Persia

 

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"Se non ci vado ora poi succede come per la Siria"

Questo era il mio pensiero prima di partire. Anni fa, avevo rimandato il viaggio Siria-Giordania per dar precedenza ad altre mete. Mai decisione si rivelò più infelice. Qualche tempo dopo, la primavera araba, degenerò in una sanguinosa guerra civile, la Siria divenne off-limits e molte città vennero rase al suolo. Aleppo fu la prima a cadere e delle sue meraviglie è rimasta intatta, per ora, la cittadella. Tutte le persone che conosco che ci sono state mi dicono la stessa cosa: "Non dimenticherò mai quanto era bella Aleppo".

Avendo cambiato lavoro solo da pochi mesi, inevitabilmente le ferie maturate sono di pochi giorni. Il ponte del 25 Aprile e 1 Maggio è sempre periodo di partenze, dovevo solo decidere quale viaggio potevo fare con soli 4 giorni di ferie maturate.

La prima cosa che ho fatto è stato chiamare il mio amico Mirko che è coordinatore di Viaggi Avventure Nel Mondo.

"...vorrei partire per il ponte del 25 Aprile/1 Maggio, immagino parta anche tu, per dove?"

Inizialmente Mirko aveva optato per le Seychelles, però non era una meta prioritaria per cui, dopo una breve chiacchierata telefonica ha provato a farsi assegnare il viaggio Iran Suite.

A fine gennaio compariva nella lista dei viaggi partenti, i primi di marzo mi sono scritto anche io.

Stavolta non sono l'unico bolzanino, tra i partecipanti c'è anche il mio amico Filippo.

Noi due siamo gli unici del gruppo che partono da Malpensa, i tre genovesi partono da Genova e il resto (11 persone) da Roma.

Il 25 Aprile, verso le 10 del mattino, sono in aeroporto; stavolta ho optato per i parcheggi SEA Aeroportimilano e tramite il loro shop online ho acquistato il biglietto. Il parcheggio P1 scoperto è a 4 minuti a piedi dal terminal 1 ma è servito anche da una navetta che transita ogni 7 minuti.

Anche se siamo gli unici due del gruppo di Mirko, ci aggreghiamo ad un altro gruppo di ANM che fa il nostro stesso viaggio, difatti ci incontreremo quasi quotidianamente.

Le partenze con ANM (Viaggi Avventure Nel Mondo) sono sempre una sorpresa.

Stavolta ci pensa la compagnia battente bandiera turca a darci la carica. Il nostro volo, tanto per cambiare, non parte in orario ma ha un delay di circa un'ora.

Solo pochi minuti dopo scopriamo il perchè. Per la legge dei grandi numeri, se è successo a loro, non credo che anche il nostro volo piglierà fuoco.

Così è stato.

I primi segni che stiamo viaggiando verso una nazione dove vige una dittatura è l'autoreferenziazione ben visibile sui biglietti aerei.

La cosa ci diverte e diventerà "leitmotiv" del viaggio.

Il nostro volo effettua scalo ad Istanbul ma non ci incontreremo con gli altri in quanto il nostro è al Sabiha Gökçen, mentre gli altri lo effettueranno all'Istanbul-Atatürk.

Il nostro arrivo a Tehran è previsto per le 23:30 del 25 Aprile, quello dei genovesi per le 00:30 del 26 Aprile mentre i romani atterreranno verso le 6:00 del 26 Aprile.

Il ritardo accumulato non ci impedisce di prendere la coincidenza per Tehran ed infatti siamo in terra persiana all'orario stabilito. A causa di qualche contrattempo arriviamo in hotel verso le tre del mattino, dei genovesi non vi è traccia. Mando alcuni messaggi a Mirko per dirgli che siamo arrivati e che ci vedremo la mattina nella hall verso le 8:30.

Il giorno seguente nella hall ci sta aspettando la nostra guida: Amir, ma di Mirko e degli altri due genovesi non si sa nulla. Arrivano mentre stiamo facendo il check-out. Sono stanchissimi, il loro volo da Genova (sempre Turkish) ha subito un notevole ritardo e hanno perso la coincidenza per Tehran. Sorte che è toccata ai partenti da Roma, loro però non han più volato Turkish, ma sono stati imbarcati in un FlyEmirates che ha fatto scalo a Dubai, arriveranno solo verso mezzogiorno.

Di comune accordo decidiamo di non buttare la mattinata e andiamo a visitare il museo archeologico.

Da qui inizia il percorso che ci farà attraversare l'antica Persia: Tehran, Qom, Kashan, Isfahan, Yazd, Shiraz. 

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12 milioni

Tehran è enorme, non credevo, conta appunto 12 milioni di abitanti.

A nord è difesa dagli altissimi monti Elburz, detti anche Alburz o Alborz; tra tutti spicca il monte Damavand, un vulcano sempre imbiancato che con i suoi 5610mt di quota è il più alto della catena.

I monti Alborz separano il Mar Caspio dall'altopiano iraniano.

Della capitale non avevo ancora visto nulla, eravamo arrivati di notte, stanchi; percorrendo l'autostrada che unisce l'aeroporto internazionale "Imam Khomeyni" con il centro, avevo scorto solo il mausoleo dedicato al famoso Ayatollah, Khomeyni appunto.

Il traffico di questa metropoli è allucinante, completamente disorganizzato e senza regole, chi ha viaggiato molto lo mette in terza posizione, dietro a New Delhi e Mexico City.

Solo i semafori delle arterie principali vengono rispettati, gli altri potrebbero benissimo toglierli; il marciapiede è corsia preferenziale per il formicaio di motorette di altri tempi. Sembra di essere proiettati negli anni '70. Le moto, per la maggiorparte sono delle vecchie Honda, 100cc o 150cc quattro tempi, spesso tenute insieme da fil di ferro o dalla volontà di rimanere intere, ancora per quelche chilometro. Il clacson, come a Palermo, viene usato come allerta: "Ehy, guarda che sto arrivando, sono vicino a te, occhio a dove vai".

Più di un'ora ci vuole per percorrere il breve tragitto che separa il nostro albergo al museo archeologico.

Amir, si rivela già da subito una guida preparatissima. È iraniano, originario di Yazd, dove tutt'ora dimora con la moglie e una figlia. Il suo italiano è eccellente, migliore di molti italiani che conosco; ha vissuto a Milano per circa 22 anni lavorando come docente universitario.

La prima cosa che ci fa notare è l'architettura classica iranica dell'ingresso del museo con il suo īvān (pronuncia: eiván): un ambiente di passaggio limitato da muri su tre lati e completamente aperto sul quarto, la cui copertura è, di solito, a volta. Questo tipo di ingresso è classico delle moschee iraniane.

Il museo è prevalentemente costituito da reperti provenienti da Persepolis, l'antica capitale persiana, città di Dario e Serse, situata a circa sessanta chilometri a nord di Shiraz.

Bassorilievi, anfore, gioielli, untensili, armi, statue.

Il museo non è molto grande e se non fosse per Amir che ci illustra sapientemente ogni particolare, la visita sarebbe durata meno di un'ora.

All'uscita del museo acquistiamo le prime derrate alimentari che ci sosterrano durante il primo trasferimento verso Quom. Cambiamo così i primi Euro in Rial, la moneta locale. Il cambio è: 1€ = 33.000 Rial. Fa strano cambiare una banconota da 50€ e vedersi restituire un mazzo di banconote per un totale di 1.650.000 Rial, UNMILIONESEICENTOCIANQUANTAMILA!

Prima però di partire per Qom, dobbiamo tornare all'aeroporto a recuperare i romani che saranno semplicemente devastati dal viaggio. Fortuna che l'aeroporto è di strada. Ci mettiamo quasi due ore ad uscire dal centro di Tehran.


La casa di Fatima al-Ma suma

Recuperata l'ultima parte del gruppo possiamo partire per Kashan. faremo sosta a Qom dove visiteremo la moschea di Fatima l'Innocente.

In questo luogo giacciono i resti della figlia del settimo Imam sciita ed il mausoleo è considerato uno dei più importanti luoghi sacri di questa religione, secondo solo alla moschea-mausoleo di Mashhad.

Il tragitto dall'aeroporto è breve, a malapena riusciamo a presentarci col resto dei viaggiatori, il tempo per guardare fuori dal finestrino è poco ma quello che vedo sono altissime montagne spoglie e in parte innevate. La roccia è scura, la vegetazione scarseggia, solo pochi cespugli riescono a sopravvivere in questi luoghi. Il traffico sull'autostrada si dirada man mano che ci allontaniamo da Tehran, padroni della strada sono vecchi camion Mercedes tutti arrugginiti. Il sole scalda e del freddo della notte non è rimasto nulla.

Non possiamo raggiungere il mausoleo direttamente col pullman, prendiamo quindi un autobus sgangherato che ci porta a destinazione in meno di cinque minuti.

La luce è abbagliante, i muri di mattoni gialli e il pavimento di cemento bianco amplificano il bagliore del sole e da terra sale un calore simile a quello emanato da una pietra ollare.

Le donne, prima di entrare al mausoleo, passano per una tenda dove vengono "vestite" con un velo lungo e molto più coprente di quello che già indossavano.

L'abbigliamento coprente fa parte della tradizione, va quindi rispettato; le donne devono idossare il velo che copra loro i capelli, i vestiti non devono mostrare le curve, anche le braccia vanno coperte. L'uomo invece non può indossare pantaloni corti. In verità anche l'acconciatura maschile è sottoposta ad alcuni limiti; ad esempio capelli lunghi rasati ai lati o sotto, è troppo "occidentale" e quindi sconveniente. In linea di massima si può venire arrestati dalla polizia religiosa. Questo ovviamente vale per i locali, non per i turisti. Attenersi al portare i pantaloni lunghi è sufficiente.

Si entra nel mausoleo attraversando un classico ivan iranico (eiván), il primo ingresso che si incontra è quello degli uomini. Un ivan ricoperto di ceramica lavorata a mano, il colore dominante è l'azzurro, mentre le scritte in fársi (o anche persiano: lingua nazionale dell'iran, simile per molti versi all'arabo ma con una pronuncia molto diversa) sono color oro oppure bianche. La volta dell'ivan è tutta ricoperta d'oro ed è semplicemente bellissima. Il secondo ingresso al mausoleo è riservato alle donne, e se l'ivan d'orato degli uomini era bello, questo, fatto tutto di antichi specchi d'argento lascia senza parole. Onnipresente l'immagine dell'Ayatollah più importante degli ultimi anni, Khomeyni; accompagnata da quella della più recente e attuale guida suprema: l'Ayatollah Seyyed Ali Hoseyni Khamenei. Siamo ospiti di uno dei custodi del mausoleo, un hojjatoleslam, ovvero un esperto di studi islamici. Il suo inglese è praticamente perfetto. Ci fanno accomodare e ci offrono un rinfrescante succo di frutta. Nel frattempo il giovane studioso ci spiega chi era Fatima al-Ma suma, ci narra la sua storia e ci dice che per gli sciiti, Fatima al-Ma suma, è importante come Maria Maddalena per i cristiani. Dalla parte storica, tramite una predica molto ben costruita, arriviamo ai giorni nostri, la differenza coi sunniti, il problema del terrorismo, la libertà delle donne. È proprio su questo ultimo punto che finalmente si instaura un dialogo.

Riassumendo, quello che dice il religioso è: "La donna per l'Islam è importantissima, esiste anche un proverbio dove un uomo andò da Maometto e gli chiese a chi dovesse l'amicizia più sincera. Il profeta rispose:<<A tua madre>>, l'uomo lo incalzò: <<E poi a chi?>>. Il profeta ripetè: <<A tua madre>>. L'uomo insistette: <<E poi a chi?>>. Il profeta ancora una volta rispose: <<A tua madre>>. L'uomo domandò ancora: <<E poi a chi??>>. E il profeta disse: <<E poi a tuo padre>>."

La domanda successiva è stata ovviamente: "Perchè allora le donne devono portare il velo e coprirsi?".

La risposta del giovane è stata: "Per noi, la donna è superiore all'uomo, il velo e i vestiti coprenti servono a proteggerla dagli sguardi e dalle pulsioni dei più deboli maschi".

A me è sembrata una risposta imbastita ma tant'è, sono le loro usanze e quindi vanno rispettate.

Durante tutto il viaggio, le ragazze del gruppo hanno portato il velo e noi ragazzi i pantaloni lunghi. I tempi però stanno cambiando e la voglia di libertà si sta facendo sentire molto forte anche in Iran. Molte ragazze giovani portano il velo, ma lasciano scoperti i capelli lungo il viso e parte della testa; alcune coprono solo la nuca. Non scoprono ancora il ventre o la parte superiore del busto ma indossano abiti occidentali che disegnano bene le loro belle forme. Si truccano e a volte i tacchi alti sbucano dai veli. Sotto certi punti di vista sono molto più vezzose delle donne occidentali.

Terminata la visita al mausoleo risaliamo in pullman per dirigerci a Kashan dove pernotteremo. Tra le due città ci sono meno di 100km, il viaggio è breve.


Case tradizionali

Arriviamo in albergo, una manna per i genovesi e i romani, finalmente un letto su cui dormire dopo più di 48 ore sballottati tra aeroporti, aerei e autobus. C'è la Wi-Fi così come in tutti gli alberghi che ci ospiteranno. Il regime oscura tutti i social network: facebook, twitter, instagram. Funzionano YouTube e WhatsApp. Non mi do per vinto e faccio come il 100% della popolazione Iraniana: uso una VPN (Virtual Private Network); ovvero un metodo per aggirare le censure presentandomi in internet non con un indirizzo iraniano ma italiano ad esempio, oppure statunitense, giapponese, finlandese, germanico, inglese... insomma, faccio finta di non essere in Iran. Ho provato diverse app, solo una ha funzionato sempre: betternet, ed è pure gratuita.

Dopo una cena buffet non propriamente esaltante decidiamo di fare un giretto per la città. Non siamo propriamente in centro, anzi, a dire la verità siamo abbastanza in periferia. Percorriamo lo stradone che porta in centro, ma, senza saperlo, allontanadocene. Lungo la strada ci sono vari ristorantini e negozietti di ogni genere, la gente ci saluta, sono cordiali e mai invadenti, non ti fermano per venderti qualcosa o per farti entrare nel ristorante. Di quando in quando vediamo dei forni sempre accesi per la cottura del pane. Il profumo che si respira mi fa ricordare quando da piccolo andavo a trovare mio nonno in panificio. In molti sono stanchi e quindi, dopo circa un'oretta, decidiamo di tornare in albergo. Ci fermiamo solo in un negozio che vende qualsiasi cosa sia fatto con le rose. Acqua di rose da bere, essenza alla rosa, profumi ecc. In Iran le coltivazioni di rose sono numerose.

L'Amir Kabir Hotel si rivela molto confortevole, nonostante la finestra della nostra camera si affacci sulla pompa principale che rifornisce d'acqua tutto l'albergo, ovviamente, perennemente in funzione.

La nottata passa veloce, la notte prima eravamo stati più fortunati degli altri, ma comunque eravamo andati a domire alle 4 del mattino tra una cosa e l'altra. Alle 8:30 dobbiamo farci trovare pronti, colazione fatta e bagagli da sistemare in pullman. Vuol dire svegliarsi alle 7:30, che non sarebbe di per se una tragedia, se non per il fatto che l'Iran è due ore e mezza in anticipo rispetto al fuso italiano. Ergo, è come svegliarsi alle 5 in Italia.

Colazione non molto abbondante per me che non amo la colazione internazionale con tanto salato al posto del dolce. Una tazza di Tè con dei biscotti e del succo d'arancia è più che sufficiente.

Prima di lasciare Kashan andiamo a visitare una delle case signorili storiche, oggi diventate musei e l'Hammam del sultano Mir Ahmad.

La casa storica che visitiamo è la splendida Casa Tabatabaei, costruita nel 1880 dall'influente famiglia Tabatabaei. Questo edificio di oltre 5000 metri quadrati, col classico giardino interno con vasca per l'acqua, ha una particolarità dovuta dalla presenza di due torri del vento. Queste torri hanno la capacità, persino nel calore del deserto, di catturare i venti e incanalarli in modo particolare all'interno dell'edificio in modo da creare un clima fresco.

La casa è davvero molto bella ed offre spunti fotografici notevoli. Noto con piacere che in questo viaggio sono parecchi gli appassionati di fotografia come me, non sarò quindi il solo a doversi fermare ogni due per tre a cambiare obiettivo. Mi piace inoltre confrontarmi sempre e imparare cose nuove, in questo vieggio ne ho avuto la possibilità grazie ai miei compagni.

La tappa successiva è a pochi passi dalla casa signorile, l'antico Hammam di Mir Ahmad è davvero uno spettacolo.

Costruito nel XVI secolo durante l'era safavide è arrivato ai giorni nostri perfettamente conservato. Le decorazioni interne in ceramica e gli antichi tappeti usati per coricarsi rendono perfettamente l'idea di come poteva essere un antico Hammam. Non nego di aver invidiato un po' il sultano, dentro di me pensavo: "Questi si che se la godevano".

Sarà un pensiero ricorrente durante tutto il viaggio.

Anche il tetto con tutte le sue cupole è visitabile, da sopra si ha la vista di gran parte della cittadina di Kashan, che proprio piccola non è visto che conta quasi 300.000 abitanti.

Aspettando di salire sul pullman che ci porterà ad Esfahan noto una cosa che mi ha inquietato prima e divertito poi.

Uno dei mezzi di locomozione più usato in Iran è la moto. Sono per lo più delle vecchie Honda degli anni '70, 100cc massimo 150cc quattro tempi. Su una di queste motorette viaggiava un locale con un militare come passaeggero munito di AK-47. Peccato non aver avuto la macchina fotografica pronta. 


Ossido di ferro e uranio

Partiamo da Kashan prima di pranzo, la nostra prossima meta è la cittadina montana di Abyaneh, famosa per i suoi edifici rossastri costruiti in mattoni, fango e paglia.

In Iran, le autostrade funzioano come da noi, ci sono dei caselli per il pedaggio; a differenza dei nostri però, è sempre presente una piccola stazione militare per il controllo dei documenti.

Ogni volta che entriamo o usciamo da un'autostrada vengono regolarmente controllati i documenti. Per non perdere troppo tempo, abbiamo una lista di tutti i passaporti con relativa validità per ogni viaggiatore.

Solitamente, il controllo, dura dai 5 ai 10 minuti. Questa volta però il controllo è puntiglioso, molti militari armati fino ai denti si avvicinano al nostro pullman. L'autista scende e sparisce all'interno della casermetta. Riapparirà circa mezzora dopo con un apparecchio GPS in mano. Insieme ad un militare lo installerà nel pullman.

Il perchè di tutto questo lo scopriremo qualche chilometro dopo la ripartenza.

Questa particolare sosta ci ha fatto venire in mente che, sparse per il vasto territorio persiano, ci sono delle centrali nucleari. L'argomento è attualmente molto discusso in quanto gli Stati Uniti stanno recentemente discutendo un accordo per impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari al riconoscimento di Israele. Ovviamente l'Iran non accetta gli accordi per cui c'è una discreta tensione tra Iran e Stati Uniti/Israele.

Mentre ne stiamo discutendo sul pullman noto che molti tralicci dell'alta tensione convergono verso un punto ben definito alla nostra destra. È proprio seguendo i cavi dell'alta tensione che scorgo una struttura militare particolare: un cannone contraereo puntato verso il cielo, non faccio tempo ad avvisare gli altri che i cannoni contraerei diventano prima due, poi tre, poi diverse decine. Una barriera di detriti appositamente piazzati sulla destra della carreggiata non è sufficiente a coprire gli sguardi. Siamo su un pullman e siamo più alti della barriera. Stiamo per sfoderare le reflex quando Amir, la nostra guida, allarmato ci dice: "Asssolutamente non scattate foto mi raccomando! Stiamo costeggiando la famosa centrale di arricchimento di uranio di Natanz. Per favore mettete via le macchine fotografiche".

Noi non siamo riusciti a fotografare le contraeree, ma su internet si trova parecchio materiale.

In queto centro, più di 3.800 centrifughe alimentate da esafloruro di uranio, arricchiscono il materiale radioattivo che sarà poi utlizzato come combustibile nelle centrali. Il sito, di vitale importanza strategica, è protetto dagli alti monti del Karkas.

Fortissimamente incuriosito, non mi rendo conto che il pullman ha svoltato a destra e sta passando proprio di fronte ad una stazione contraerea, incredulo mi trovo i cannoni puntati al cielo a meno di venti metri da me.

Chiusa la parentesi "atomica", proseguiamo sulla strada che si inerpica sulle aride montagne fino ad una quota di 2300mt s.l.m. dove raggiungiamo il caratteristico paese di Abyaneh.

Volendo essere pignoli, questa deviazione non ha molto da offrire. È un antico paese di montagna, le case sono fatte di mattoni crudi, ricoperti da fango e paglia. Il tipico colore rosso è dato dall'alto contenuto di ossido di ferro nel terreno. Un'antica fortezza sassanide domina il borgo.

La cosa che mi rimarrà più impressa di Abyaneh?

Assolutamente il Dizi.

L'ora di pranzo è passata da un pezzo e alcuni di noi, compreso il sottoscritto (sai che novità), ha fame. Amir ci accompagna in un ristorante dove servono un piatto tipico.

Il Dizi è uno spezzatino a base di pecora, una sorta di Gulash. Dopo esserci tolti le scarpe, ci accomodiamo su un giaciglio ricoperto da un tappeto in una specie di piccolo gazebo. La bellissima ragazza che prende le ordinazioni stende al centro del giaciglio un grande foglio di carta trasparente tipo Cuky. Sopra al foglio trasparente mette una grande sfoglia di pane appena cotto. Questo pane è usato praticamente come tovaglia commestibile. Poco dopo arriva il pranzo.

Questo spezzatino viene servito all'interno di un vaso di ceramica cilindrico, chiuso dal suo coperchio. Insieme al cibo ci portano due recipienti a testa: uno in metallo e uno in plastica. Amir ci mostra come si mangia il Dizi.

Col cucchiaio prendiamo tutta la parte solida dello spezzatino: carne di capra, patate, ceci, fagioli, melanzane, pomodori e la mettiamo nel recipente metallico. Disossiamo la coscetta di capra e buttiamo l'osso. Con un pestello in metallo trasformiamo la parte solida in un pappone. La carne ha cucinato per tante ore a fuco lento per cui si sfalda alla minima pressione.

Una volta che abbiamo il nostro pappone, ci aggiungiamo un pò di sugo e iniziamo a mangiare.

Che dire, una delle più buone carni di capra che abbia mai mangiato in vita mia. Una volta terminata la parte solida, rovesciamo tutto il contenuto liquido rimasto nel recipiente di plastica. È praticamente tutto sugo, con qualche pezzo di patata, qualche fagiolo e alcuni ceci. All'interno sbricioliamo del pane secco e ricopriamo col pane tenero. Che bontà. Davvero un pranzo che ricorderò.

In questo video, Amir, ci mostra come si mangia il Dizi.

 

 

Dopo esserci rifocillati visitiamo il piccolissimo borgo, il giretto non dura più di mezzora.

Ci ritroviamo nella piazza principale del borgo e mentre aspettiamo il pullman veniamo travolti da una scolaresca di ragazzine che appena ci hanno visto con le macchine fotografiche si sono messe rumorosamente in posa per mille foto ricordo.

Risaliamo sul nostro comodo mezzo di trasporto e finalmente ho anche tempo di perdermi tra le alte montagne iraniane e il suo enorme altipiano sulle note di Sam Hunt. Il sole del pomeriggio perde vigore, la temperatura scende velocemente, siamo a circa 1600mt quando ci fermiamo per visitare un laboratorio di ceramica dove lavora un artigiano figlio d'arte. L'omone taciturno ci mostra come dipinge sapientemente la ceramica. Non perdo l'occasione per portarmi a casa un piccolo ricordo.


Metà del mondo

1.600.000 abitanti conta questa città incredibilmente bella. Famosa per la produzione di cotone, grano, tabacco, per la lavorazione di sete, lane, broccato e moquette. Le bellezze architettoniche e i suoi giardini pubblici fanno dire ad un antico adagio persiano che "Esfahan è metà del mondo".

Dai grandi finestroni del pullman possiamo apprezzare la città che pian piano si illumina, con il suo traffico intenso ma meno caotico di Tehran; in lontananza vediamo illuminato il ponte Khaju sul fiume Zayandeh, meta del giorno che seguirà. Sembra una città occidentale, ordinata, viva, piena di negozi: Apple, Samsung, LG, Sony, lussuosi negozi di tappeti in seta di una bellezza più unica che rara, mobilifici, banche, farmacie.

L'Hotel Zohreh dove alloggiamo è carino, ha un'ottima posizione in centro. È vicino sia alla Piazza Imam Khomeyni che al ponte Si-O-Seh.

Serata libera per il gruppone, alcuni di noi si recheranno alla piazza Imam Khomeyni, chiamata ufficialmente Naqsh-e jahàn. Questa piazza immensa è di notevole importanza storica e culturale, nel 1979 è stata inserita nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. Nella piazza, di sera, regna la quiete; una sapiente illuminazione rende questo luogo così vasto, estremamente intimo. Ceniamo in un ristorante che si trova al piano superiore della struttura che circonda la piazza. Tipico è il Kebab, però totalmente diverso da quello turco. Nel nostro caso si trattava di un tris di kebab. Sono degli spiedini di carne di diversa provenienza. Il primo (che ho adorato) è uno spiedino di macinato di agnello, tenerissimo e succulento. Il secondo è di pollo allo zafferano e il terzo di manzo. Viene servito con un contorno di riso basmati allo zafferano, melograno e verdure grigliate. Il pane appena cotto nel forno a legna non può mancare. Sarebbe ideale accompagnare il tutto con una birretta fresca, ma, ovviamente, non si può. Il titolare, sosia di un giovane Julio Iglesias, viene rapito dalla bellezza della nostra compagna di viaggio Linda; ci fa uno sconto a patto di potersi fare una foto con lei senza velo in testa. Il teatrino che ne scaturisce è divertente, ce ne andiamo divertiti e sazi immaginando, al nostro rientro in albergo, il baldo titolare del ristorante presentarsi sotto il balcone di Linda per cantarle una serenata in farsi.

Rientriamo in albergo e andiamo a dormire.

Il risveglio è tragico, non per l'orario, ma perchè la colazione che ci aspetta è a dir poco misera. Non c'è caffè, si fatica ad avere una tazza di tè. Non ci sono dolci, solo delle uova strapazzate e del pane. Riusciamo ad avere miracolosamente quattro biscotti a testa dopo che Amir è andato a lamentarsi. Come giustificazione dicono di aver finito tutto. Davvero difficile da credere visto che comunque hanno le prenotazioni e sanno quanta gente è presente in albergo. Mi ingolfo di pane, bevo il mio tè e sono pronto per la lunga giornata che ci aspetta.

La nostra prima meta è la Moschea Jameh, detta anche Moschea del Venerdì. È la moschea più antica di Isfahan e una delle massime espressioni archiettoniche della dominazione selgiuchide. Intorno alla metà dell'anno 1000, i selgiuchidi che erano di fede sunnita, miravano alla restaurazione del califfato abbaside. Questa moschea vide diverse dominazioni: Buyide (quando venne costruita nel X secolo), selgiuchide e successivamente safavide. Ad ogni dominazione venne modificata ed ampliata. La piazza venne elvata, si aggiunsero nuove aree di preghiera, vennero costruiti dei minareti che successivamente vennero spostati. La particolarità di questa moschea sta nel fatto di essere perfettamente integrata nel tessuto urbano e a testimoniarlo ci sono i numerosi ingressi che la collegano con le diverse parti della città compreso uno che da' nel grande Bazaar. A differenza di altre moschee, questa, essendo stata per lo più ingrandita in periodo selgiuchide, è costruita in gran parte in laterizi. La grandezza della cosruzione, unita all'intaglio degli stucchi e ai pannelli dalle composizioni floreali, geometrici ed epigrafi la rendono l'edificio di punta dell'architettura selgiuchide.

Finita la visita alla Moschea del Venerdì ci rechiamo al Ponte Khaju. Insieme al Ponte Si-O-Seh fa parte dell'architettura safavide di inizio XVII secolo. Solo da qualche anno i due ponti sono stati chiusi al traffico. Oltre ai bellissimi archi che li contraddistinguono è da notare il fatto che sono attraversabili su due piani. Il primo rialzato, dedicato in principio ai cavalli e cammelli, successivamente alle vetture; il secondo, solo qualche decina di centimetri sopra il livello dell'acqua del fiume, è un camminamento pedonale. E' una bellissima giornata a Isfahan e i locali usano il ponte come punto di ritrovo. Gruppi di anziani siedono sotto gli archi parlando tra di loro, un altro gruppo misto di giovani e vecchi canta canzoni tradizionali. Ci fermiamo ad ascoltarli, è davvero suggestivo. Gruppetti di donne e ragazze siedono a valle del ponte guardando l'acqua scivolare inesorabile in una danza di mulinelli e cascatelle. Sono curioso di vedere questi ponti la sera, quando saranno illuminati.

La visita al ponte é veloce ma sufficiente per attraversarlo due volte, la prima a livello dell'acqua, la seconda al livello superiore.

In meno di dieci minuti siamo alla cattedrale armena di Vank. I dipinti storici all'interno della cupola lasciano senza parole. Spiccano, con dei colori vivissimi, i capolavori che ritraggono: la creazione di Adamo ed Eva, il peccato originale, la morte di Abele, la nascita di Gesù, l'Ultima Cena, la Crocifissione e l'ascensione. I ritratti della Crocifissione sono davvero cruenti.

Visto che la giornata di oggi sarà ancora piena di cose da vedere, ci fermiamo a mangiare in un occidentalissimo fast food e variamo per la prima volta la nostra dieta a base di agnello.

Solo dopo esserci rifocillati con un hamburger talmente grande da dover essere consumato in due, proseguiamo per piazza Imam Khomeyni.

A differenza della sera prima, dove nell'immensa piazza regnava una quiete irreale, ora,  famiglie siedono nei grandi e verdi giardini e un via vai di migliaia di persone la percorrono in lungo e in largo, fermandosi di quando in quando per ammirare le vetrine dei negozi o per prendersi un ottimo gelato allo zafferano. La fontana, che la sera viene spenta, punta i suoi getti d'acqua a formare una volta sopra la grande vasca. Nella piccola piazzetta al centro si fermano le carrozze coi cavalli ammirate dai bambini che si divertono a correre intorno ai grandi mammiferi in attesa di trainare la carrozza con a bordo qualche turista. Sempre nei grandi giardini, tra un'aiuola e l'altra, prendono disordinatamente posto giovani intenti a leggere libri di studio, bambini giocano a pallone mentre le mamme preparano il prato per il picnìc. Avrei voglia di stendermi nel prato curatissimo e mescolarmi con la gente ma Amir mi richiama all'ordine, dobbiamo visitare il palazzo Ali Quapo meglio conosciuto come Palazzo Alighapoo.

Questo palazzo che sorge nella grande piazza fu eretto all'inizio del XVII secolo come residenza degli Scià di Persia. All'interno del palazzo si possono ammirare gli affreschi del pittore di corte Reza Abbasi. Anche questo, come molti altri palazzi, cambiò volto col passare degli anni e degli "inquilini". Al terzo piano si trova una bellissima sala sorretta da diciotto colonne ricoperte di specchi, mentre al sesto piano si trovano le sale più grandi del palazzo alcune delle quali, dedicate ai banchetti, splendidamente ricche di dipinti. Tra tutte, quella che più mi ha colpito è stata la "Sala della Musica" col suo soffitto in legno finemente intagliato e cesellato a formare delle geometrie incredibili.

Poco distante dal palazzo si può visitare la Moschea dello Scià, fatta edificare a partire dal 1629 su ordine dello Scià Abbas I Il Grande. Questa moschea è una delle più rinomante dell'Iran islamico.

Purtroppo, quando entriamo nel grande cortile, un'impalcatura con tettoia costruita recentemente per consentire ai fedeli di pregare anche durante le ore calde del giorno, ci impedisce una delle piu belle viste dell'Iran, quella appunto dell'ingresso principale della moschea. Una volta dentro ci si sente quasi a disagio sotto la copertura della gigantesca cupola di 52 metri finemente ornata da piccole piastrelle in ceramica. Il portale dell'edificio è alto 27 metri ed è affiancato da due minareti di 42 metri. Tutte le mura dell'edificio sono decorate con tessere di mosaico di sette colori con un notevole effetto ottico. Quando usciamo dalla moschea vediamo gli operai che stanno lavorando per smantellare l'impalcatura. Peccato, sarebbe stato bellissimo vederla in tutta la sua maestosità.

La moschea che vediamo successivamente è la più piccola "Moschea delle donne" attraente per la sua cupola dorata sulla quale è raffigurato un pavone, a cui i raggi del sole, che a mezzogiorno penetrano nella moschea, regalano una dorata coda luminosa.

È proprio fuori da questa belissima moschea che facciamo conoscenza con un folto gruppo di adolescenti che fanno a gara per farsi fotografare con noi. Alcuni vogliono che, con una biro, scriva loro sul palmo della mano il nome Enzo. Non ho mai capito il perchè, ma erano felicissimi e ci hanno seguito fin dentro la moschea.

Finalmente abbiamo un pò di tempo libero da impiegare come vogliamo. Alcuni si perdono nel grande Bazaar attaccato alla moschea. Io, dopo un giretto tra le sue bancarelle, ho fatto quello che volevo fare già da molte ore.

Cerco di mescolarmi tra la gente e mi sdraio su uno dei tanti prati vicino alla grande fontana.

Finalmente posso vedere un bellissimo scorcio di Iran, prendendomi tutto il tempo che voglio, respirando questa terra di regime che ha nella sua pancia una grandissima voglia di libertà e rivincita nei confronti dello stesso regime, che negli ultimi anni ha comunque allentato la presa. Riapro lo zaino, tiro fuori la macchina fotografica e scatto cercando di congelare il momento. Non passa molto tempo che una coppia di ragazzi del posto si siede vicino a me e, con la cortesia che contraddistingue questo popolo fiero, mi domandano da dove vengo. La parola "Italy" accende in loro una bruciante curiosità. Vogliono sapere da che città esattamente e quando dico: "150km norht of Verona" alla giovane ragazza si illuminano gli occhio "Oh.... the city of Romeo an Juliet". Per qualche sconosciuto motivo, gli iraniani diventano matti per noi italiani. Scambiamo quattro chiacchiere come dei vecchi amici che non si vedono da tanto tempo e che hanno un sacco di cose da dirsi. Vogliono che faccia loro una foto col cellulare di lei, poi la facciamo insieme. È talmente piacevole la discussione che, nonostante avessi la reflex al collo, mi sono dimenticato di fare una foto anche con la mia macchina. Starei tutta la sera a parlare con loro ma è quasi ora del rendezvous con i miei compagni di viaggio per la cena. Sto per ricongiungermi col gruppo quando vengo fermato da un distinto signore che, vedendomi intento a fotografare la piazza alla luce del tramonto mi dice: "What an amazing show". Mi fermo a parlare con lui, lavora come architetto a poche centinaia di metri dalla piazza, ci passa ogni giorno per andare a casa e la considera fonte di ispirazione di tutti i suoi progetti e posso capire perchè. Vorrei che questi momenti non finissero più. Mi ritrovo con gli altri con sincera malinconia. Sarei rientrato nel mio piccolo mondo occidentale formato da 15 persone oltre a me. Avrei parlato di nuovo la mia lingua, avrei pensato alla cena, alla doccia e a connettermi alla Wi-Fi dell'albergo. Cose che faccio tutti i giorni a casa. Peccato, è durato troppo poco.

A cena scopro che ognuno di noi ha avuto contatti con iraniani di ogni età, famiglie, coppie, ragazzini; oguno con qualcosa da dire. Ottimo cibo per il nostro spirito.

Ci rechiamo a cena in albergo non molto lontano dal nostro. Il buffet non è malvagio, ma avrei preferito mangiare qualcosa al volo per godermi il più possibile questa città incredibile.

Il ponte Si-O-Seh, illuminato dai classici faretti al mercurio di colore arancione unisce due parti illuminate della città, altrimenti separate dalla nera lingua del fiume Zayandeh. La serata è relativamente fresca e dopo aver attraversato il ponte, Amir, ci porta a bere un buon Tè nel giardino dell'albergo più lussuoso di Esfahan: l'Hotel Abbasi.

Ci rilassiamo, la giornata è stata davvero piena ma prima di andare a dormire, Filippo ed io invitiamo alcuni ragazzi del gruppo a bere della pessima birra analcolica nel nostro balcone munito di fontanella privata, spenta.

Una doccia bollente lava via tutto lo smog e la polvere del giorno e mi prepara per la notte.


Zoroastrismo

Anche la seconda colazione all'Hotel Zohreh è problematica, oggi va un pò meglio, c'è anche il caffè e ci sono dei biscotti che finiscono in un lampo. Per il resto, come il giorno prima, uova, pane e nulla più.

Una parte della giornata verrà usata per il trasferimento. Sarà che sto invecchiando, ma appena poggiato il sedere sul sedile del pullman mi sono addormentato. Praticamente sono stato sveglio due ore, tempo di fare colazione, sistemare lo zaino e salire sul pullman. Mi risveglio alla prima sosta. Visitamo un caravanserraglio proprio lungo la strada che collega Esfahan a Yazd, precisamente a Blabad. E' particolarmente ben conservato e un cancello che ne sbarra l'ingresso non è sufficiente per fermare parte del gruppo. Siamo circa a metà strada e la sosta qui dura meno di una mezzora. Prossima tappa è la cittadina di Meybod, antica capitale persiana durante la dinastia dei Muzaffaridi, famosa per la fortezza di Narin, una delle più antiche dell'Iran e che visitiamo in meno di un'ora. Le mura della fortezza sono costruite con paglia e fango; due operai stanno lavorando alla ristrutturazione di una parte della torre principale. Il caldo si fa sentire già a metà mattinata, il nostro viaggio ci porta sempre più a sud scendendo di quota. Siamo seicento metri più in basso rispetto ad Esfahan, circa a quota mille metri.

Il nostro albergo a Yazd, il Malek-o-Tojjar, inserito dentro al grande Bazaar, somiglia tantissimo ad un Riad marocchino. Fino ad ora, Filippo ed io, abbiamo sempre avuto buona sorte con l'estrazione delle stanze. Stavolta ci butta male, la stanza è piccola e senza finestre, si trova al primo piano e il suo accesso avviene tramite una scalinata ripidissima e strettissima direttamente dalla hall-ristorante.

Posiamo i bagagli e andiamo a visitare la piazza principale Amir Chakhmaq. La facciata-ingresso della moschea è sbalorditiva. Fu costruita tra il 1418 e il 1438 contestualmente al caravanserraglio a lato della piazza e al Bazaar. La nostra visita si estende alla moschea sempre di Amir Chakmaq. Yazd è famosa per essere punto di passaggio della via della seta che percorse anche Marco Polo, dove qui si fermò. Impossibile quindi evitare un giro in un bel negozio di costosissimi tappeti, saliamo sul tetto del negozio ed ammiriamo la cupola della moschea al tramonto. Dopo cena torniamo nella grande piazza e ci divertiamo con le reflex, il cavalletto e le lunghe esposizioni.

Il mattino seguente, la prima cosa che vedremo è il tempio del fuoco, dedicato a Zoroastro. Yazd è stata per lunghissimo tempo il centro più importante di questa religione. Dopo la conquista islamica della Persia, molti zoroastriani trovarono rifugio in questa città desertica. La città rimase zoroastriana anche dopo la conquista dietro il pagamento di un tributo. Solo molto tempo dopo l'islam si impose come religione principale.

Lasciamo la città solo dopo aver visitato le torri del silenzio e un'antica ghiacciaia.

Queste torri sono una istituzione tipica del zoroastrismo. Situate sopra delle colline, sono delle impalcature in legno, mattoni, fango e paglia, alte più di dieci metri. Sostengono una piattaforma esposta ai venti e servivano alla deposizione dei cadaveri. Sencondo l'antica religione, era vietato inquinare i quattro elementi principali: aria, terra, acqua e fuoco. I cadaveri quindi non venivano seppelliti per non inquinare la terra; venivano deposti appunto sulle torri e lì scarnificati dagli uccelli rapaci. Solo le ossa scarnificate venivano a questo punto gettate in una fossa comune posta al centro della torre.

Poco fuori dal centro ci fermiamo a visitare un cipresso millenario, anch'esso simbolo del zoroastrismo.

Risaliamo in pullman per quello che sarà il trasferimento più lungo che ci porterà a Shiraz.


Regno di Ciro, Dario e Serse

Il nostro pullman è da 50 persone, noi siamo in 16 più Amir, la guida, e l'autista. I trasferimenti quindi si rivelano particolarmente confortevoli. Questo trasferimento è di oltre 300km, più di metà lo passo dormendo, appena mi infilo gli auricolari nelle orecchie, mi addormento sistematicamente, non mi è mai successo prima, come già detto: sto invecchiando.

Mi risveglio solo perchè ho molto caldo, non capisco perchè l'aria condizionata non stia funzionando. Chiedo e mi rispondono che stiamo scavalcando un passo ad oltre 2300 metri per cui, col clima acceso, il pullman non ce la farebbe. Effettivametne, appena superato il "gran premio della montagna", l'autista riaccende il clima, io mi riaddormento e mi risveglio che siamo già a Pasargadae.

Questo sito archeologico è famoso per essere stato una importante città dell'antica Persia, prima capitale dell'Impero Achemeide, luogo di sepoltura di Ciro il Grande. Una piccola passeggiata all'interno del sito ci porta a visitare la sala delle udienze del palazzo di Pasargadae, parte di quello che rimane dell'antica città, la fortezza Toll-e Takht (situata sulla cima di una collina) e il monumento comunemente ritenuto essere la tomba di Ciro il Grande.

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Sinceramente mi aspettavo di più; Amir ci racconta che ci sarebbe ancora tantissimo da scavare, purtroppo , questo sito archeologico, patrimonio dell'umanità dell'UNESCO inserito nel 2004, non è di particolare interesse per il regime. Peccato.

Manca qualche chilometro per arrivare a Shiraz.

La città è quinta in Iran per numero di abitanti, conta circa 1.350.000 persone. Arrivando da nord possiamo ammirare l'immenso Grand Hotel Shiraz che domina la città con la sua altezza e le sue bellissime passeggiate che costeggiano la montagna. Siamo sempre comunque sopra un altipiano e ora siamo a quota 1.500 metri.

Come a Tehran, il traffico è micidiale. Rispetto alla maggiorparte delle città occidentali, vengono meno le basi della sicurezza. In moto si va in due/tre persone senza casco, le rotonde vengono anche percorse in senso di marcia contrario se c'è troppo traffico. In caso di ingorgo, molti, fanno retromarcia fino al primo incrocio, a volte, fanno manovra e percorrono le strade a senso unico in senso opposto. I pedoni devono essere particolarmente attenti durante gli attraversamenti, non a caso ci sono tantissimi passaggi pedonali rialzati a formare decine di piccoli ponti sulle arterie principali. Avevo notato la stessa cosa a Tehran.

Il Parse Hotel che ci ospita è situato in una posizione ideale: vicinissimo alla fortezza, al Suq, alla Madrasa (scuola coranica) e alle due moschee più belle che abbia mai visto in vita mia: la Moschea Rosa e la Moscea degli Specchi.

Filippo ed io ospiteremo nella nostra stanza, per le due notti di permanenza, il coordinatore. Il povero Mirko non ha idea con chi è capitato.

Anche questa serata è libera, Amir ci accompagna solo nella zona "cibo". Vedo un fast-food con una coda indicibile, cavolo, vanno tutti qui, deve essere buono. Infatti così è. Ordino un kebab turco, ovvero a sandwich, dentro al panino, patatine fritte e una coca-cola. Il panino è spettacolare oltre che enorme. Ce lo gustiamo seduti in una piccola piazzetta di fronte al fast-food ad Anvari Street.

Consumata la cena, Filippo, Mirko, Raffaele ed io, decidiamo di visitare già questa sera la Moschea degli Specchi ovvero il Mausoleo Sash Ceragh.

In questo edificio giacciono le tombe dei fratelli Ahmad e Muhammad, figli di Muza al-Kazim. I due trovarono rifugio a Shiraz durante la persecuzione operata dagli Abbasidi contro i musulmani sciiti. Le tombe divennero meta di pellegrinaggio nel XIV secolo, allorchè la regina Tashi Khatun fece erigere una moschea e una scuola teologica nelle vicinanze. Shah Ceragh significa "Imperatore della Luce". Il sito ebbe questo nome per la natura della scoperta del posto in cui i due giovani erano stati inumati.

Non ci è facile trovare l'ingresso, si trova tra due Bazaar, in una piazzetta che non ha proprio nulla da dire. Lo stesso ingresso è abbastanza spoglio rispetto a quello che eravamo stati abituati a vedere, soprattuto ad Esfahan.

La cosa strana è che all'ingresso ci sono delle guardie che ci dicono che non si può entrare con gli zaini, possiamo metterli però in un deposito lì vicino. Non mi fido a lasciare parte del corredo fotografico incustotido, decidiamo quindi di entrare due per volta. Al secondo controllo mi dicono che non posso entrare con la macchina fotografica. A malincuore la lascio a Raffale e Mirko che ci aspetteranno fuori. Filippo ed io entriamo, ci perquisiscono ma ci lasciano i cellulari pregandoci di non fare foto.

La piazza che si affaccia dopo il piccolo ingresso è bellissima e candidamente illuminata. Subito notiamo che i locali fanno le foto col cellulare, le facciamo anche noi.

Sulla sinistra notiamo quello che crediamo l'ingresso al mausoleo, lo varchiamo e ci ritroviamo in una piazza ancora più bella, circondata da palme e illuminata di verde, tanti tappeti in terra per i pellegrini che si preparano all'ingresso nel mausoleo. E' davvero bellissima. Per entrare nel mausoleo ci dovviamo ovviamente togliere le scarpe, ma ci vengono dati dei sacchettini di nylon per portarcele appresso. Con tutta la gente che c'è si ritroverebbero una montagna di calzature all'ingresso. Con il nostro sacchettino in mano attraversiamo la porta in marmo. I fedeli baciano lo stipite destro, anche qui, come nelle altre moschee ci sono ingressi separati per donne e uomini.

Appena varco la grande porta rimango bloccato dalla bellezza e dalla magnificenza di quello che mi circonda. Tutto l'interno del mausoleo è ricoperto da piccolissimi specchi in argento, lavorati ed incastonati a formare un enorme gioiello. Lo spettacolo toglie il fiato, sembra una moschea fatta di swarovski. Peccato non poter fare delle foto però ne comprendo benissimo il motivo.

Essendo luogo di pellegrinaggio, è pieno di gente che prega e non vuole essere disturbata o ripresa. Sarebbe come entrare da noi in chiesa, durante la funzione, fotografando e destra e a manca.

Usciamo a malincuore ma gli altri ci stanno aspettando.

E' il turno di Mirko e Raffale, loro entrano e noi li aspettiamo fuori seduti su una panchina.

Proprio mentre li stiamo aspettando, uno degli addetti alla sicurezza, un giovane iraniano, ci raggiunge, si presenta, chiede scusa per i controlli e ci invita a casa sua a dormire. Una richiesta che ci lascia spiazzati. Decliniamo con cortesia spiegando che non siamo soli, ma siamo un folto gruppo di sedici persone. Il ragazzo ci rimane un pò male, ci saluta e torna al suo lavoro.

Dopo circa una mezzora escono anche Mirko e Raffaele.

Mirko è riuscito a rubare qualche scatto col cellulare ma evidentemente lo hanno visto e appena usciti gli chiedono se ha fatto delle foto col telefono, è titubante e non sa cosa rispondere, gli addetti alla sicurezza dopo qualche attimo di esitazione non isistono e se ne vanno. E' stato più che altro un ammonimento: "Non credere che non ti abbiamo visto!".

Ecco gli scatti rubati da Mirko:

| Shah Ceragh 1 | Shah Ceragh 2 | Shah Ceragh 3 | Shah Ceragh 4 |

Dopo una passeggiata di circa una mezzoretta siamo in albergo.

Il giorno dopo racconto ad Amir della proposta inconsueta che ci è stata fatta; lui mi risponde che invece è una cosa normalissima, gli iraniani sono un popolo molto ospitale. lo avevo letto sulla Lonely Planet, ma pensavo che fosse una delle solite cose che si scrivono per attirare i viaggiatori.

La prossima meta è il motivo principale per cui ho scelto questo viaggio: le rovine di Persepoli.

E' stata una delle cinque capitali dell'Impero Achemeide insieme a Babilonia, Ecbatana, Pasargadae e Susa. La sua costruzione è datata intorno al 50 a.C. sotto Dario e durò quasi settant'anni. Il complesso tuttavia non fu mai terminato a causa dell'invasione da parte delle armate di Carlo Magno. Non fu mai residenza permanente degli imperatori, la città veniva popolata durante le celebrazioni del nuovo anno che avvenivano a marzo. Molti degli utensili che vennero ritrovati, così come le scalinate e le strade, non presentano grandi segni di usura. Le rovine più belle di Persepoli sono: l'Apadana, la porta delle Nazioni, la sala del trono, il Tesoro e il palazzo di Dario. Del palazzo di Serse è rimasto davvero molto poco. Lo stato di conservazione generale è ottimo e la visita è davvero appagante. Tra l'altro, è tra le rovine dell'antica capitale che mi rendo conto di aver compiuto 41 anni. Come regalo di compleanno, una visita a Persepoli, direi che è inconsueto, quasi "Radical Chic" direbbe Filippo.

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Poco lontano da Persepoli visitiamo le tombe di Dario I, Serse I, Artaserse I e Dario II, ci sarebbe una quinta tomba incompiuta che viene attribuita a Dario III, il sito è il famoso Nasq-e Rostam. Le tombe sono scavate nella roccia, quasi a ricordare le rovine di Petra in Giordania.

Si sente che siamo a sud, il caldo è soffocante ed io non mi sento troppo bene. Purtroppo, nel pomeriggio, tornando in città, mi salirà un pò di febbre. Nulla di grave, 45 gocce di novalgina e una serata di riposo mi rimetteranno in sesto.

Prima di cena però visiteremo la tomba del grande poeta Hafez. Il luogo è davvero bellissimo, meta di turisti, viaggiatori e tanti locali. I suoi giardini sono coloratissimi e la luce del tramonto li rende ancora più belli.

Dopo cena torno in albergo e me ne vado a dormire. Tra la stanchezza accumulata e la febbriciattola che era salita nel pomeriggio, avevo bisogno di fermarmi.

Fortunatamente non mi perdo nulla, in serata era prevista la visita a Shah Ceragh che avevo visitato la sera prima.

Il mattino dopo sto già molto meglio, visitiamo prima la Moschea Rosa ovvero la moschea di Nazir al-Mulk, famosa per le sue vetrate colorate che proiettano all'interno un incredibile caleidoscopio di colori. La luce naturale che filtra dalle vetrate arricchisce degli interni già abbondantemente decorati con piastrelle rosa, mosaici e tappeti persiani risalenti al 1.888, anno in cui venne terminata la moschea.

Dopo la moschea visitiamo la cittadella di Arg of Karim Khan che si trova a pochi passi dal nostro albergo. Kharim Khan, personaggio da cui prese il nome la cittadella fortificata, fu un governatore persiano e fondatore della dinastia Zand.

La visita dura veramente pochissimo e subito dopo ci rechiamo alla Madrasa-e-Khan, antica scuola coranica.

Torno in albergo con qualche linea di febbre, mi prendo altre gocce di novalgina e ne approfitto per riposa un'oretta; oggi si parte per Tehran, il volo è previsto per il tardo pomeriggio.

Per tornare in Italia, ci aspetta un tour de force.


Tour de force

Il volo che ci riporta a Tehran è con la piccola compagnia Caspian Air. Salutiamo per l'ultima volta Amir ed imbarchiamo. L'ereo è un vecchissmo McDonnell Douglas MD-83. Tutto sommato il volo procede pure bene, tranne però in prossimità di Tehran dove di lì a poco si sarebbe scatenato un vero e proprio diluvio universale o almeno, guardando il cielo una volta atterrati, era quello che prometteva.

Le ultime miglia di volo le abbiamo passate ballando, le turbolenze erano notevoli.

Non atterriamo all'aeroporto internazionale Imam Khomeyni ma al Mehrabad che è stato aeroporto internazionale fino alla costruzione del più recente Imam Khomeyni.

Un altro pullman ci fa attraversare la città riportandoci all'aeroporto internazionale dove l'indomani mattina, alle 6:30, decolleremo per Istanbul.

Ci fermiamo per visitare il mausoleo dedicato al famoso Imam del periodo della guerra Iran-Iraq. Purtroppo, non abbiamo molto tempo e non riusciamo nemmeno ad entrarci. Lo vediamo solo da fuori.

Passiamo quindi la notte in aeroporto. La cena non è delle peggiori anche se il tentativo di pizza iraniana si è dimostrato di un pesante assurdo. Finalmente è ora del check-in. Salutiamo tutti i ragazzi del gruppo.

Se il viaggio si è rivelato davvero molto bello è stato ovviamente anche grazie a loro. Persone molto diverse tra loro che condividono una passione comune. Spero di rivederli presto, magari in qualche altro viaggio.

Filippo ed io siamo gli unici che partono dopo, però ci riuniamo al gruppo con cui eravamo partiti da Milano.

I voli sono relativamente brevi e anche la sosta ad Istanbul non è molto lunga, purtroppo però il nostro volo per Malpensa ritarderà di circa un'ora.

Atterrati a Milano sbrighiamo velocemente la pratica passaporto, recuperiamo i bagagli e riprendo la macchina che è parcheggiata poco distante. Fortunatamente ho dormito su entrambi i voli per cui non sono stanchissimo e il tragitto in macchina vola senza particolari crisi di sonno.

Lascio Filippo sotto casa e prima di mettere la macchina in garage ordino la pizza, ormai una tradizione nei miei rientri.

Sono abbastanza riposato, tanto che riesco tranquillamente a disfare i bagagli e a buttare le prime cose in lavatrice. Mentre sto scaricando le foto sul NAS, squilla il citofono, è arrivata la pizza finalmente.

Ora che mi sono rifocillato e tutto è in ordine mi fiondo in doccia. Vado a letto e non accendo nemmeno la tv, ora la stanchezza si fa sentire, punto la sveglia e cerco di addormentarmi riassaporando molte delle cose che ho vissuto in questi dieci giorni.

Che bello che è viaggiare.

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