impressionanti visti da vicino.

Saliamo a bordo e la configurazione dei sedili è 3 - 4 - 3. Io ho culo e tutti e quattro i voli me li farò nei posti corridoio. Il posto per le gambe è sufficiente anche per i passeggeri più alti, i servizi sono spaziosi e soprattutto la parte multimediale è incredibile. La quantità di film a catalogo è impressionante.

Il volo decolla in orario e solo a Dubai ci incontreremo con la parte del gruppo che vola da Roma.

Di seguito la mappa del giro di 17 giorni partendo da Bangkok, Chiang Mai, Chiang Rai per poi scendere di nuovo a Bangkok e con un volo interno della Air Asia raggiungere Siem Reap. Da Siem Reap siamo scesi a Phonm Penh da cui poi abbiamo ripreso il volo per Bangkok per poi, da lì, ritornare in Italia.

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E´morto il Re! Viva il Re!

Dopo un volo di circa sei ore atterriamo all'aeroporto internazionale di Dubai, si gioca il secondo posto al mondo per dimensioni e traffico insieme a quello di Pechino, battuti solo da quello di Atlanta (Georgia, USA).

Atterriamo al Terminal B e appena atterrati già ci fanno fare un security check. A che serve mi chiedo? Sono appena sceso da un aereo, mi fai fare venti metri e mi rifai un security check? Come mi sarei mai potuto procurare esplosivi, armi, droga ecc. in venti metri senza poter uscire dall'aeroporto?

Misteri della Fede.

Questo aeroporto è davvero immenso, per raggiungere il terminal A (da dove sarebbe partito il nostro volo per Bangkok) ci abbiamo messo circa un quarto d'ora usando il veloce trenino interno.

Giunti al nostro Gate incontriamo i ragazzi che sono partiti da Roma, manca solo Alessandro che, partito direttamente dalla Germania, ci sta già aspettando nel nostro Hotel di Bangkok.

È già mattino inoltrato a Dubai e quindi cerchiamo un posto dove fare colazione. Vicino al nostro gate c'è un posto che sembra fare al caso nostro. Ci mettiamo in fila e sgraniamo gli occhi davanti ai prezzi: questi si sono totalmente rincoglioniti. Un cappuccino e una brioche 15$. Purtroppo questo c'era e noi non avevamo voglia di girare a cercare qualcosa a minor prezzo anche perchè credo non lo avremmo trovato.

Il cappuccino era buono e la brioche anche, ho cercato di assaporare ogni singolo morso e ogni singolo sorso: la colazione più cara della mia vita, contando che non ci siamo ammazzati di Saint Honorè preparata dallo Chef stellato di turno, ma abbiamo preso una semplicissima brioche scongelata e un fottutissimo cappuccino.

Ecco come ci fanno pagare il calo petrolio.

Vista la bastonata appena presa, ho desistito nel cercare dei sigari al duty free e ho fatto male, più avanti, verso la fine del viaggio, spiegherò il perchè.

Saliamo sul secondo A380-800, pure migliore del primo, con la parte multimediale più nuova, schermi più belli e prese USB ovunque. Su questo volo finisco di vedere il film Suicide Squad che avevo iniziato a vedere sul primo volo e la cui visione è durata tipo 10 minuti, dopodichè mi ero addormentato per risvegliarmi solo in fase di atterraggio. Suicide Squad è film pessimo che aveo già visto al cinema ma, per Margot Robbie, si fa questo ed altro. Stavolta riesco quasi a finirlo, ma la stanchezza vince ancora una volta e mi risveglio con l'annuncio del pilota che dice che in quaranta minuti saremmo atterrati a Bangkok. Fortunatamente, prima di addormentarmi, ero riuscito a compilare il foglio per il visto thailandese.

Scesi dal gigantesco aereo dobbiamo passare sia il controllo passaporti e ritirare i bagagli. Come pattuito, all'uscita dall'aeroporto, c'era una persona ad aspettarci con il cartello "Roberto - Avventure Nel Mondo".

Appena usciamo all'esterno un'ondata di calore e umidità ci travolge. Sono circa le otto di sera e ci sono 35° con il 98% di umidità. Il beve tragitto per arrivare al minibus ci mette a dura prova, in meno di cinque minuti siamo sudati fradici. Carichiamo gli zaini e vado per sedermi davanti, solo che mi ritrovo al posto di guida; in Thailandia hanno la guida a sinistra, come in Inghilterra e in molti alri Paesi del mondo.

Bangkok, secondo Wikipedia, è la città più trafficata al mondo e non ci vorrà molto per scoprirlo. Fortunatamente il nostro tragitto fino all'albergo sarà qusi tutto sulle nuove autostrade sopraelevate di recente costruzione. Enormi cartelli pubblicitari, lunghi anche cento metri, ci accompagnano per tutta la prima parte del percorso. Impossibile non notare il numero infinito di necrologi sparsi per la città; recentemente (13 ottobre 2016) è venuto a mancare "Il più grande dei Re" thailandesi: Bhumibol Adulyadei, conosciuto anche come Rama IX. È stato il più longevo dei re della Thailandia, ed anche uno dei più ben voluti, se non addirittura quello a cui i thailandesi erano più affezionati. Il suo regno è durato più di 66 anni, da quando, il 5 maggio del 1950 venne incoronato dopo che il suo predecessore e fratello maggiore, Rama VIII, morì nella sua stanza in circostanze poco chiare, dopo soli undici anni di regno.

Anche se è stato un monarca costituzionale, è spesso intervenuto in questioni politiche molto delicate, come il passaggio alla democrazia nel 1990 oppure quando usò la sua influenza per bloccare due colpi di stato, non riconoscendo l'autorità dei generali che li avevano promossi. Era un uomo colto e pure un ottimo muscisita jazz.

In Thailandia, il Re, è legalmente considerato "inviolabile" e l'offesa alla dignità del monarca (la lesa maestà) è punita con pene che possono arrivare fino a quindici anni di carcere.

La sua morte è stato un duro colpo per il thailandesi, il lutto è visibile in ogni angolo del Paese: necrologi di ogni dimensione appesi fuori da ogni esercizio pubblico e privato, nastri bianchi e neri ad ornare le sue foto. Per un lungo periodo molti templi sono stati chiusi, il palazzo reale non era più accessibile, persino le insegne del quartiere a luci rosse di Bangkok si sono spente. Il nero diventò il colore predominante. I vestiti di colore nero diventarono introvabili se non a prezzi folli e la gente che vestiva con colori accesi, spesso, veniva additata come poco rispettosa. La fase intensa del lutto è durata circa un mese, noi, dopo circa tre mesi dalla morte, siamo riusciti ad entrare in tutti i templi e anche nel palazzo reale. Molta gente comunque è ancora in lutto nonostante il successore sia già stato incoronato il primo dicembre 2016.

Arrivati allo Swan Hotel, abbiamo subito incontrato Alessandro che ci stava aspettando. Prendiamo velocemente le stanze e ci facciamo una doccia veloce perchè l'eccitazione di visitare la città è tanta.

Mi incontro con il referente locale il quale mi fa subito salire a bordo del suo motorino per andare a cambiare i soldi in un Money-Change poco distante; inizia così la mia vacanza da thailandese. A Bangkok, i locali, si muovono per lo più con i motorini che sono i mezzi migliori per muoversi in quel traffico infernale.

La prima cosa che visitiamo è lo Sky Bar Lebua presso la State Tower che si trova ad un tiro di schioppo dal nostro hotel. Secondo quanto letto nelle guide, il dress code è preso seriamente; per i ragazzi obbligatori pantaloni lunghi e scarpe chiuse (anche da tennis vanno bene), per le ragazze vestitino e tacco. Visto che il tacco ci sembrava troppo, abbiamo chiesto e ci hanno detto che un sandalo elegante e basso è più che sufficiente.

Tramite un ascensore saliamo fino al 68esimo piano del grattacielo e ad accoglierci ci sono le hostess che ci indicano la direzione da prendere per uscire in terrazza. Il posto è molto elegante e la vista sulla città è suggestiva. Un gruppo jazz si sta esibendo in uno degli standard più famosi "Autumn Leaves" e devo dire che sono molto bravi. Scendendo le scale per raggiungere il banco bar passiamo a fianco ad un piccolo ristorante con una decina di tavoli. C'è molta gente al bar, sono quasi tutti turisti e la lingua che va per la maggiore è ovviamente l'inglese. Tocca il nostro turno per l'ordinazione e ci accorgiamo che i prezzi non sono certamente popolari, tantomeno per la Thailandia. Un gin tonic (per altro molto buono) costa 360Thb (Thailand Baht, la moneta locale) che corrispondono più o meno a 10€.

Il gruppo è al completo e tra una discussione sul cosa vedremo e una sulle prime impressioni della città ci accorgiamo che abbiamo fatto molto tardi, sono quasi le undici di sera e non abbiamo ancora cenato.

Cerchiamo di raggiungere chinatown che sulla mappa era data come vicina, peccato che ormai fosse tutto chiuso, di aperto abbiamo visto solo un Mc Donald's e un KFC. La stanchezza si fa sentire e leggo la mappa al contrario, ci siamo allontanati da chinatown. Torniamo indietro e vediamo che ormai è tutto chiuso però la fame è tanta.

Chiediamo ad un autista di Tuk-Tuk (tipico taxi a tre ruote usato per lo più nel sudest asiatico) dove avremmo potuto mangiare qualcosa a quest'ora. Ci dice che conosce un ottimo ristorante e noi, accecati dalla fame, accettiamo senza discutere. L'autista chiama altri due sue colleghi e per la prima volta salgo su questo pittoresco mezzo a tre ruote.

Arriviamo al ristorante e vediamo che è un ristorante cinese, poco male, avrei mangiato qualsiasi cosa. Chiediamo ai Tuk-Tuk se ci possono aspettare per il tragitto di ritorno e acconsentono senza tanti problemi, poi capiremo il perchè.

Vista l'ora, siamo gli unici avventori; ci portano i menu e ordiniamo. Il pesce servito non era male, così come i vari antipasti fritti tra cui Spring Rolls e patatine fritte. Il riso che accompagna i piatti di portata è sempre abbondante e buono.

Circa a metà cena, Cristina, complice il caldo e la sua pressione bassa, non si sente molto bene e preferisce tornare in albergo; non la lascio andare da sola, avevo mangiato abbastanza e quindi sono tornato con lei con il Tuk-Tuk. Avevamo già fatto cassa comune per cui non mi sono preoccupato della spesa.

Arriviamo in albergo e subito mi accorgo che il climatizzatore della mia stanza era rotto, non faceva scendere la temperatura sotto i 30°.

Nonostante fossi stanco dal viaggio ho dormito pochissimo causa il caldo infernale. La mattina dopo, a colazione, mi dicono della bella sorpresa ricevuta a cena.

I prezzi esposti nel menù erano a peso, solo che, ovviamente, era scritto in cinese e in thailandese, non in inglese.

Giuseppe (il cassiere) mi da così il buongiorno: "Sai quanto ci è costato lo scherzetto ieri sera? L'equivalente di 50€". "Beh, visto che eravamo in 13, non è tantissimo, anzi, visto quello che abbiamo mangiato, mi pare più che onesto" rispondo ingenuamente. "Non hai capito, 50€ a testa!".

Porcaputtana che legnata, praticamente ci è volato un settimo della cassa comune prevista con una singola cena.

Scendo a fare colazione che ho ancora un sonno porco, sono più lento di un bradipo sotto narcotici ma riesco nell'intento di mangiare, docciarmi, sistemare gli zaini e scendere in tempo per la partenza.

Abbiamo due pullmini i quali ci porteranno al mercato galleggiante di Damnoen Saduak. Il villaggio dista circa un centinaio di chilometri dal nostro albergo solo che ci metteremo quasi due ore a raggiungerlo. Non a caso, Bangkok, è la città più trafficata al mondo.

Attraversando il centro, prima di immetterci sull'autostrada, la definizione che abbiamo di "traffico congestionato" assume altre forme che arrivano da una realtà che non ci appartiene. Solo per attraversare il chilometro di chinatown ci mettiamo quarantacinque minuti abbondanti. A piedi ci avremmo messo molto di meno. Il quantitativo di scooter, motorette e Tuk-Tuk che affollano le strade è impressionante. Soprattutto gli scooter si infilano in ogni pertugio possibile avvisando della loro presenza con insistenti avvisi di clacson. Inoltre, per questi mezzi, sembra non esistere il codice della strada: inversioni a U, cambi di corsia, percorrenze contromano. Credo che "La Grande Mietitrice" possa aver preso residenza da queste parti e infatti la Thailandia è attualmente sul terzo gradino del podio per quanto riguarda il numero di morti per incidenti stradali.

Una volta attraversato il caotico centro di Bangkok ci immettiamo su una delle nuove autostrade sopraelevate e meno trafficate. Ci rendiamo sempre più conto di quanto il popolo thailandese dia importanza al lutto che durerà fino ad agosto 2017. Ci sono più necrologi che cartelloni pubblicitari.

È la prima giornata intera del nostro viaggio e siamo molto carichi. Raggiunti i canali del mercato galleggiante contrattiamo per avere tre barche. Possiamo scegliere tra le tradizionali a remi o le più "moderne" a motore. Visto il poco tempo a nostra disposizione (sarà una delle cose ricorrenti del viaggio) optiamo per tre barche a motore.

Le piccole lance coperte si muovono veloci in un primo tratto di canali, poi, arrivati nel centro del mercato galleggiante, spengono i motori ed avanzano usando un unico remo. Sembra una piccola Venezia, ma molto più intasata, un mix tra Venezia e Bangkok. I canali, al centro del mercato, sono più larghi perchè fanno posto sia alle bancarelle situate lungo le sponde, sia alle lance scoperte utilizzate come bancarelle ambulanti. Vendono di tutto: frutta, souvenir, cibo thailandese cotto direttamente a bordo delle barchette, dipinti, bigiotteria, bibite e chi più ne ha più ne metta. Alcuni, per pochi baht, fanno accarezzare enormi pitoni, boa albini e dei dolcissimi slow loris (clicca). In alcuni punti l'ingorgo è tale da obbligare le piccole imbarcazioni ad avanzare spingendosi reciprocamente. Approfittiamo della situazione comprando delle banane. Rispetto alle banane che troviamo sulle bancarelle dei nostri mercati e supermercati, queste, sono piccole, di circa 10cm di lunghezza, con una buccia sottile di un giallo slavato. Difficile descriverene la bontà; sa di banana indubbiamente, ma il sapore è più delicato ed è molto più dolce. Dopo circa un'ora passata a spingere la piccola lancia usando le altre come appoggio, ci dirigiamo in una parte meno trafficata del mercato. Vengono riaccesi i motori (sicuramente euro 6) che, con un baccano assordante, ci fanno terminare il giro. La prima esperienza con le realtà locali e così diverse dalla nostra ci è piaciuta tantissimo; chi ben comincia...

Vicino al floating market, sulla via del ritorno, c'è una cittadina chiamata Mae Klong, famosa in tutto il mondo per il suo mercato; un mercato molto particolare che si estende lungo la tratta ferroviaria Bangkok-Mae Klong. La particolarità risiede nel fatto che il mercato non è solamente rilegato ai bordi dei binari, ma è proprio sui binari. Ogni trenta minuti il treno percorre la sua tratta passando in mezzo al mercato. Al suono del fischietto del ferroviere, tutti i mercatari spostano velocemente le loro cose dai binari all'interno delle loro tende. Essendo un mercato coperto, anche le tende vengono velocemente smontate per permettere il passaggio dei vagoni. Sinceramente mi immaginavo un trenino che passava in mezzo al mercato, non un vero e proprio treno passeggeri (clicca). Alcuni prodotti rimangono lungo i binari, e il treno vi passa letteralmente sopra. Lento, arriva sfiorando tende, merci e ovviamente persone. Una volta passato, con la stessa velocità con cui le merci sono state levate e le tende smontate, tutto torna come prima. L'odore di pesce essiccato è fortissimo e domina su tutti gli altri odori; per i locali, la pelle di pesce essiccata è una prelibatezza.

Dopo aver assistito a questo curioso evento, risaliamo sui due pullmini e torniamo a Bangkok perchè vorremmo visitare sia il Grande Palazzo Reale che il Wat Pho, il tempio del Buddha sdraiato.

Causa traffico congestionato (sai che novità) arrivamo nel centro di Bangkok che è davvero tardi, Non riusciremo a vedere entrambe le cose per cui decidiamo di visitare il palazzo reale con i suoi bellissimi templi.

Dopo una corsa per prendere i biglietti, riusciamo a pelo ad entrare, i cancelli chiudono alle 16:00. Per poter entrare è necessario indossare un abbigliamento adeguato che consiste in pantaloni lunghi e maglietta a maniche corte per gli uomini, gonna lunga o pantaloni lunghi e maglietta maniche corte per le donne. Il simbolo del Buddha va rispettato per cui, all'interno dei templi, bisogna togliersi le scarpe. Essendo simbolo sacro, eventuali tatuaggi raffiguranti il Buddah vanno assolutamente coperti, pena l'immediata espulsione dal Paese.

All'interno del palazzo reale c'è tantissima gente, per lo più turisti locali che, a causa del lutto in corso, hanno preso d'assalto i vari templi.

È un caleidoscopio di colori quello che ci si presenta ogni volta che si entra in un tempio, l'oro, però, è il colore dominante. A parte l'oro, non c'è una vera e propria regola di accostamento di colori, anche nei simboli religiosi stessi; tutti accostamenti per lo più casuali, colori accesi a tinte sgargianti, quello che dal mio punto di vista è un fortissimo "disagio cromatico". Tra i vari templi dedicati al Buddha, ce n'è uno in particolare che attira tutti i turisti: il Wat Phra Kaew, ovvero il Buddha di Smeraldo (clicca). Si tratta di una piccola statuetta di giada raffigurante il Buddha, ricoperto da vesti dorate. Secondo una leggenda, il Buddha di Smeraldo, fu eseguito in India il 42 a.C. dove vi rimase per crica 300 anni prima di essere portato in Sri Lanka per salvarlo dalla guerra civile. Nel 457 venne richiesto dal re di Birmania per promuovere il Buddhismo Theravada nel suo Paese. La richiesta fu accolta ma durante il trasporto la nave naufragò e la statuetta approdò in terra Khmer (Cambogia). Quando nel 1353 i Siamesi conquistarono Angkor, il Buddha venne trasferito prima ad Ayutthaya, poi a Kamphaeng Phet, in Laos e per finire a Chiang Rai, dove il re lo nascose. Secondo alcuni storici d'arte, invece, la statuetta viene attribuita al XV secolo, eseguito a Chiang Rai e solo successivamente portato a Bangkok dove risiedeva il re.

Il Buddha è in pietra e ha tre vesti dorate che vengono cambiate dal re in persona tre volte l'anno il primo giorno di luna calante del 4°, 8° e 12° mese lunare; praticamente a marzo, luglio e novembre, quando cambiano le stagioni in Thailandia.

Rispetto a tutti gli altri Buddha, questo, è davvero piccolino e posizionato su una specie di trono. Si fatica a vederlo visto che è tenuto a debita distanza dai turisti ma la sala dove è sistemato è fortemente sorvegliata e non si possono fare foto. Il Buddha di Smeraldo è la statua più venerata nel Buddhismo Theravada.

Prima di uscire dal palazzo reale assistiamo anche al cambio della guardia, una cerimonia molto breve, almeno rispetto ai cambi della guardia a cui ho assistito in giro per il mondo.

Siamo ormai al tramonto e non riusciamo, come previsto, ad andare a visitare il Buddha sdraiato. Dobbiamo andare alla stazione dei treni da dove partirà il nostro treno notturno con cuccette diretto a Chiang Mai.

Abbiamo tempo per mangiare qualcosa, alcuni si recano al 7/eleven altri, come me, vanno alla tavola calda della stazione. Per l'equivalente di 3€ mangio un Pad Thai eccezionale.

Finalmente il nostro treno arriva al binario ma prima di salire andiamo a prendere qualche birra che, solo dopo averla comprata, ci accorgiamo di non poter portare sul treno; è vietato il consumo di alcolici sul treno. Poco male, è vietato il consumo, ma non il trasporto.

Abbiamo a disposizione due intere carrozze, saliamo sulla prima e notiamo che ci sono alcune persone sedute nei nostri posti. Probabilmente hanno sbagliato carrozza. Facciamo loro vedere i nostri biglietti e con nostra sorpresa vediamo che anche loro hanno dei biglietti per quei posti; la carrozza è quella giusta. Chiamiamo il controllore che, meravigliato, cerca di capire come sia stato possibile incorrere nell'errore. Nel frattempo, i ragazzi dell'altra carrozza, non sono ancora saliti, ci raggiungono e dal labbiale di Giulia leggo: "La nostra carrozza non esiste!". Come non esiste? Chiediamo al controllore che fine abbia fatto e a questo punto scopriamo l'inghippo.

Il nostro referente ha prenotato si il treno per il 27; ma per il mese di gennaio e non dicembre.

Visto che ormai manca qualche minuto alla partenza vediamo se è possibile prendere altri biglietti per il treno e poi farci rimborsare dal referente quelli errati. Purtroppo il treno è pieno, anche quello dopo.

Chiamo al volo il referente che si precipita in stazione scusandosi promettendoci che risolverà la questione.

È di parola e meno di un'ora dopo siamo a bordo di un pullman di linea a due piani. Ci rimborserà la differenza.


Le montagne del nord

Il viaggio da Bangkok a Chiang Mai dura 9 ore, con tre soste. Purtroppo però sul pullman fatico a dormire e arrivo a destinazione che sono uno straccio. Non sono il solo, molti del gruppo sono provati dal viaggio. Io, praticamente, sono quasi 50 ore che non chiudo occhio visto che la notte a Bangkok l'ho passata sveglio a sudare come se non ci fosse un domani causa aria condizionata rotta. A questo vanno aggiunte 16 ore di viaggio, diciamo che la parola "riposato" non è mai stata così tanto lontana da me in vita mia. Riposerò nella bara.

Qualche minuto dopo il nostro arrivo si presentano due pseudo pullimini che ci porteranno al nostro albergo a Chiang Mai. La Grace Boutique House si rivelerà molto confortevole e carina.

Dopo aver sbrigato le solite formalità e sistemato i bagagli nelle stanze, prendiamo i due pullmini e come prima meta della nostra giornata abbiamo il tanto discusso Tiger Kingdom.

Una discussione etica molto civile divide il gruppo tra quelli che vogliono andare a vedere le tigri e chi invece non ci vuole andare. Punto focale della discussione sta nel fatto che al Tiger Kingdom, pagando, è possibile entrare nelle gabbie ed accarezzare i grandi felini. Per fare questo, quasi sicuramente, le povere bestie vengono sedate.

La maggioranza vota per andarci, alcuni (compreso il sottoscritto) entreranno nelle gabbie.

Spiego il mio punto di vista senza cercare giustificazioni di sorta. So che non è giusto che degli animali vengano sedati per poter permettere ai turisti di fare cose che altrimenti sarebbero impossibili. Se non fossi certo che una belva da 250 chili con delle zanne lunghe 8 centimentri e degli artigli da 5 viene resa inoffensiva, col cavolo che ci entrerei.

Il discorso etico quindi regge e ne sono pienamente consapevole. Di contro però, visto che, ogni tanto, mi piace essere coerente ho ragionato pensando a quello che nella mia vita mangio ed indosso. Di quando in quando non disdegno di magiare hamburger e pollo delle più grandi catene di fastfood, così come non nego di aver mangiato a lungo carne del spermercato. Queste carni arrivano da allevamente intensivi dove gli animali nascono e muoiono subendo le peggio cose tra cui il bombardamento di antibiotici per evitare le malattie e grandi somministrazioni di steroidi per far lievitare i muscoli che diverranno poi le nostre bistecche. Ho avuto orologi con cintuirini in pelle, auto con interni in pelle, lacci delle scarpe in pelle, giacche in pelle e potrei andare avanti così per ore. Per essere coerente allora dovrei far caso a tutto questo e fare delle scelte diverse.

Probabilmente, molti degli animali di cui mi sono cibato fino ad ora, hanno avuto una vita ben peggiore di queste tigri nate in cattività, sfamate e curate. Tigri che, essendo nate in cattività e abituate ad essere nutrite, non potrebbero mai ritornare in libertà. Di tigri in questo parco ce ne sono davvero parecchie per cui immagino (teoria mia che non vuole essere verità assoluta) che vengano sedate a rotazione. Infatti non in tutte le gabbie si può entrare.

Al Tiger Kingdom l'ingresso è gratuito, solo per entrare nelle gabbie bisogna pagare. Il costo del ticket è proporzionale alle dimensioni del felino che si vuole accarezzare. Più è grande, più costa.

Le dimensioni del felino non sono invece direttamente proporzionali all'età dello stesso. C'erano tigri di 8 anni che pesavano 120 chili, alcune di cinque che ne pesavano 250.

Le classificazioni erano: piccole tigri (poco più che cuccioli), tigri di medie dimensioni, tigri di grandi dimensioni, tigri giganti. Volendo, c'è la possibilità di pagare di pacchetti in cui si poteva entrare in più gabbie.

Tra quelli che entrano ci dividiamo in due: taglie medie e grandi. Tra le grandi e le giganti ballavano circa 50 chili per cui ho scelto la tigre grande.

Prima abbiamo fatto però un giro nel parco per vedere le condizioni in cui erano tenute le bestie. Devo dire, che a prima vista, gli animali sono tenuti benissimo in recinti molto grandi con cibo e acqua sia da bere che per fare il bagno; le tigri adorano l'acqua.

Entrano prima le ragazze che hanno deciso di avvicinarsi ai felini di taglia media. Già questi sono dei gattoni che incutono un certo timore.

Arriva finalmente il nostro turno e l'incoscenza per un attimo svanisce quando mi sono ricordato di aver firmato uno scarico di responsabilità qualora il bel gattone avesse deciso che sarei diventato il suo pranzo. Entriamo nella gabbia e una volta davanti a sua maestà un brivido mi è corso lungo la schiena. Nessuna rete tra me e lei, nulla le avrebbe impedito di farmi a pezzi con una zampata, l'operatore del parco, col suo bastoncino di bambù, avrebbe potuto fare ben poco.

La prima ad avvicinarsi al bestione è Cristina, ci si può avvicinare solo da dietro e le si può accarezzare solo la coscia o giocare con la lunga coda. Poi tocca a me. Mi avvicino, la sfioro con riverenza, la accarezzo e poi le prendo la coda e la sollevo, non ci credo, lo sto facendo veramente. Non riesco a descrivere esattamente cosa mi passasse per la testa in quel momento. L'emozione era ovviamente fortissima: gioia e paura allo stesso tempo, stavo accarezzando il più grande dei felini, il leone, come si suol dire, può solo accompagnare. Mi ero avvicinato tanto ai ghepardi in Namibia, ma qui, una tigre, di ghepardi ne fa 5. Non so quanto sono rimasto a fianco a lei, ma sono sembrati attimi interminabili.

Dopo di me tocca a Giuseppe prima e a Francesca poi.

Una seconda tigre, ancora più grande, ci aspettava sdraiata poco più avanti. Questa volta mi sono seduto vicino a lei ho appoggiato la testa vicino al ventre per sentirla respirare. Solo a ripensarci mi vengono i brividi. Ho un punto di vista favoloso per fare una foto, la inquadro nella macchina fotografica, sta guardando davanti a se ed io sono dietro. Un secondo dopo si volta e due occhi grandi e gialli bucano l'obiettivo fino ad entrarmi nel cervello; mi sta osservando e ora si, ho paura. Potrebbe essere l'ultima cosa che vedo in vita mia. Scatto una foto (clicca) che ogni volta che vedrò mi farà tornare alla mente le sensazioni provate in quel momento.

Finita la visita l'adrenalina scende e i nostri stomaci necessitano di cibo, il ristorante all'interno del parco sembra valido e ci fermiamo a mangiare. I ragazzi che non sono voluti entrare hanno già mangiato e ci confermano che il cibo è buono.

Secondo la mia opinione non è solamente buono, ma è ottimo e a mio avviso è il miglior cibo thai che ho mangiato in tutta la vacanza.

Il conto è anche basso, una media di 450 baht a testa ci conferma che la prima sera a Bangkok siamo stati inchiappettati con la sabbia.

Vicino al Tiger Kingdom c'è una coltivazione di orchidee che andiamo a vedere. Risaliamo sui due pseudo pullmini e in meno di cinque minuti raggiungiamo la farm. Non sono dei pullmini, sono più che altro dei camioncini dove dietro sono sistemate due panche e ci si sistema in stile camion militare per il trasporto truppe.

La farm non è grandissima ma il numero di orchidee presenti è impressionante. Sono talmente tante e colorate che sembra la versione "naturale" del disagio cromatico thailandese. Oltre alla coltivazione delle orchidee c'è anche una sezione dedicata alle farfalle: una specie di "voliera gigante per farfalle". L'ingresso e l'uscita sono protetti da fila di sottili catenelle e un telo per far si che le farfalle non scappino. Sinceramente pensavo ce ne fossero di più ma comunque non erano poche e i loro colori erano davvero fantastici. Questa è stata l'unica occasione in cui mi sono pentito di non aver portato il 100-400 al posto del 70-200. Il nuovo tele zoom ha un rapporto di ingrandimento vicino al macro mentre con il 70-200 la minima distanza di messa a fuoco era davvero troppo elevata per avere dei risultati soddisfacenti.

Nel pomeriggio visitiamo il Wat Phra Doi Suthep: un tempio arroccato sul monte Doi Suthep che dista circa 15 chilometri da Chiang Mai. Anche se la distanza è breve, il tempo per raggiungere il parcheggio sottostante è interminabile a causa dei due camioncini che forse raggiungevano i 20 km/h. Arrivati ai piedi della montagna parcheggiamo vicino ad un caratteristico mercatino che vende, oltre alle solite cianfrusaglie, cibo un po' particolare: buonissimi succhi freschi di frutto della passione, dragon fruit e insetti fritti. Grilli, larve, cavallette, scarafaggi. Prima o poi li avrei assaggiati.

Per arrivare in cima al tempio bisogna salire una scalinata di quasi quattrocento gradini. Arrivati in vetta possiamo entrare nel tempio che è simile ai templi che avevamo visto al palazzo reale. Più piccolo e più "accogliente" ma sempre con tantissimi turisti e praticanti la religione. Fuori dal tempio una grandissima terrazza si affaccia sulla sottostante Chiang Mai, la vista è incredibilmente bella.

Non stiamo molto in questo tempio, dobbiamo scendere perchè altre due visite ci aspettano ma una volta radunati ai pullmini, gli autisti ci dicono che non abbiamo tempo per fare entrambe le visite. Sul programma era prevista la visita a due templi: Wat Phra Sing e Wat Suan Dok. Visto che il primo dista meno di un chilometro dal nostro albergo decidiamo di vedere il secondo.

Anche a Chiang Mai c'è molto traffico, ma nulla rispetto a Bangkok. Anche al Wat Suan Dok arriviamo poco prima della chiusura. Vicino al tempio c'è un cimitero dalle lapidi candide come la neve e dalle forme suggestive. Potrei azzardare a dire che a me è piaciuto più il vicino cimitero del tempio, che a mio avviso, volendo, potrebbe non meritare la visita, soprattutto nel caso in cui, come noi, hai poco tempo.

Finalmente siamo in albergo ed io sono stravolto. Fortunatamente, a nord, il caldo è meno soffocante rispetto a Bangkok dove per altro c'è sempre un'umidità superiore al 90%.

Prima di andare a cena però dobbiamo incontrarci con Yo, la guida che ci accompagnerà per i due giorni successivi, per metterci d'accordo sull'ora del ritrovo e sul programma.

Yo è un omino stravagante che parla un discreto inglese rispetto alla media thailandese e che fa delle battute degne del miglior Gino Bramieri, il suo cavallo di battaglia è giocare con la parola inglese Why (perchè) e farla diventare Y (la lettera) facendola seguire da altre tre lettere M C A, YMCA, la nota canzone dance anni '70 dei Village People. Per cui, ogni volta che doveva dire "perchè" arrivava di netto la battuta: "Why? Why? YMCA!". Questo ovviamente per due giorni filati. Rideva per qualsiasi cosa, smbrava quasi strafatto di oppio, ma questo è semplice gossip.

Non abbiamo una gran voglia di macinare altri chilometri per andare a mangiare e allora ci facciamo tentare da una specie di tavola calda piena di locals. I piatti descritti nel menu sembrano buoni e io ordino un pollo in salsa al curry che si rivelerà essere fatto da due o tre pezzetti di polo in abbondante salsa al curry e un quantitativo gargantulesco di cipolla. Stessa sorte tocca a quasi tutti i piatti ordinati. Il ristorante sarà rinominato il "Festival della cipolla".

Riesco a mangiare quei pochi pezzetti di pollo ma il resto del piatto non è affrontabile.

Esco dal ristorante (il più economico di tutto il viaggio con un record di 70 baht a testa, e ci mancherebbe) e affamato come un ladro mi fiondo sul carrettino che prepara Crepes alla nutella e me ne divoro una come se fosse l'ultimo pasto della mia vita.

Stanco morto, svengo nel letto dell'albergo e dormirò quasi undici ore filate.


Il triangolo d'oro

Abbiamo appuntamento con Yo alle 7:30 e la mia sveglia suona perentoria alle 7. In mezz'ora devo lavarmi, fare colazione e portare lo zaino grande nel piccolo magazzino di fianco alla lavanderia; staremo via due giorni per poi tornare qui per trascorrere la seconda notte in questa guesthouse.

Molto gentilmente ci mettono a disposizione un magazzino chiuso dove poter lasciare il bagaglio grande. Partiremo con solo lo zainetto dove metteremo: un cambio, il costume, asciugamano, spazzolino e dentifricio, powerbank per ricaricare lo smartphone, un pile o una giacca e un saccolenzuolo per la notte che trascorreremo al villaggio.

La notte ha portato nuova energia e i volti dei ragazzi sono più riposati.

Saliamo su due pullmini molto confortevoli che ci accompagneranno fino al nostro ritorno a Bangkok. Direzione nord, verso Chiang Rai.

Dopo una prima parte in pianura, la strada inizia a salire, attraversiamo la catena montuosa che separa Chiang Mai da Chiang Rai. È un'autostrada tortuosa, sembra quasi la Bologna-Firenze, la differenza sta tutta nella vegetazione. Immaginatevi l'appenninica dove però sui pendii scoscesi crescono palme, ficus, banani e tutti quei rampicanti che trasformano la giungla in un muro verde impenetrabile. Nuvoloni minacciosi in lontanaza rischiano di minare la nostra giornata ma la fortuna è dalla nostra parte e gli Dei del meteo pure. Scende solo qualche goccia all'altezza della nostra prima tappa: le sorgenti calde di Chiang Rai. A dire la verità sono più vicine a Chiang Mai ma sono già nella provincia di Chiang Rai.

Non sapevo che anche in Thailandia ci fossero dei veri e propri geyser. Dove sostiamo è un centro termale, ben lontano da quelli che conosciamo. Il centro è formato da diverse sorgenti di diversa temperatura. Una piccola struttura composta dalla sorente, alcune piccole castacelle e tre vasche, è adibita al pediluvio. La vasca più in alto, vicino alla sorgente, contiene l'acqua più calda, riesco ad immergerci i piedi non più di una manciata di secondi, oltre ne uscirebbero dei cotechini. Le altre due vasche, invece, hanno una temperatura più umana ed è possibile stare coi piedi in ammollo per più tempo. Nelle sorgenti più calde, con acqua a 86°, i locali cuociono le uova. Vicino alle sorgenti c'è anche un tempio carino: il Wat Ban Son Pong, di evidente origine Khmer vista l'architettura delle torri.

Ci vuole un'altra ora di pullmino per arrivare al Wat Rong Khun, il White Temple, che si trova a soli 15 chilometri a sud di Chiang Rai.

Il tempio (clicca) è anche un'opera d'arte moderna ancora in costruzione. È contemporaneamente un tempio buddhista e induista progettato dall'artista visionario Chalermchai Kositpipat. La sua costruzione è recente e risale al 1997 ma, come per la Sagrada Familia, non si sa quando sarà portato a termine. La costruzione principale è in gesso bianco e piccoli specchietti che riflettono la luce del sole creando giochi di luce. All'interno della costruzione principale un Buddha circondato da pareti affrescate in modo bizzarro. Tra le varie icone dipinte sui muri possiamo trovare dal Maestro Yoda di Star Wars a SpongeBob e pure i Transformers. Il tempio è affiancato da due specchi d'acqua con relative fontane. Devo dire che la costruzione è veramente bella, peccato per il contesto. Sorge di fianco alla strada principale, non è circondato da siepi che ne possano celare la bellezza. Al contrario, intorno al tempio, ci sono case e casette popolari, una risaia e poco altro. Ci sono altre cose carine da vedere; a me è piaciuto molto un Buddha di bronzo (clicca) in posa meditativa posto sotto un bellisimo albero.

Il tempio meriterebbe una visita più approfondita, ma noi, sai che novità, siamo in ritardo sulla tabella di marcia, dobbiamo ancora pranzare e nel pomeriggio ci aspetta il trekking che ci porterà al villagio Lahu.

Proprio di fronte al Wat Rong Khun c'è un ristorante self service, con 100 baht carichi una tessera che viene scalata man mano che si prende da mangiare. Mi sono bastati per un buonissimo Pad Thai, degli spring rolls e dell'acqua.

Lungo la strada che percorriamo per raggiungere il punto dove inizieremo il trekking notiamo un gigantesco Buddha bianco posizionato su una collina. Si tratta del Wat Huay Pla Kang, una pagoda in stile cinese con a fianco un Big Buddha bianco. La visita non dura più di dieci minuti, sufficienti per vedere il Buddha dal basso, ci siamo fermati solo perchè eravamo di strada.

Un altro breve tratto di strada ci porta dove ha inizio il nostro breve trekking per il villaggio Lahu; si trova a nord-ovest rispetto a Chiang Rai, al centro di quella parte di territorio chiamata "triangolo d'oro" (clicca), ovvero tutta la zona di confine tra Birmania, Thailanndia e Laos, famosa per essere la seconda area più estesa dell'Asia dove viene coltivato il papavero da oppio; negli anni '50 la maggiorparte dell'eroina mondiale arrivava da qui.

Arrivati nel piccolo parcheggio sterrato, prima di inizare il trekking, andiamo a vedere la cascatella che sta a meno di cento metri da dove siamo noi. Ogni occasione è buona per un tuffo e non me lo faccio ripetere, ho portato il costume apposta. Mi cambio velocemente e mi butto in acqua e attimi che non mi prende un colpo. L'acqua è molto fredda (anche se mi sono tuffato in condizioni ben peggiori) e contrasta col caldo soffocante dell'intera giornata. Lo shock termico mi toglie il fiato ma già dopo dieci secondi stavo benissimo. Con qualche titubanza entrano in acqua anche Giuseppe, Giulia, Cristina e l'altra Giulia. Dopo aver scattato i vari selfie e girato qualche minuto di video, usciamo, ci asciughiamo e ci rivestiamo. Si sta benissimo e questa bella sensazione rimarrà per un paio d'ore.

Yo ci lascia nelle mani della guida che ci farà strada a suon di machete per tutto il trekking che, tranne per una prima parte molto ripida, si rivelerà neinte di più di una bella passeggiata in mezzo alla giungla.

Arriviamo al villaggio dopo meno di un'ora e mezzo di cammino. Il villaggio è ben nascosto dalla foresta anche se una comoda strada sterrata raggiunge il centro del villaggio, strada che Yo ha fatto con la Jeep portando con se alcuni nostri zaini.

Nel villaggio, la corrente elettrica, viene fornita da dei generatori a gasolio e c'è solo per alcune capanne; non esistono edifici in muratura, sono capanne di bambù erette su piccole palafitte (clicca). In giro vediamo solo cani randagi e un sacco di polli. Un torrente attraversa il villaggio fornendo acqua a monte e diventando discarica a valle. Siamo nel pieno della stagione secca e non oso immaginare, durante i monsoni, la quantità d'acqua che si può riversare in questo piccolo torrente dalle montagne ed è questo il motivo per cui, tutte le capanne, si ergono su palafitte.

In una di queste capanne ceneremo, dormiremo e faremo colazione. La nostra stanza è già pronta e 13 materassini sono già stati posizionati in terra con qualche coperta e qualche cuscino. Sembra di essere tornato in colonia dove si dormiva tutti nella stessa camerata.

Prima di cena faccimo un rapido giretto per il villaggio dove tutti hanno praticamente già cenato e in giro ci sono solo dei bambini che giocano a nascondino usando noi come nascondigli. Si vede che sono abituati alla presenza di estranei, conoscono molto bene il "marketing" e si fanno fotografare solo in cambio di qualche baht. Ci piacerebbe giocare coi cuccioli che ci corrono incontro ma sono sudici come dei porcelli e porebbero avere la rabbia, un morso ad uno di noi ci costringerebbe ad una veloce corsa in ospedale per una puntura antirabbica.

Giunge l'ora di cena e mangiamo seduti su delle stuoie di paglia intrecciata. La zuppa di cocco e pollo preparata dall'anziana signora è una delle cose più buone che abbia mangiato in tutto il viaggio, me ne sono sbafato due porzioni. Stessa sorte è toccata al piatto principale a base di pollo e verdure, davvero squisito.

La tranquillità di questo posto stride col caos delle grandi città a pochi chilometri, sembra di essere tornati indietro nel tempo, oppure di essere a migliaia di chilometri dalla "civiltà" eppure, basta scendere dalla montagna per ritornare al presente.

La serata passa veloce e Yo si prende il palcoscenico raccontandoci alcuni episodi della sua vita, del suo periodo in cui era un monaco, dei suoi fratelli e della sua infanzia passata in un villaggio simile a quello dove stavamo. Ogni capitolo finisce con la solita battuta: "Why? Why? Y.M.C.A.!".

L'inquinamento luminoso quasi assente e la totale assenza di luna ci permettono di fare delle foto ad un cielo stellato incredibile (clicca).

Giuseppe ed io ci improvvisiamo docenti per un veloce corso fotografico "Come fotografare le stelle". Le ragazze imparano alla svelta e i loro scatti sono incredibilmente belli.

Andiamo che è quasi mezzanotte e la temperatura è calata parecchio, siamo passati dai 35° del giorno ai 14° della notte. Finalmente mi sento a casa e posso dormire alla grande visto che, anche in inverno, sono abituato a dormire con la finestra basculante aperta e ad una temperatura di circa 17°/18° in camera. Mi infilo nel saccolenzuolo, mi avvolgo nella coperta di lana cotta e Morfeo mi accoglie immediatamente tra le sue braccia. Sarebbe passato tutto liscio se un gallo, probabilmente nutrito con semi di oppio, non avesse deciso, alle tre del mattino, che era giunta l'alba. Ovviamente il suo richiamo ha svegliato galli e cani e il concerto si è protratto per circa mezz'ora con la maledizione dell'intera camerata. Come mi sono svegliato mi sono anche riaddormentato. Un gallo sobrio ha iniziato a cantare che erano le cinque e mezza passate per cui, con calma, ci siamo alzati tutti e siamo andati a lavarci con le nostre bottigliette d'acqua.

Sono già le 6:30 quando facciamo un'abbondante colazione e verso le 8 salutiamo i nostri gentili ospiti e, sempre accompagnati dalla nostra guida locale, scendiamo verso l'Elephant Camp. Era prevista una gita a cavallo degli elefanti ma Yo ci ha detto che, causa l'elevato numero di turisti, gli elefanti non sarebbero potuti venire a prenderci e che avremmo solo potuto fare dei veloci giretti su un singolo elefante una volta arrivati all'Elephant Camp.

Un pochino delusi scendiamo verso valle passando sulla cresta della montagna dove sulle sponde vengono coltivati banane ed ananas, giochiamo con l'immaginazione pensando che dietro all'altra cresta, nascosta alla vista, ci fosse un'estesa piantagione di papaveri da oppio.

Il sentiero si fa scivoloso e scosceso ma arriviamo in fondo senza particolari difficoltà.

Guadiamo un corso d'acqua usato prevalentemente per l'irrigazione delle risaie che troviamo sul fondovalle. All'improvviso, dal sentiero, arriva la carovana di elefanti. Yo ci ha fatto uno scherzo e se la rideva alla grande. Per alcune ragazze la gioa della sorpresa era impressa sui volti come una paresi da lifting facciale riuscito male. Una struttura in bambù ci permette di salire in groppa ai pachidermi che sulla schiena portano dei seggioloni dove possono prendere posto due persone. Siamo dispari e io mi accatto l'elefante da solo. Se non fosse per l'andatura sembrerebbe di essere a bordo di un Caterpillar. I bestioni sono slegati e molto docili, seduti sul loro collo "i piloti". La gita dura quasi un'ora e si passa per un sentiero sterrato al centro di una bellissima valle coltivata a riso. I locali ci salutano e noi ricambiamo. È incredibile come una simile bestia riesca a non far rumore e se non avessero delle campane da mucca al collo e non fossero dei palazzi alti tre metri con le gambe, potrebbero passare dietro alle linee del nemico senza farsi sentire.

Una volta raggiunto il capolinea scendiamo a malincuore ma possiamo dar loro da mangiare: bambù e banane. La loro voracità non ha limite.

Salutiamo i nostri mezzi di trasporto e andiamo a pranzo nella "trattoria" di fronte all'Elephant Camp. Anche qui il cibo costa pochissimo e mangiamo discretamente bene.

Nella mappa qui sotto ho segnato il percorso del trekking che abbiamo fatto (in giallo), il parcheggio dove ci hanno lasciato prima del trekking, la cascata, l'Elephant Camp e il tragitto sulla schiena dell'elefante (in blu).

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Ci dispiace solo non aver potuto lavare i grossi pachidermi ma l'acqua del fiume è troppo fredda per loro, almeno in questa stagione. Contenti di come sta trascorrendo la giornata non ci resta che tornare al presente usando una lancia a motore che avrebbe navigato per circa un'ora sul fiume Maekok.

A dire la verità, questa gita sulla barchetta, non è stata nulla di eccezionale per quel che mi riguarda, diciamo che era funzionale per poter tornare ai nostri pullmini che ci stavano aspettando a Chiang Rai.

Ultima tappa della giornata è il villaggio delle donne giraffa del popolo Kayan, il Long Neck Village. Ero convinto che le donne giraffa ci fossero solo in Africa. Il nome è dovuto alle modifiche fisiche provocate da una spirale di ottone portata fin dall'infanzia, dall'età di cinque anni; la scelta di portare la spirale è completamente volontaria e viene richiesta dalle bambine alle proprie madri. Successivamente la spirale viene sostituita con altre di dimensioni sempre maggiori fino a che la pressione non provoca uno slittamento della clavicola e una compressione della gabbia toracica. In pratica non è il collo ad essersi allungato ma sono le spalle che scendono.

Questo villaggio, a mio parere, è la più grande Tourist Trap di tutto il viaggio. Il parcheggio costa, l'ingresso al villaggio costa e una volta entrati ci troviamo di fronte ad un vero e proprio mercato dove vendono manifattura di vario genere: stoffe, collane, soprammobili ed altre cose sul genere. Tutto costa molto caro rispetto alla media del Paese, unica particolarità: le donne Kayan (clicca). Sono talmente abituate al turismo che anche le bambine, non appena vuoi fare delle foto, si metto in posa drammatica, sguardo intenso diretto in macchina, genuine come una banconota da 27€. Anche questa tappa è stata fatta solo perchè eravamo di passaggio, ma, come per il Wat Suan Dok di Chiang Mai, è evitabilissima.

Questi due giorni hanno messo a dura prova la nostra resistenza, le cose da fare erano tante e il tempo a nostra disposizione era poco. La sensazione che ho avuto nella parte thailandese del viaggio è stata quella di correre contro il tempo, col senno di poi, alcune cose le avrei evitate.

Usiamo il viaggio di ritorno nei pullmini per riposarci e, nel nostro, ci addormentiamo tutti.

Finalmente siamo tornati alla nostra bella guesthouse, riprendiamo gli zaini che avevamo lasciato nel magazzino e riprendiamo le nostre stanze. Laviamo via dalla nostra pelle tutto il sudore, la stanchezza e lo spray antizanzare accumulati in questi due giorni. Uscito dalla doccia mi sento come nuovo ma sono talmente stanco che per un pelo non mi addormentavo a cena. Il Kad Klang Wiang di CHiang Mai è un bel ristorante dove abbiamo mangiato molto bene, personale gentile e location molto bella. Sul grande albero che domina l'ingresso sono appese delle gabbie per uccelli in legno, fatte a mano, molto carine e particolari.

La notte alla Grace Boutique vola, sarà la stanchezza, forse il caldo, ma appena appoggio la testa sul cuscino mi addormento profondamente, non sento nemmeno i miei due compagni di stanza farsi la doccia e preparasi gli zaini per l'indomani.

La mattina, alcuni del gruppo si svegliano prima dell'orario stabilito per andare a visitare il tempio Wat Phra Sing che non eravamo riusciti a visitare il giorno prima della partenza per Chiang Rai. Dalle foto che mi hanno mostrato i miei compagni non sono troppo pentito di aver dormito un po' di più. Il tempio è carino ma non ha nulla di troppo diverso da quelli già visti e che probabilmente dobbiamo ancora visitare.


Buon anno in anticipo

I due pullmini ormai hanno i loro occupanti fissi, la piccola comunità ambulante di cui faccio parte inizia il suo viaggio verso sud. Il viaggio è stato studiato in modo da fare il lunghissimo trasferimento da sud a nord durante la notte e poi visitare il nord della Thailandia partendo da Chiang Rai per poi dirigersi verso sud passando per Chiang Mai, Lampang, Sukhothai, Lopburi, Ayutthaya, Kanchanaburi e poi sosta finale a Bangkok per l'ultima sera nella capitale prima del volo che ci porterà in Cambogia e più precisamente a Siem Reap.

La prima parte del bus trip di tre giorni ci porta nella provincia di Lampang per visitare il tempio Wat Phra That Lampang Luang. Nel pullmino si scherza, si parla di casa, dei viaggi fatti, di quelli belli da organizzare e credo di aver contagiato le ragazze del nostro pullmino col mio mal d'Africa tanto che vorrebbero organizzarsi per andare in Namibia quanto prima. Eh si, la Namibia (clicca), che viaggio spettacolare. Si parla raramente del nostro lavoro, tranne forse che per le due ragazze fisioterapiste che, come spesso accade, vengono subissate da domande e richieste abbastanza comuni: "Ma... senti, ho un dolorino proprio qui, alla base del collo, forse la stanchezza, lo stress, tocca tocca... magari avrei bisogno di un massaggino..." oppure "Ho male qui, sarà mica un nervo accavallato?". Scoprendo poi che non sono massaggiatrici da centro benessere (no, nemmeno happy ending) e che il nervo acavallato non esiste. Scoperta che feci brutalmente qualche anno prima e ci rimasi malissimo, tipo quando ti dicono che Babbo Natale, Gesù (aka Jesoo) Bambino o la Befana non esistono. Per quei pochi bambini che dovessero malauguratamente leggere queste righe, sappiate che nemmeno la fatina dei denti o il coniglietto esistono.

Tra i templi del nord che ho visto, il Wat Phra That Lampang Luang è quello che mi è piaciuto di più; forse meno appariscente ma con una struttura che mi è piaciuta molto. La scalinata che porta all'ingresso è sorvegliata da due grandi statue raffiguranti due leoni e le rampe sono due draghi. Il tetto in legno della sala principale è formato da tre tetti sovrapposti. All'interno del perimetro del tempio c'é anche una scalinata che porta ad una piccola struttura chiusa dove l'ingresso è vietato alle donne. Incuriosito salgo, entro e richiudo la porta dietro di me. Dentro è buio e la poca luce entra solo da un foro posto sopra la porta d'ingresso. Non capivo cosa ci fosse di speciale, la stanza sarà stata due metri per due con solo un telo bianco di fronte di circa due metri alla base e tre in altezza. Mentre cercavo di capire che cosa ci fosse di speciale, gli occhi si erano abituati al buio e finalmente ho capito. Il foro da cui entra la luce è un foro stenopeico e il telo posto davanti a me serve a proiettare l'immagine rovesciata della pagoda in pietra scura decorata in foglia d'oro. In un attimo mi sono ricordato del primo esperimento di macchina fotografica fatto alle elementari con una scatola da scarpe. Questa volta però non si trattava di un'immagine statica e le dimensioni del telo erano davvero generose. Sono rimasto a guardare l'immagine per qualche secondo ma subito dopo un'altra persona ha interrotto la magia entrando nella piccola stanza. Ho fatto anche una foto dell'immagine proiettata in modo da mostrarla alle ragazze del gruppo cercando di barattarne la visione per un Pad Thai. Nonostante la molta gente in visita al tempio, mi è sembrato meno turistico degli altri, non saprei spiegare il perchè. Probabilmente, la mancanza di tursti occidentali lo ha reso più "genuino" ai miei occhi.

Un'ora e mezza di strada separano Chiang Mai da Lampang, tre ore separano Lampang da Shukhothai. Avremmo voluto visitare Si Satchanalai, detta "La piccola Sukhothai" ma alcuni templi a Sukhothai vengono chiusi prima del tramonto per cui decidiamo di saltare Si Satchanalai.

Arriviamo al nostro albergo, la Vitoon Guesthouse (clicca), nella vecchia Sukhothai, proprio di fronte all'ingresso del parco storico. La guesthouse non è bella ma le stanze sono pulite e ha il servizio lavanderia. Assegnate le stanze ci facciamo consigliare per il pranzo. Non ci sono molte alternative nelle vicinanze per cui andiamo al vicino "The Coffee Cup", un ristorantino a gestione famigliare dove si mangia discretamente ma i tempi di attesa sono bibilci, nonostante ci siamo solo noi vista l'ora di pranzo sia passata giá da tempo.

Attacato alla nostra guesthouse c'è un "rent a bike", il complesso dei templi è abbastanza grande e sono distribuiti anche fuori dal parco storico. Il mezzo migliore per visitarli è noleggiando una bici.

Così facciamo e le prima cosa che andiamo a vedere è il big Buddha (Wat Si Chum), fuori dal parco storico, un chilometro a nord-ovest della vecchia Sukhothai e che chiude ai visitatori alle 17:30. La scampagnata in bici è divertente e la brezza ci asciuga il sudore di una giornata caldissima e, sai che novità, dall'umidità bestiale. Essendo l'ultimo dell'anno ci sono preparativi per tutto il parco storico e anche al Wat Si Chum stanno organizzando qualcosa. Il grande Buddha si cela dentro ad una struttura che funge quasi da sarcofago. La visita è carina ma non dura molto visto che il pezzo forte sono i templi dentro al parco storico il cui ingresso per fine anno è gratuito. Con le bici ci si muove velocemente e a pensarci bene si poteva prendere qualcosa da mangiare al 7/eleven e fare un bel pic-nic all'interno del parco; molti locali lo fanno. Ogni tempio, all'interno del parco, è circondato da uno specchio d'acqua marrone/verde, quasi paludoso ma con molte ninfee in fiore. L'interno del parco storico racchiude le rovine dell'antica Sukhothai, risalente al trecisesimo e quattordicesimo secolo. Centinaia di piccole lanterne vengono posizionate ogni sera ai piedi e sulle scalinate dei vari templi e subito dopo il tramonto inizia uno spettacolo di musica e luci. Per godere al meglio della vista del parco durante lo spettacolo bisogna allontanarsi fin dopo i fossati a protezione dell'antica città. I templi illuminati si riflettono nell'acqua dei fossati e l'effetto è davvero suggestivo.

Dopo una prima parte fatta di musiche molto tranquille e luci splendide color pastello che si alternano dal bianco, al giallo paglierino, al rosa, rosso, azzurro fino ad arrivare al blu intenso; segue una parte con musiche più ritmate con i templi e le colonne illuminati in modo decisamente kitch, colori vivacissimi che si alternano velocemente, sembra di stare a Disneyland. In questa seconda fase ho riconosciuto il disagio cromatico dei thailandesi.

Non rimaniamo fino alla fine dello spettacolo, la parte migliore ormai è andata e poi è la notte del 31 dicembre, ci aspetta il "cenone di capodanno".

La cena, prenotata dalla proprietaria della guesthouse in un ristorante vicino, sarà la seconda cena peggiore di tutto il viaggio. Il ristorante, a conduzione familiare, è degli stessi prorietari del "The Coffee Cup" dove avevamo pranzato e pure bene.

Non so che sia successo per cena ma è stato un disastro. Eravamo gli unici avventori ed eravamo affamati. Visto che è capodanno vogliamo esagerare e ci lanciamo nelle ordinazioni più assurde: zuppa di coccodrillo, granchio piccante, zuppa di bambù ecc. Insieme ad alcuni del gruppo decidiamo di prendere ognuno un piatto diverso per farlo poi girare. Ce ne fosse stato uno appena decente. Il granchio piccante era ricoperto di cipolla, la zuppa di bambù sarebbe stata pure buona se non fosse finita in terra, la zuppa di coccodrilo faceva cagare; il peggiore Pad Thai l'ho mangiato in questo ristorante, il pollo coi funghi sapeva di cane e non abbiamo capito se era il pollo a sapere di cane o i funghi. Disperato e con una fame della madonna tento la via della pizza surgelata che, pur essendo immonda, è riuscita a farmi passare la fame.

Francesca di Roma ha avuto un'ottima idea: prendere una bottiglia di Vodka, alcune lattine di Shweppes tonica e lime in modo da farci dei cocktail per mezzanotte.

Il conto alla rovescia lo facciamo più o meno casuale di fronte all'ingresso della guesthouse bevendo Vodka-Tonic caldo e cercando di non farci soffiare le pringles da un branco di cani randagi che ci aveva accerchiato innescando anche una furiosa lotta tra il branco e un "estraneo" che cercava di intrufolarsi. Alla faccia del capodanno alternativo.

Non siamo soddisfatti e allora andiamo alla celebrazione del nuovo anno fatta da dei monaci poco distante da dove ci troviamo. La cerimonia è aperta a tutti e la singolarità sta nella simulazione di una rete neurale che collega i monaci a tutti i presenti.

Una corda legata al microfono del "capo monaco" passa di mano in mano a tutti gli altri monaci che intonano il mantra all'unisono. Qesta corda poi si collega ad un reticolato posto sopra le persone e dai quali scendono delle cordine che i fedeli legano al capo.

La nenia del mantra ti entra nel cervello e rapisce alcuni di noi, altri si ritirano.

Proprio di fronte al raduno spirituale notiamo un piccolo pub. Senza pensarci due volte ci fiondiamo dentro e oltre a noi, sta festeggiando un gruppo di 3 ragazzi germanici della Baviera com cui facciamo amicizia. Sarà divertente vedere come il catanese Giuseppe chiederà in tedesco "mi scusi, potrei avere l'accendino?". Io provo ad insegnarglielo, tempo buttato, però la scena è divertentissima. La serata, al pub, si risolleva e beviamo anche degli ottimi cocktails. L'anno scorso ero a circa sedicimila chilometri ad ovest e festeggiavo il 2016 sulla piccola isola di Caye Caulker nella barriera corallina beliziana. Nel 2016 ho festeggiato in ritardo di sette ore rispetto all'Italia, quest'anno sono in anticipo di 6, la mattina del primo gennaio riesco a chiamare i miei per fargli gli auguri, era appena passata la mezzanotte.


Verso sud

Lasciata Sukhothai di buon'ora continuiamo la nostra marcia verso sud. Ci vogliono ben cinque ore di pullmino per raggiungere la provincia di Lopburi. Grazie a Spotify lo smartphone può accompagnarmi nei lunghi trasferimenti, quando tutti dormono e tu non hai sonno, guardi fuori dal finestrino e il mondo ti passa accanto. Ogni canzone della playlist suscita emozioni diverse, Luke Bryan con la sua Roller Coaster capita al momento giusto, dopo che hai percorso tanti chilometri attraversando risaie che si estendono a perdita d'occhio, arrivi nei piccoli centri abitati che sorgono lungo la strada principale e il traffico aumenta. Focalizzo la mia attenzione su una persona alla volta, dove starà andando? Quali pensieri gli stanno affollando la mente? Poi faccio la stessa cosa col successivo, e ancora e ancora; la probabilità di rivedere quelle persone in futuro è praticamente nulla e solo per una combinazione di avvenimenti le nostre strade si sono incontrate e hanno viaggiato parallele per qualche secondo. Essere consapevole di essere lontanissimo da casa e vivere un'esperienza che rimarrà impressa nella mia mente per sempre è una cosa che adoro e, soprattutto in un viaggio di gruppo come questo, i pochi momenti che posso tenere tutti per me li assaporo fino in fondo. Da oggi in poi, quando sentirò quella canzone, mi torneranno in mente i ricordi di questo viaggio, il caldo soffocante, i paesaggi lontani da quelli che conosciamo, la cordialità del popolo asiatico e, ovviamente, i miei compagni di viaggio. Diana Krall con la sua bellissima cover di Desperado degli Eagles fa da colonna sonora agli ultimi chilometri prima di arrivare al tempio Phra Prang Sam Yot, detto anche "tempio delle scimmie".

Gli auricolari a cancellazione di rumore aumentano lo shock del ritorno al presente una volta che li togli. Ho passato le ultime due ore nel totale silenzio, accompagnato solo dalla musica, il rumore del motore, così come le voci dei miei compagni erano totalmente azzerati. È un pò come svegliarsi nel mezzo di un sogno, ci si mette qualche secondo a ricollocarsi nel tempo e nello spazio.

La luce è accecante, fa un caldo fottuto e c'é un'afa atroce. Il tempio delle scimmie si trova ad ovest del piccolo centro di Tha Hin, attaccato alla stazione ferroviaria e circondato da edifici di epoca contemporanea. Una specie di oasi induista all'interno di una piccola cittadina buddhista. Il Phra Prang Sam Yot è un antico tempio induista costruito in stile Khmer, è costituito da tre prang (torri) collegate tra loro tramite un corridoio interno. La singolarità del tempio è la folta colonia di qualche centinaio di macachi che lo popolano. L'ingresso al tempio è gratuto, ma credo solo perchè è il primo gennaio, infatti, una biglietteria c'è ma è chiusa. Appena entrati nel cortile che circonda il tempio ci si rende conto che queste scimmiette pestifere sono un boato. Le vedi arrampicarsi sui muri del tempio, passeggiare tra la gente, elemosinare cibo e acqua. Sono moleste, non ci pensano due volte a salirti sulle gambe per raggiungere la tua testa, fotterti gli occhiali da sole, forcine per capelli, orecchini, rovistarti nello zaino, rubarti l'acqua, tappi degli obettivi della macchina fotografica ecc.

Ste stronze però con me hanno avuto vita difficile, non avevo nulla a portata delle loro sudice zampine e lo zaino lo avevo chiuso col lucchetto, aprite questo, merdose. Devo dire però che sono anche simpatiche quando non tentano di rapinarti. Fondamentalmente non c'é pericolo; ad essere onesto un piccolo pericolo c'è: se per qualsiasi motivo, una di queste pesti dovesse mordermi, dovrei correre all'ospedale più vicino e farmi fare una puntura antirabbica; cosa che comporterebbe un elevato dispendio di tempo nella giornata. Fortunatamente nessuno di noi è stato morso (anche se sono cose che capitano di rado) e ci siamo potuti divertire con i piccoli macachi.

Anche il tempio non è male, anche se è solo un piccolo antipasto di quello che avremo visto più avanti.

Spostandoci ancora più a sud raggiungiamo Ayutthaya e, come suggerito dal nostro referente, decidiamo di noleggiare una barca tutta per noi. La città sorge su un'isola alla confluenza di tre fiumi e si trova a soli 70km a nord di Bangkok. Nella città ci sono tantissimi templi e un modo particolare per girarla è con la barca visto che l'isola è attraversata da numerosi canali che collegano i fiumi. Vedremo solo tre templi, il tempo, aihmè, è tiranno. I primi due non sono nulla di che, mi spiego: dopo una settimana a visitare templi, ormai, è difficile che qualcosa attiri in modo particolare la nostra attenzione. Il primo tempio che visitiamo è il Wat Phanan Choeng, famoso per contenere una statua del Buddha alta 19 metri. Il tempio è talmente pieno che non riusciamo nemmeno ad avvicinarci alla stanza del Buddha. Il secondo che abbiamo visitato è il Wat Putthai Sawan, nulla di che. Per ultimo visitiamo il Wat Chaiwatthanaram, risalente al 1630 è uno dei più bei templi della Thailandia. Abbiamo la fortuna di visitarlo al tramonto e c'è pure poca gente (clicca).

Passeremo la notte a Kanchanaburi, un piccolo paese attraversato dal famoso fiume Kwai.

La Sugar Cane Rafting House è dotata di stanze posizionate su palaffitte proprio sul fiume Kwai. Anche se la location è molto suggestiva, le stanze sono le peggiori in cui abbiamo soggiornato in tutto il viaggio. Sono molto sporche, non hanno le lenzuola ed eviterei di fare la prova del luminol visto che Kanchanaburi, con le sue guesthouse, è una città che sopravvive solo grazie al turismo sessuale. Ceniamo in un pub molto "occidentale", dai prezzi quasi occidentali, però devo dire che si è mangiato discretamente bene.

Fondamentalmente siamo a Kanchanaburi solo perchè vicino al Parco Nazionale di Erawan.

A cena decidiamo che il giorno dopo ci saremo separati in due gruppi. Il primo gruppo decide di non andare ad Erawan, ma preferisce tornare direttamente a Bangkok e visitare il Wat Po (Buddha sdraiato) e fare altre attività che non avevamo avuto il tempo di fare il primo giorno di permanenza nella capitale. Effettivamente, di Bangkok, non avevamo visto nulla.

Io decido di seguire il secondo gruppo, la voglia di staccare e fare qualcosa di diverso ha prevalso; per cui il mattino dopo ero sul pullmino per Erawan.

Il parco è famoso per la sua passeggiata lungo le cascate che si dividono in sette livelli diversi. Una volta entrati decidiamo di raggiungere direttamente il settimo livello per poi scendere, fare foto e qualche bagno. Il percorso di circa due chilometri e mezzo si inerpica fiancheggiando la riva destra del torrente che a sua volta è immerso nella giungla. L'umidità, per quanto possibile, è ancora più intensa, si suda stando fermi, figurarsi scarpinando per raggiungere il livello più alto.

Arriviamo al livello più alto dopo circa un'ora di cammino, bagnati fradici. Ora possiamo fare qualche foto e tornare sui nostri passi, scegliendo il posto più bello dove fare il meritato bagnetto. Le cascate offrono degli ottimi scorci per delle belle foto e il tempo passa veloce. Al nostro autista avevamo detto che saremmo stati nel parco circa due ore. Due ore che sono già passate e dobbiamo ancora farci il bagno. Finalmente troviamo il posto giusto, ci leviamo le scarpe, magliette e ci tuffiamo in acqua. L'acqua è fresca ma non fredda per cui è un sollievo stare in ammollo. Mi prende un colpo quando sento un'orda di pesci che mi aggredisce per cibarsi della mia pelle morta, non fanno male, fanno un sacco di solletico, soprattutto sui piedi. C'è gente che paga per farsi fare la pedicure dai pescetti nei centri estetici, qui è completamente gratis. Ci rilassiamo nel bellissimo specchio d'acqua risalendo la piccola cascata e facendo un paio di tuffi. Sono passate quasi tre ore, l'autista ci avrà maledetti.

Usciamo dall'acqua e ci rivestiamo, il sollievo dura fino alla fine del sentiero, arrivati a valle crepiamo nuovamente dal caldo. Chiediemo scusa all'autista per il ritardo, ma dobbiamo mangiare e prendiamo qualcosa al volo ai vari banchetti che ci sono vicino al parcheggio. Il mio pranzo sarà a base di frutta fresca, con tutto quello che ho sudato mi sfondo di anguria temendo di dovermi fermare spesso nella via del ritorno per le soste idrauliche.

Finalmente risaliamo sul pullmino, direzione Bangkok.

Peccato che becchiamo il rientro in città di tutta la gente che torna dalle ferie e per fare 200 chilometri ci impieghiamo circa sei ore.

Arriviamo in albergo che sono le otto di sera circa, tempo di una doccia e siamo già alla ricerca di un ristorante per la cena. Siamo tutti abbastanza stufi del cibo thai (anche se non è male) e ci fiondiamo dentro ad un ristorante italiano che risulterà essere assai buono. Mi mangio una pizza onesta, meglio di alcune mangiate in Italia.

Appena finito di mangiare mi fiondo in albergo, sveglia presto l'indomani, alle 7:00 abbiamo il pick-up per il secondo aeroporto di Bangkok, dobbiamo prendere il volo per la Cambogia; Angkor, stiamo arrivando.


Dedicato a Vishnu

Alle 7 siamo tutti pronti con gli zaini, colazione fatta e aspettiamo i due pullmini che purtroppo tardano ad arrivare. Abbiamo il volo alle 10 per cui per le 8:30 massimo vorremmo essere in aeroporto. Il Don Mueang International Airport è il vecchio aeroporto internazionale di Bangkok e dista circa mezz'ora di bus dal nostro albergo. Visto il ritardo chiamo al telefono il referente che ci assicura che stanno arrivando. Alle 8:30 chiamo il primo taxi e salgono i primi quattro. Sto per prendere il secondo taxi quando spunta un solo pullmino. Carichiamo armi e bagagli e corriamo in aeroporto. Siamo in un ritardo pazzesco e solo per un miracolo non perdiamo il volo.

Il volo Air Asia, la Ryan Air del sud-est asiatico, è molto breve e in un'ora atterriamo nel piccolo aeroporto di Siem Reap. Abiutati ai vari mega aeroporti, questo sembra un piccolo aeroporto delle località di mare. Scendiamo dal velivolo e il solo cocente ci fa notare che siamo ancora più a sud di Bangkok, anche se di poco.

Sbrighiamo le pratiche abbastanza velocemente. Per entrare in Cambogia ci sono due modi. Il primo consiste nel portarsi appresso due foto tessera per passaporti, compilare un foglio che ci viene dato in aereo e applicarci sopra la prima foto; la sconda foto servirà quando si lascia il Paese, va ricompilato un nuovo modulo e ci va applicata la seconda foto. Il visto costa 30 dollari americani. Il secondo metodo è richiedere il visto online sul sito del governo cambogiano (clicca). Anche qui serve una foto in formato digitale adatta per il passaporto. Il costo è di 40 dollari americani perchè oltre ai 30 del visto ci sono sette dollari di tasse e tre di commissione della carta di credito. Dopo un massimo di tre giorni lavorativi viene rilasciato il visto via mail (clicca) che va stampato in duplice copia (una per l'ingresso in Cambogia e una per l'uscita) e portato con se per le procedure di rito.

Una volta messo piede in territorio cambogiano, ritiriamo i bagagli e ci dirigiamo all'uscita dove un piccolo autobus tutto per noi ci attende per portarci in hotel. La Bou Savy Guesthouse (clicca) è un alberghetto carinissimo e molto confortevole, con una piscinetta per rilassarci, massaggi in camera, lavanderia e un ristorante molto buono. Sicuramente l'albergo più bello di tutto il viaggio e ci staremo ben quattro notti. Il personale è cortese ed efficientissimo, sono loro infatti, su mia richiesta, ad organizzarci i tre giorni di visite con guida al sito archeologico di Angkor e al villaggio Kompong Phluk sul lago Tonle Sap. Abbiamo tutto un intero pomeriggio libero per rilassarci e fare quello che ci pare. Non ci sembra vero. Prendiamo possesso dei lettini a bordo piscina e passiamo tutto il pomeriggio tra un bagno e una dormita. La sera ci facciamo portare con dei Tuk-Tuk in Central Market Street, il centro del turismo e del divertimento notturno della cittadina cambogiana. Mangiamo al Khmer Kitchen Restaurant (clicca), un ristorante con cucina tipica khmer, buonissimo ed economico. Dopo mangiato ci sparpagliamo nel caotico centro fatto di ristoranti, bar, pub, discoteche, negozi e bancarelle di tutti i tipi tra cui quella che vende insetti fritti. Lo avevamo detto che li avremo mangiati, questa sera è la sera. Lo chef consiglia cavallette, grilli, tarantole, scorpioni e serpentelli per i palati sopraffini. Ci facciamo tentare dalle cavallete. Uno spiedino ha 6 cavallette, una a testa. Il commento di Cristina, coraggiosa nel primo assaggio, è: "Porca miseria, è buona!", a questo punto morivo dalla curiosità, prendo la seconda cavalletta e la addento. È croccante, come una frittura di paranza e sá di.... fritto. In origine avrebbe potuto sapere di qualsiasi cosa ma è talmente fritta e strafritta che il sapore originale è solo un lontano ricordo. A turno tutti assaggiamo queste prelibatezze, giudizio unanime "Non fa poi così schifo, anzi!". Il nostro coraggio termina alla richiesta dello Chef (un losco figuro trainante il carretto su cui erano esposte le pietanze) di provare lo scorpione o la tarantola; ecco... anche no.

La serata procede bene, le ragazze entrano in una discoteca e le seguiamo. Prendiamo qualche cocktail e poi ce ne andiamo in terrazza dove una giovane cambogiana è impegnata in un pianobar abbastanza grottesco. Basi orrende, lei stonata come una campana, ma va bene così. Sulla terrazza ci si sdraia su dei puff mortali. Una volta accoccolatomi dentro mi ci sarei addormentato per passarvi la notte. I ragazzi però vogliono ballare, torniamo quindi al piano di sotto ed è qui che viene fuori la differenza di età tra me, che di anni ne ho 42, e loro che non arrivano a 30. Premesso che la discoteca mi ha sempre fatto cagare, mi fa cagare e probabilmente mi farà sempre cagare, inizio a valutare l'idea di tornare in albergo e morire nel letto. Giuseppe però ordina un altro secchio comune di gin tonic. Bevo, la musica (di merda per me che sono musicista) è oltraggiosamente alta (per me che sono un vecchio) e allora mi estraneo guardando cosa succede intorno a noi. Il turismo sessuale in Cambogia è ancora più esasperato che in Thailandia. Tante ragazzine sono a caccia del turista ed io, che mi ero momentaneamente separato dal gruppo, sono stato oggetto di attenzioni da parte di una paio di belle e giovanissime ragazze asiatiche. La musica, che nel frattempo, non so come, era pure riuscita a peggiorare mi stava sfondando la testa, saluto quindi il gruppetto e appena esco piglio il primo Tuk-Tuk che mi capita, salgo, dico all'autista la destinazione e in men che non si dica sono fuori dal casino. L'autista, vedendomi solo mi dice "Do you wanna girls? Bumbum?", praticamente mi ha chiesto se volevo andare a puttane. Sorrido, gli dico che voglio solo morire nel letto, accondiscendente mi accompagna alla guesthouse, pago i 2 dollari pattuiti e in meno di dieci minuti sono bello unto di antizanzara, sotto il lenzuolo, con un ronzio fastidioso alle orecchie causato da quella musica di merda a tutto volume. Sono vecchio.

La giornata successiva inizia con una sopresa, a colazione mi viene servita uan baguette calda e croccante con burro e marmellata. Una baguette? Davvero? Nel 1863 la Cambogia divenne protettorato francese e solo novant'anni più tardi, nel 1953, ottenne l'indipendenza. La baguette calda e croccante è retaggio di quasi un secolo di dominazione francese.

Ne ordino due, non si sa mai.

Dopo essermi scofanato una colazione a base di pane, burro e marmellata, come non mi capitava da tempo, sono pronto per la prima giornata al sito archeologico di Angkor. Tutta la vacanza, per me, si concentra in questi due giorni, finalmente vedrò una delle cose che ho sempre desiderato vedere nella mia vita.

Il primo giorno lo dedichiamo al grande circuito di Angkor, ovvero tutti quei templi che stanno all'esterno di Angkor Wat, il tempio principale. Il sito archeologico si estende per circa 400 chilometri quadrati anche se la maggioranza dei templi più visitati è limitata ad un'area di circa quindici chilometri quadrati. Vedere tutti i templi nel giro di due giorni è pressochè impossibile anche se ci piacerebbe vistare qualche tempio remoto lontano dalla folla. Il secondo giorno, invece, lo dedicheremo al piccolo circuito di Angkor, ovvero i templi nell'area di Angkor Wat e Angkor Thom; il piatto forte di tutto il viaggio.

Diversamente da quanto fatto in Thailandia, per Angkor, ho chiesto di avere una guida; vista l'importanza del sito archeologico, saperne di più ci fa piacere.

Borey, la nostra guida, è un ragazzo di Siem Reap che ha vissuto cinque anni come monaco. Ci dice che è cosa abbastanza comune tra i giovani che, arrivati all'età adulta possono scegliere due strade. La prima è quella di intraprendere la carriera militare, avere uno stipendio da subito in modo da mantenere se stessi e la famiglia. La seconda è quella della vita monastica. In questo caso non si ha uno stipendio, i monaci vivono di elemosina ma hanno una grandissima possibilità: l'accesso gratuito agli studi. Studiare permette loro di imparare l'inglese, lingua necessaria per aprire gli enormi cancelli del lavoro nel settore turistico, sempre più richiesto a Siem Reap e in tutta la Cambogia. Dopo il periodo degli studi, il monaco, decide se continuare con la vita monastica oppure appendere la tunica al chiodo ed avventurarsi nel mondo del lavoro.

Borey conosce abbastanza bene l'inglese, anche se, come moltissimi asiatici, ha un accento strano e difficile da capire.

Come prima cosa andiamo a pagare il ticket di ingresso per il parco. L'ingresso costa 20 dollari al giorno, se si paga per due giorni, il terzo è gratuito. Il ticket è nominativo, allo sportello si viene fotografati e il nostro faccione viene stampato sul biglietto che va ben conservato. Perdere il biglietto vuol dire pagare due volte l'ingresso.

In Cambogia esistono due valute: quella ufficiale (il Riel) e quella non ufficiale (il dollaro americano). Fondamentalmente, il Riel, è una moneta fantasma che viene usata solo per pagare beni che costano meno di un dollaro o per ricevere resti inferiori al dollaro. Un dollaro equivale a quattromila Riel. Non essendo valuta uffciale, vengono accettati solo dollari cartacei, anche di piccolo taglio, ma le banconote devono essere intatte, non possono avere nemmeno un piccolo taglietto. Se si hanno delle banconote non in ottimo stato, si possono cambiare in banca con un tasso del 93%. Ovvero, per ogni dollaro cambiato ci vengono restituiti 93 centesimi. La cosa funziona ovviamente con le banconote di maggior valore: 100 dollari rovinati, al cambio, corrispondono a 93 dollari freschi di stampa.

La mappa che segue serve per capire meglio i templi visitati durante i due giorni. I templi segnati in rosso sono stati visitati il primo giorno, quelli in blu il secondo.

angkor map

La nostra visita ad Angkor inizia con il Preah Khan (1) che è uno dei complessi architettonici più estesi di Angkor e si trova nord est di Angkor Thom. Questo tempio su un unico livello (non ha più piani come ad esempio Angkor Wat) è stato costruito nel 1181 sul luogo della vittoria di Jayavarman VII sugli invasori Cham. Divenne residenza reale e a testimoniarlo sono gli ingressi che scavalcano il fossato che circonda il recinto esterno, ornati da due file contrapposte di statue giganesche che tirano due enormi Naga (draghi); da una parte ci sono dei demoni a tirare un drago, di fronte a loro degli Dei fanno la stessa cosa. Oltrepassato l'ingresso ci troviamo in presenza di templi ed edifici che, sembra, siano stati di tipo governativo. È uno dei tanti templi non ristrutturati e la giungla si sta riprendendo parte degli edifici. All'interno del tempio ci sono tantissimi altari dedicati ad altrettante divinità, ognuno dei quali veniva provvisto di cibo, vestiario, profumi e persino zanzariere. I santuari sono sia buddhisti che induisti il che testimonia la tolleranza religiosa sotto il regno di Jayavarman VII. Il complesso è costituito inoltre da tre recinti ognuno con le sue particolarità, dentro al recinto più interno i muri degli edifici sono ornati con dei bassorilievi raffiguranti una battaglia. Come tradizione Khmer il tempio si sviluppa da est verso ovest ed ha quattro ingressi, uno per ogni punto cardinale. Ai quattro angoli tra il secondo e il terzo recinto sono presenti delle piscine ora asciutte e ci sono tre templi induisti (a nord, sud e ad ovest) ognuno dedicato ad una divinità diversa. Quello a settentrione è dedicato a Shiva, quello ad occidente è dedicato a Vishnu, solo il tempio meridionale non è dedicato a divinità ma a re e regine del passato. È molto più bello di quello che mi ero immaginato, credevo che il tutto fosse concentrato ad Angkor Wat, sapevo dell'esistenza di molti altri templi, ma mai avrei creduto che potessero essere così belli.

Il secondo tempio che visitiamo è il Neak Pean (2) che è situato sull'isola artificiale che si trova ad est del Preah Khan. Letteralmente significa "serpente intrecciato", dovuto al leggendario serpente Naga situato alla base del tempio. Questo tempio era dedicato ai malati, si pensava infatti che le acque del posto avessero poteri curativi basati sul fatto che quel luogo era stato edificato sul punto di incontro dei quattro elementi (terra, aria, fuoco ed acqua). È il più piccolo dei templi che visiteremo; poco dopo siamo già al Ta Som (3), un tempio minore il cui recinto presenta due gopura (ingresso) di entrata (ad est e ad ovest). Questo tempio è protetto da due recinti, quello più interno ha quattro torri d'angolo e quattro gopura ed è adornato all'estero con 172 statue di devata (divinità danzanti).

Pranziamo velocemente in un ristorantino all'interno del sito archeologico prima di arrivare al Banteay Srei (4), un tempio induista del X secolo e che si trova a circa 35 chilometro a nord-est di Angkor.

angkor map2

La maggiorparte del tempio è costruita in arenaria rossa e sia le colonne che le pareti interne presentano un numero incredibile di accuratissime decorazioni. Questo tempio è dedicato al Dio indù Shiva. Gli stessi edifici sono miniature in scala delle costruzioni Khmer. Questo lo ha reso popolare e molto suggestivo da visitare. Costruito nel 960 è uno dei rari templi costruito non per volere di un re.Come per molti altri, anche questo è costituito da tre recinti, dentro a quello più interno si trovano due biblioteche e un santuario (cuore del tempio) composti in mattoni e finiemente ricoperti di bassorilievi. Il rosso dei mattoni, scolorito in alcuni punti, inverdito dalle muffe in altri e annerito dall'umidità negli angoli rende gli edifici ancora più belli.

Torniamo indietro per visitare il Phnom Bakheng (5) e vedere il tramonto dalla cima di questo tempio. Arrivati alla base della collina sulla quale si erge il tempio facciamo una veloce camminata per raggiungerne la sommità, purtroppo è pieno di gente e per salire sul tempio ci tocca una fila di circa un'ora. Una volta all'interno del tempio capiamo che sarebbe stato meglio vedere il tramonto vicino ad Angkor Wat. Questo tempio induista, dedicato al culto del Dio Shiva, non è bellissimo, soprattutto dopo aver visto gli altri. Non solo, dalla collina si vede solo tanta foresta e Angkor Wat si vede appena, è troppo lontano. Nemmeno col 70-200 riesco ad ottenere qualcosa di decente.

Scendiamo appena dopo il tramonto e torniamo in albergo dove ceniamo. Si va a letto prestissimo perchè l'indomani la sveglia è alle quattro e mezza. Alle cinque ci vengono a pendere per portarci ad Angkor Wat (6) a vedere l'alba.

La giornata clou del viaggio inizia appunto prestissimo. L'alba ad Angkor Wat era la cosa che più volevo fare in assoluto. Arrivo al sito che è ancora buio, seguo la fiumana di gente che va a posizionarsi poco prima dello specchio d'acqua situato davanti all'ingresso principale del tempio, subito a ridosso di uno specchio d'acqua dove il tempio si riflette nella sua interezza. C'è tantissima gente, col senno di poi saremmo dovuto arrivare almeno un'ora prima per prendere i posti migliori, ma poco male, sono in terza fila e, fortunatamente, una cinese davanti a me molla il colpo lasciandomi spazio. Sono quasi in pole position. Il cielo si sta schiarendo dietro il tempio rivelando la famosissima silhouette (clicca).

Il cielo dietro il tempio si tinge pian piano di rosa, ma dura poco: bene, ma non benissimo. Riesco però nel mio intento e la foto viene decente. Fatto quello che dovevo fare rimango incantato a vedere il tempio che restituisce sempre più dettagli man mano che la luce aumenta. È uno spettacolo incredibile, più bello di quanto potessi mai immaginarmi. Nulla di quello che avevo visto in questi dodici giorni è minimamente paragonabile. Ormai è mattino e dobbiamo tornare in albergo a prelevare Borey che ci accompagna anche in questa seconda giornata.

Nel programma è compresa anche la visita alla Angkor Silk Farm di Puok; un modo come un altro per spezzare il ritmo delle visite ai templi con qualcosa di diverso. La visita non dura molto ma è interessante. Ci mostrano l'allevamento dei bachi da seta, la raccolta dei bozzoli e come ricavare le due qualità di seta dai bozzoli. La seta di bassa qualità si ricava dalla parte esterna del bozzolo che ha dei filamenti più grossi. Dalla parte interna invece si ricavano dei filamenti sottilissimi e pregiati. I filati vengono arrotolati su dei fusi che vengono a loro volta inseriti in vecchi telai azionati a mano, dai quali poi si ricaverà il tessuto vero e proprio. Ne approfittiamo per fare dello shopping al bellissimo negozio dentro la farm.

La prossima tappa non è prevista ma ci incuriosisce. Poco prima di arrivare ad Angkor Wat c'è la possibilità di vedere il sito a bordo di un pallone aerostatico vincolato da un cavo d'acciaio lungo 120 metri. Non costa poco, 12 dollari a testa per 10 minuti; il risultato (clicca), secondo me, è valso il denaro speso.

Finalmente visitiamo l'interno del tempio principale. Angkor Wat è sempre rivolto da est verso ovest e sulla parte occidentale del primo recinto ci sono cinque ingressi. Da sinistra a destra servivano rispettivamente per: gente comune, monaci, re, persone vicine al re, elefanti. Fu fatto costruire da Suryavarman II. In meno di quarant'anni l'opera venne ultimata. Rompendo la tradizione che voleva i templi più grandi dedicati a Shiva, questo complesso è dedicato a Vishnu. È il tempio meglio conservato della zona ed è l'unico ad essere rimasto un importante centro religioso dalla sua fondazione. È diventato così importante da finire sulla bandiera della nazionale ed è tutt'ora il luogo più visitato dai turisti. È una combinazione unica tra il centrale "tempio montagna" (progetto nazionale per i templi nazionali dell'impero Khmer) e il successivo piano di gallerie concentriche. Esso è la rappresentazione del "monte Meru", la casa degli Dei, le cinque torri centrali simboleggiano i cinque picchi della montagna mentre le mura e il fossato simboleggiano le montagne e l'oceano che la circonda. L'accesso alle zone elevate era via via più esclusivo e le persone normali erano ammesse solo nel livello più basso. Essend orientato ad ovest ha portato a pensare che si trattasse di un tempio funerario e a rafforzare la tesi sono i bassorilievi che vanno in senso antiorario, tipico della processione funeraria. Come la maggiorparte dei templi cambogiani, anche Angkor subisce il logorio da parte della foresta che cresce troppo rapidamente. Dagli inizi degli anni '60 il tempio è stato soggetto a molte ristrutturazioni che tutt'oggi sono in corso d'opera da parte di vari Paesi del mondo che contribuiscono a mantenere intatta questa meraviglia.

Ci prendiamo tutto il tempo necessario per godere in pieno della visita, Borey, è stato saggio a consigliarci di visitarlo durante l'ora di pranzo, infatti, dentro, c'è pochissima gente.

Abbiamo ancora due templi da visitare prima di dire addio ad Angkor. Il primo è diventato famoso perchè location di un famosissimo film del 2001 con Angelina Jolie, ovvero Tomb Raider. Si tratta del Ta Prohm (7) che si trova approssimativamente ad un chilometro ad est di Angkor Wat. Questo tempio era dedicato alla venerazione della famiglia reale e dopo la caduta dell'impero Khmer fu trascurato per molti secoli e riportato alla luce solo nel ventesimo secolo. È proprio questo che rende la location molto suggestiva, la natura è ancora oggi parte integrante del tempio, un set cinematografico naturale. Sicuramente le immagini valgono più di mille parole.

Purtroppo il tempio è molto affollato, dopo Angkor Wat è quello più bramato dai visitatori di tutto il mondo. Il caldo e l'afa incredibile non sono sufficienti a scoraggiare la fiumana di turisti che affolla il tempio. D'altronde siamo anche in altissima stagione, durante la pausa natalizia, non potevamo aspettarci scenario diverso. Nonostante tutto, la visita è spettacolare.

Ultimo tempio che visitiamo è forse quello che mi è piaciuto di più. Si tratta di Angkor Thom (8), antica città fondata nel tardo dodicesimo secolo dal re Jayavarman VII al cui centro si trova il tempio-montagna del Bayon. Dietro alle mura di cinta si erge un tempio-montagna costituito da 42 torri, ognuna delle quali ha raffigurato un volto per ognuno dei suoi quattro lati. Non si è ancora capito se i volti raffigurano il re, il Bodhisattva Avalokitesvara, i guardiani dell'impero oppure una combinazione di tutte queste figure. Una cosa è sicura, il tempio è incredibilmente bello soprattutto grazie alla calda luce del sole che sta per tramontare. Si vede che il giro è collaudato, l'ultima immagine che mi rimane impressa, è un gigantesco volto di pietra avvolto da una calda luce dorata.

Anche la seconda giornata ad Angkor è terminata, salutiamo Borey e lo ringraziamo per il tempo dedicatoci, lo lasciamo ai suoi preparativi per il prossimo matrimonio. In bocca al lupo e congratulazioni.

Arriviamo in albergo stanchi, sudati ma contentissimi. Dopo una doccia ci rechiamo nuovamente nella zona di pub e ristoranti di Siem Reap, ceniamo e poi festeggiamo il compleanno dell'emiliana GIulia sfidando a calcio balilla una coppia di cinesi finendo poi la serata con una partita a biliardo su un tavolo ridotto ad un campo di guerra. Anche questa è Cambogia.

L'indomani abbiamo in programma la visita ad un villaggio che si trova sul lago Tonle Sap. Ci sarebbe stata la possibilità di partire direttamente in barca da Siem Reap e navigare il fiume Tonle Sap passando attraverso il floating market fino ad arrivare al lago ma avevo letto essere una Tourist Trap pazzesca. La cosa mi è anche stata confermata da una coppia di turisti svedesi incontrati durante la prima giornata ad Angkor: stavo filmando con la piccola action cam della Sony e mi hanno chiesto se fossi un vlogger famoso.

Visitiamo, invece, il villaggio su palafitte di Kompong Phluk che si trova lungo un affluente minore del lago Tonle Sap, sulla parte settentrionale. Questo villaggio è più lontano dalle rotte del turismo di massa anche se comunque un paio di lance con a bordo dei turisti l'abbiamo vista, ma si trattava appunto di una manciata di persone.

Il tragitto con il nostro autobus lo condividiamo con delle zanzare tigre che sterminiamo con la maestria frutto delle quasi due settimane di esperienza nel sudest asiatico. Dopo circa un'ora scendiamo e prendiamo la lancia che ci porterà lungo il fiume. Siamo nel pieno della stagione secca e il livello dell'acqua è molto basso, siamo circondati da una foresta di mangrovie e alberi che emergono dall'acqua. Dopo pochi minuti di navigazione iniziano a spuntare le palafitte. Sono altissime, più di sette metri e le casette sembrano grattacieli visti dal basso del fiume. Durante i monsoni il livello dell'acqua cresce notevolmente e si alza di oltre sei metri rispetto alla stagione secca, sarebbe bello vedere queste palafitte anche durante la stagione delle pioggie. La foresta, durante la stagione delle piogge, diventa luogo perfetto per la pesca e l'allevamento dei gamberetti di fiume, uniche fonti di guadagno per gli abitanti del villaggio. Attraversiamo il villaggio e arriviamo alla foce, siamo sul lago Tonle Sap che si estende per circa 2700 chilomentri quadrati. Immissario ed emissario del grande lago è il Tonle Sap River che a sud sfocia nel Mekong RIver proprio nel centro della capitale Phnom Penh.

Torniamo indietro e ci fermiamo per una gita di circa mezz'ora sulle canoe. Ci addentriamo nella foresta degli alberi che escono dall'acqua e lo spettacolo è surreale oltre che una meraviglia di luci e colori (clicca). L'acqua in questi punti è abbastanza bassa, circa un metro, si possono vedere i pescatori, immersi fino alla vita, che sistemano le reti per l'allevamento dei gamberetti. Le acque sono infestate da piccoli alligatori che vengono catturati e venduti per farne, immagino, cibo e capi d'abbigliamento. Terminato il suggestivo giretto in canoa ci spostiamo al villaggio e ci facciamo un giretto lungo la "broadway" del piccolo centro di pescatori. La via principale è ricoperta per metà da reti con una trama fittissima, sopra le reti c'è il risultato di giornate di pesca: gamberetti di fiume. Prima di essere venduti, i gamberetti, vengono lasciati essiccare al sole; l'odore è tremendo. C'è anche un tempio al centro del villaggio, è molto piccolo ma ben curato. La visita è tutto sommato abbastanza veloce e già per l'ora di pranzo siamo tornati alla nostra bella guesthouse.

Il pomeriggio è libero e la cosa viene apprezzata. Una parte del gruppo va a visitare la scuola di intaglio del legno che fa sempre parte della silk farm che avevamo visitato il giorno prima.

Noi optiamo per un giro sui quad in mezzo alle risaie. La nostra guesthouse ci prenota i quad per il primo pomeriggio, un quad a testa. Arriviamo al noleggio e dopo un breve briefing saliamo su dei quad 400cc ma col cambio automatico. Poco male. Ci viene dato un caschetto e una mascherina. La piccola carovana è composta da due guide in moto, in testa e in coda al gruppo dei quad. Per il primo tratto andiamo a rilento, probabilmente vogliono vedere se ci sappiamo andare. Mentre costeggiamo le risaie noto che ogni tanto prendiamo dei piccoli ramentti che vengono gettati in aria dalle nostre ruote. Mi chiedo da dove arrivino questi rametti visto che non ci sono alberi nel raggio di chilometri. Facciamo una piccola sosta per fare delle foto e vediamo Giulia, l'emiliana, saltare come un grillo al grido di "Oddio che schifo che schifo che schifooooo!". Ora mi sono reso conto di cosa sono quei rametti: sono bisce d'acqua che allegramente centriamo coi nostri quad. Dopo aver fatto un bel po' di foto ci rimettiamo alla guida dei nostri mezzi ma stavolta l'andatura cambia; gas a manetta e via per questi sterrati color ocra, prendiamo in pieno le buche, è quello il divertimento con questi quad. Ce la spassiamo alla grande e Giuseppe chiede alla guida se può scambiare il su quad con la motoretta da cross. Torniamo al noleggio soddisfatti della gita, siamo sporchi come non mai, uno strato color ocra ci ricopre dall testa ai piedi. Mi tolgo gli occhiali da sole e la mascherina e sono sporco come un pilota della mille miglia, sembro un panda. Il patto è di non lavarci e tuffarci in piscina zozzi di terra, polvere e antizanzara. Così facciamo e ci rilassiamo per il resto del pomeriggio; la sera, come di consueto ceniamo in Pub Street. Gli altri vanno in discoteca e stavolta abbandono subito, torno in albergo da solo con un Tuk-Tuk, anche stasera il guidatore mi chiede se voglio andare a puttane.


Compagno numero uno

Alle 7 del mattino siamo pronti per prendere il bus locale che chi porterà nella capitale. Il viaggio durerà sei fottutissime ore con l'aria condizionata a stecca puntata dritta in testa e ovviamente ho lasciato il nastro telato nel bagaglio grande.

Il paesaggio cambogiano è più monotono rispetto a quello thailandese. Le risaie si perdono all'orizzonte, gli aironi danzano vicino ai trattori che smuovono il fondo per la semina e Spotify è sempre la mia colonna sonora, mi vengono i brividi ogni volta che ascolto Kiss From A Rose di Seal e la combinazione con 'Til Summer Comes Around di Keith Urban nella versione live con John Mayer è letale, ho la pelle d'oca ogni volta; ma non è finita, la canzone dopo è Vivere di Vasco, il solo finale di Steve Farris mi fa quasi piangere. Sarà che il viaggio sta volgendo al termine, sarà stata la musica, ma mi sento un pelo triste; mi addormento che mancano quasi due ore a destinazione.

Arrivati alla stazione degli autobus di Phnom Penh, 4 Tuk-Tuk ci stanno aspettando per portarci alla Europe Guesthouse (clicca) gestita dal simpatico Seng. Le camere non sono bellissime ma sono confortevoli (tranne la nostra che è pure bella e appena risistemata). La zona anche non è il massimo ma è centralissima e tattica dal punto di vista logistico. Siamo al centro di tutte le cose che si possono visitare.

Siamo arrivati verso le 13:30 e abbiamo pranzato molto tardi, riusciamo però a prenotare un giretto su un catamarano per il tramonto. Non è esattamente come il tramonto a Budelli in Sardegna ma visto che ci siamo lo facciamo. Il catamarano salpa circa mezz'ora prima del tramonto e si dirige verso la confluenza tra il Tonle Sap e il Mekong. Non credo di aver visto acque così sporche ed inquinate prima d'ora. Di quando in quando affiorano in superficie aloni arcobaleno di idrocarburi, ho pure visto animali morti, tra cui un gatto gonfio che galleggiava a mo' di bottiglietta di plastica. Lungo le rive la gente più povera che vive nelle baracche brucia i rifiuti per evitare che si accumulino, da lontano sembra una cerimonia funebre. Le uniche gocce di pioggia di tutto il viaggio le becchiamo in catamarano, dieci minuti di una pioggerellina sottile che ci disturba comunque poco. Lo skyline di Phnom Penh è in rapido cambiamento. Seng, il proprietario della nostra guesthouse, ci ha spiegato che nel 2011 l'edificio più alto era di soli cinque piani. Ora spuntano grattacieli qua e la, come a Bangkok anche se, per ora, molti meno. I più alti sono quelli degli istituti bancari e delle grandi multinazionali: HSBC, Philip Morris, IBM e molti altri. Nel giro di una decina d'anni, Phnom Penh, non sarà molto diversa da Bangkok.

Come quasi mai mi succede, ho mal di testa e, come un bimbo cattivo, vado a letto senza cena. Fortunatamente è passeggero e la mattina sono come nuovo. Decidiamo di visitare prima i campi della morte o "Killg Fields" di Choeung Ek e poi il Tuol Sleng Genocide Museum, meglio conosciuto come S21.

Ho letto da molte parti che sono visite che ci mettono a dura prova, soprattutto le persone più sensibili.

Prima di descrivere questi due musei è giusto spiegare il contesto storico in cui si collocano. Precisamente siamo a metà anni '70 circa, alla fine della guerra civile tra il Partito Comunista di Kampuchea conosciuti anche come Khmer Rossi, alleati con i nord vietnamiti, e le forze governative cambogiane sostenute dal Vietnam del sud e gli Stati Uniti. Nel 1975 i Khmer Rossi, capeggiati dal "Compagno numero uno" Pol Pot arrivarono al potere dopo che gli Stati Uniti si ritarono dal territorio cambogiano (per questioni di politica interna). Fortemente influenzati dal maoismo più estremista si occuparono della "purificazione della Cambogia", massacrando chiunque appartenesse alle classi più colte, sopprimento ogni legame familiare in quanto incompatibile con la creazione della nuova società cambogiana, e sopprimendo nell'arco di mezzo decennio, un terzo della popolazione cambogiana.

I killing fields si trovano a pochi chilometri a sud del centro della capitale, in una zona parzialmente paludosa. Qui i prigionieri venivano eliminati nel giro di pochi giorni. Venivano inizialmente messi dentro ad una baracca fatta da un doppio muro di legno senza finestre e nessuno sbocco con l'esterno, erano totalmente buie. All'esterno, diversi altoparlanti trasmettevano ininterrottamente canzoni rivoluzionarie, tradizionali cambogiane e discorsi di Pol Pot, il tutto condito dal rumore assordante dei generatori a gasolio. Da dentro la baracca il prigioniero non aveva modo di sentire cosa accadesse all'esterno. Dopo massimo due giorni di permanenza nella buia sistemazione, senza cibo e acqua, il prigioniero (inconsapevole) veniva bendato e portato sul bordo della fossa comune. Qui veniva fatto inginocchiare e finito a bastonate, oppure con asce, picconi o baionette. I proiettili costavano troppo per sprecarli per un'esecuzione. Per essere certi che il prigioniero fosse morto, veniva sgozzato, e, a quelli colti veniva di netto staccata la testa e separata dal resto del corpo. Ci sono fosse comuni con all'interno solo teschi. La zona è parzialmente paludosa e a causa delle piogge monsoniche il terreno si muove continuamente e, tutt'oggi, ad ogni pioggia fa riaffiorare resti umani: ossa, vestiti, denti. Ovunque ci sono cartelli che recitano "Don't step on bones" ovvero "non camminate sulle ossa". Sembra assurdo ma è così. Ogni due settimane gli addetti alla manutenzione del museo raccolgono i resti e li depositano negli ossari. Io stesso ho dovuto camminare con attenzione schivando costole, denti e vestiti (clicca). La sensazione di malessere che si prova è davvero intensa. Non a caso durante il percorso seguito con le indicazioni dell'audio guida venivo spesso avvertito che quello che avrei visto avrebbe potuto risultare molto forte e quindi sconsigliato alle persone più sensibili. L'audio guida ci aiuta a comprendere cosa erano questi campi grazie alle testimonianze dei pochi sopravvissuti. C'è un albero all'interno del campo, chiamato Killing Tree (clicca) dove mi sono fermato con un nodo in gola e le lacrime trattenute a stento. Chi entrò per la prima volta dentro Choeung Ek non capì perchè sul massiccio tronco di quell'albero ci fossero incastrati dei resti di cranio e cervello. Poi lo scoprì, si inginocchiò e pianse. Accanto al bellissimo albero venne rinvenuta una fossa comune riempita solo dei resti di neonati i quali venivano presi per i piedi e sbattuti contro l'albero con la testa. Ero paralizzato davanti a tanto orrore, ho dovuto interrompere il racconto dell'audio guida, bere dell'acqua e pensare a qualcos'altro. Solo così sono riuscito ad allontanarmi e a trattenere le lacrime. Dopo avero visto l'intero campo e l'ossario centrale abbiamo visto un filmato dell'epoca del ritrovamento del campo da parte dei primi cambogiani entrati dopo la fine del regime di Pol Pot.

Usciamo provati ma non è ancora finita. Vogliamo visitare l'ex liceo diventato carcere, famoso per le torture a cui i prigionieri venivano sottoposti.

I cinque edifici che una volta era la Tuol Svay Prey High School, situata nel centro di Phnom Penh vennero trasformati in un carcere e centro per interrogatori e torture. La struttura venne chiamata "Ufficio di sicurezza 21", S-21. Gli edifici vennero circondato da un muro di cinta con filo spinato elettrificato; alle classi vennero tolti gli ornamenti che fungevano da aerazione e al loro interno vennero eretti muri a secco per formare delle minuscole celle di circa un metro e mezzo per due. Le finestre furono sbarrate e i lunghi corridoi che danno all'esterno vennero ricoperti di filo spinato per evitare che i prigionieri potessero suicidarsi buttandosi di sotto (clicca). Anche qui utilizziamo delle audioguide per capire meglio cosa succedesse in questa prigione.

Potevi essere imprigionato per diversi motivi ma soprattutto per sospetto di congiura oppure spionaggio. I prigionieri venivano schedati e fotografati; poi gli veniva assegnata una "sistemazione". Ai più fortunati toccavano le celle singole di un metro e mezzo per due, a quelli meno fortunati toccavano le celle di gruppo. Sul pavimento venivano collocati degli anelli d'acciaio dentro ai quali venivano infilati dei tondini di ferro ai quali a loro volta venivano incatenati per le caviglie i prigionieri. Il regolamento della prigione era ferreo e a chi disobbediva o infrangeva le regole venivano inflitte severe punizioni. Se ad esempio, durante il sonno, ti giravi e la catena faceva rumore venivi frustato o picchiato per ore. Le torture dovevano servire per confessare i nomi delle spie o di chi congiurasse contro l'organizzazione. Se non si avevano dei nomi da confessare si poteva espiare la "colpa" confessando peccati di ogni genere. Prima e dopo ogni confessione si veniva torturati. Le torture avvenivano per lo più incatenati a dei letti usando elettroshock, strumenti incandescenti, waterboarding. Non mancavano torture come mangiare le proprie feci, rimanere appesi per lungo tempo, ferite con arma da taglio, fustigazioni, strappamento delle unghie e altre molto fantasiose e terribili. Nel carcere era vietato morire o suicidarsi, nel caso di morte sotto tortura poteva accadere che lo stesso carnefice diventasse a sua volta prigioniero. La stragrande maggioranza dei prigionieri era innocente e le confessioni venivano estorte solo sotto tortura. La vittima, stremata dalle torture, sovente faceva nomi di amici, famigliari e conoscenti per sottrarsi a tale sofferenza. Di conseguenza, i nomi estorti diventavano automaticamente prigionieri.

Quando, secondo il carnefice, il prigioniero non aveva più nulla da dire, veniva portato insieme alla sua famiglia al campo di sterminio con la falsa promessa che sarebbe stato liberato insieme ai suoi cari. Firmava di suo pugno il trasferimento dal carcere al campo e sempre di suo pugno firmava l'ingresso al campo e di conseguenza la sua morte.

Anche questa visita mi lascia con un nodo in gola che fatico a respirare.

Lasciamo il carcere in silenzio.

Per alleggerire la giornata visitamo il Russian Market, un mercato coperto stretto e caotico dove vengono vendute diverse merci contraffatte: dalle scarpe della Nike, alle cuffie della Sony ai telefoni Samsung. Usciamo dal mercato che è sera, torniamo in albergo ma prima di andare a mangiare mi faccio un riposino, altri decidono di andare nella piscina di un vicino albergo per fare un bagno, altri proprio cambiano albergo e si trasferiscono in un centro wellness anche per la notte.

Ceniamo in un ristorante italiano con una pizza ottima, attratti dal menù scritto in perfetto italiano e dove non c'erano nè spaghetti with meatballs e nemmeno pizza con pineapple (ananas).

L'indomani decido di farmi fare finalmente un massaggio. Sono da 16 giorni in giro per Thailandia e Cambogia e non mi sono nemmeno fatto fare un massaggio.

Con me vengono la veronese Francesca e Giulia, l'ingegnere emiliano. C'é chi dorme e chi visita il central market. L'appuntamento è direttamente in aeroporto per il volo che nel pomeriggio ci riporterà a Bangkok.

La nosta guesthouse si trova al centro del quartiere del divertimento e ovviamente tra un bar a luci rosse e un centro massaggi. Sfidiamo la sorte e ci buttiamo proprio li dentro. Giulia ed io decidiamo per un massaggio thai tradizionale, Francesca per un massaggio rilassante con olio.

Entriamo e devo dire che come prima impressione non è male, bel pavimento in legno, curato, sdraio nuove e pulite; la proprietaria ci invita a sederci e in men che non si dica due ragazze vengono a lavarci i piedi. Saliamo al piano di sopra, nella grande stanza ci sono una decina di materassini a terra, uno di fianco all'altro. Occupiamo gli ultimi tre. Io però vengo separato dalle ragazze tramite una sottile tendina. Mi fanno togliere i vestiti e rimango in boxer. Alle ragazze fanno indossare una vestaglia meravigliosa.

Decidiamo per un trattamento di un'ora che si rivelerà poi appena sufficiente. Mezzora sarebbe stato troppo poco. Un'ora e mezza sarebbe stato perfetto.

La mia massaggiatrice sbaglia e inizia a farmi il massaggio con l'olio, se ne accorge, confabula con le altre e mi chiede se voglio cambiare ma ormai sono imbrattato e vado avanti col massaggio rilassante che ormai mi stavo godendo.

Francesca è un po' preoccupata, dice che la ragazza si sta spingendo troppo oltre, Giulia invece sboffonchia qualcosa tra una stretta e uno stiramento.

La stessa cosa di Francesca succede anche a me, la ragazza si è avvicinata troppo nelle zone "sensibili" e solo pensando a catastrofi e carestie mantengo la situazione sotto controllo o "quasi". Solo quando mi sono girato supino ho visto che chi mi massaggiava non era la stessa che mi aveva lavato i piedi, ma una stupenda asiatica dal fisico scultoreo vestita solo di un perizoma e una t-shirt e... nulla più. Mantenere il controllo è stato un'impresa titanica aiutato più che altro dall'imbarazzo di avere le mie due compagne di viaggio a 10 centimetri da me.

Probabilmente la ragazza ha intuito che "quel tipo di massaggio" non era quello che volevo in quel momento, ha abbandonato le "zone critiche" e si è concentrata su tutto il resto del corpo e mi sono infine goduto un massaggio meraviglioso.

Esco dal centro massaggi che vorrei farmene un altro ma non c'è tempo. Salgo in camera, mi faccio una doccia e stavolta non mi spruzzo lo spray anti zanzare, è l'ultima doccia che mi faccio prima di tornare a casa e non voglio ungermi oltre.

Salutiamo Seng, saliamo sui Tuk-Tuk e raggiungiamo l'aeroporto di Phnom Penh dopo circa un'ora. A piedi forse ci avremmo messo di meno, il traffico cambogiano è quasi pari a quello thailandese.

In aeroporto troviamo tutti gli altri, è tempo di partire. Andiamo prima al check-in e poi andiamo al controllo sicurezza, vogliono la seconda copia del visto come scritto nella mail arrivataci dal sito della e-visa cambogiana. Il volo parte puntuale e una volta a Bangkok dobbiamo prendere la navetta gratuita che ci porta all'altro aeroporto.

Fortunatamente l'autostrada che collega i due aeroporti è quasi tutta sopraelevata e quindi evitiamo il traffico cittadino sotto di noi. Durante il tragitto inizia a piovere, il primo vero acquazzone che scansiamo fortunatamente.


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E' la nostra ultima notte, l'A380 per Dubai parte alle due del mattino e prima di decollare facciamo in tempo a consumare una cena a base di schifezze comprate con gli ultimi Baht rimasti, seduti sulle sedie della sala di attesa vicino ai check-in. Chiudiamo la cassa comune e la cassa viaggi, i conti tornano.

Il volo parte in ritardo ma non lo sento nemmeno decollare, sono decollato prima io per il mondo dei sogni. Mi sveglio quando sento l'aereo che inizia la discesa, ho dormito sei ore ininterrottamente. Una volta atterrati ci fanno sbarcare con la scaletta e non tramite tunnel. Appena sbarcati ci separano: per Milano di la, per Roma dall'altra. Non riusciamo nemmeno a salutarci, che brutto. Dopo una mezzora passata nell'autobus che ci porta al controllo di sicurezza (che senso ha appena sbarcato farmi fare un security check lo sanno solo loro) capiamo che ci hanno separato solo perchè i security check sparsi per i vari terminal sono tutti strapieni. Controllando le partenze notiamo che entrambi i voli partiranno dallo stesso terminal a 3 gates di distanza. Ci troviamo tutti al terminal 5 per fortuna, lo stesso terminal di quando siamo arrivati. Stavolta non mi faccio fottere dagli arabi e faccio colazione con un frullato di Shake-Shack per soli 3 dollari. Pensavo di averla scampata quando vedo "Cigar Room", sarà una Cigar Room come le altre penso. Nient'affatto, è il paradiso dei fumatori di sigari, il nirvana (clicca). C'é semplicemente: TUTTO, e quando dico TUTTO vuol dire TUTTO. Mi fiondo sui Cohiba e trovo quello che non avrei voluto trovare: una confezione da tre Cohiba Piramides Extra con tanto di portasigaro. La mia carta di credito stava già piangendo avendone ben donde.

I primi a partire sono quelli che volano su Roma, poi noi per Milano e per ultimo Alessandro che torna direttamente in Germania. Al check-in, essendo il volo strapieno, ci hanno messi tutti separati e grazie a Giulia che cerca di farsi riassegnare il posti al gate ci accorgiamo che il nostro volo ha cambiato terminal. Decolla tra mezzora e ci vogliono venti minuti per raggiungere il terminal 3. Salutiamo tutti alla velocità della luce e corriamo al nostro terminal. Il tragitto è lungo, dobbiamo scendere, prendere un trenino interno, arrivare al terminal 4, salire, recarci al 3, secendere e finalmente andare all'imbarco. Arriviamo sudatissi e a pelo. Grazie Giulia, non fosse stato per la sua testardaggine nella riassegnazione dei posti saremmo ancora lì.

Purtroppo siamo tutti separati e soprattutto io sono lontano dalla mia compagnucca di volo, Francesca; siamo stati vicini per tutti gli altri 5 voli, mi manca. Al suo posto c'è un vecchio australiano che mi tira una pezza di un'ora prima che io mi arrenda e mi addormenti. Su sei ore ne dormo 4 e atterro a Malpensa che sono discretamente riposato.

Sfiga vuole che anche al controllo passaporti si siano addormentati e c'è un solo sportello aperto per 650 passeggeri. Dopo quaranta minuti di coda interminabile arrivano i rinforzi e siamo fuori in pochi minuti. Svegliarsi prima? No eh?

I nostri bagali stanno già girando sul nastro, li recuperiamo tutti e salutiamo Giuseppe, Marzia e la genvovese Giulia.

Per una questione di comodità accompagno le 4 ragazze alla stazione di Verona. Francesca è di casa e si fa venire a prendere, così come Giulia di Carpi ha già suo padre che la aspetta in stazione, è venuto in macchina a prenderla. Cristina e Giulia, le due friulane, invece hanno a breve il treno che parte per Trieste, lo prendono direttamente a Verona, così si sono risparmiate la navetta da Malpensa fino alla Stazione Centrale di Milano e poi il treno da Milano con cambio a Verona.

Appena usciti dall'aeroporto, sorpresa: nevica. La navetta di Park To Fly viene a prelevarci e in meno di dieci minuti siamo in autostrada.

Fa strano passare dai 38° di Bangkok agli 0° con neve di Milano.

Non c'è traffico e arrivo puntuale a Verona Porta Nuova. Baci e abbracci con la promessa di sentirci presto (e così sarà), mi fiondo in macchina e sono a casa in tempo record. La solita pizza mi attende, non ho sonno per cui mangio, disfo i bagagli e metto tutto a lavare. Infine mi fiondo in doccia e dopo circa 48 ore finalmente posso dormire sdraidato nel mio letto. In camera ho 18 gradi, il piumone mi avvolge e non sento nemmeno il bisogno di accendere la tv; Red, il gattaccio, si fa vivo e si piazza ronfante vicino ai piedi. Sono circa le 21:30 quando mi addormento.

Sogno di stare su un pullman che mi porta a Chiang Mai e lotto per un posto con una thailandese cicciona che non vuole saperne di spostarsi, i miei compagni di viaggio mi vengono in soccorso, la schiodiamo a forza dal mio posto, cavolo era prenotato. Tempo di sedermi e.... suona la sveglia, sono le 6:30, devo andare a lavorare.

Ringrazio tutti i miei compagni di viaggio che sono stati collaborativi, simpatici e molto pazienti, spero che per loro io sia stato un bravo coordinatore e spero di rivederli in un prossimo viaggio, anche se mi sa che molti di loro andranno in Namibia.

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